L'ex direttore di Avvenire
“Non solo Palestina e Libano: Israele è l’elefante nella stanza siriana”, parla Marco Tarquinio
«Continua a condurre costanti raid aerei, minando la sovranità di Damasco. La comunità internazionale deve esigere il rispetto del diritto internazionale. Tra fragilità profonda e flebili speranze, la Siria è al bivio: serve una nuova cornice costituzionale capace di garantire insieme unità e minoranze»
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Marco Tarquinio, europarlamentare, già direttore di Avvenire.
La Global Sumud Flotilla sta costringendo a concentrare l’attenzione su Israele e sui territori che occupa in Palestina. Ma Israele occupa territori anche in Libano e in Siria. Paese “al bivio”, quest’ultimo, proprio come recita il titolo di un incontro con la società civile siriana che lei ha appena ospitato a Bruxelles, in Parlamento Europeo.
Dobbiamo dire grazie ai generosi attivisti umanitari della Flotilla e dobbiamo dire basta alle intollerabili provocazioni e alla guerra di Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich per imporre i confini di una Grande Israele a spese dei residui territori palestinesi e dei vicini libanesi e siriani. Un’operazione speculare e opposta a quella che abbiamo visto condurre da fanatici e spietati combattenti islamisti. Tutti noi, italiani ed europei, dobbiamo saper vedere l’ampiezza dei processi in atto in Medio Oriente e finalmente agire con efficacia per contrastare la costruzione di Stati etnici e religiosi in contrapposizione frontale tra di loro. Personalmente, in Europarlamento, sono concentrato sulla Siria soprattutto per il ruolo di relatore per il gruppo S&D su questo Paese. Il ruolo mi è stato affidato nel 2024, ma non è solo da quel momento, che precedette di pochi mesi il repentino inizio della transizione del dopo-Assad, che penso alla vicenda della Siria come cruciale per tutta l’area euromediterranea. La Siria dovrebbe esserci specialmente cara per l’immane tragedia che ha attraversato e dalla quale non è ancora pienamente uscita e per la sua millenaria storia e, mi viene da dire, natura di grande territorio-mosaico nel quale convivono comunità, culture, tradizioni e fedi diverse ed egualmente preziose.
Restiamo ancora sulla Flotilla sotto pesante attacco per la denuncia della terribile condizione in cui versa la popolazione palestinese a causa del governo di Tel Aviv, ma anche della sostanziale e gravissima inazione, e persino complicità, di buona parte degli Stati europei e della stessa UE.
La violenza degli attacchi israeliani alle imbarcazioni e agli equipaggi umanitari della Flotilla parla da sola. E le immagini del ministro israeliano per la Sicurezza che infierisce su cittadini europei protagonisti di un’azione nonviolenta e sequestrati in acque internazionali, umiliati e trattati da criminali sono e resteranno una macchia indelebile e per così dire definitiva sulla classe dirigente che ha sconvolto la storia democratica di Israele. È una macchia che sfigura non solo un governo pro-tempore, ma quello stesso Stato ormai associato da una vasta coscienza pubblica ad azioni in sistematica violazione del diritto internazionale e della pura e semplice umanità. Soffro a dirlo, da vecchio amico del popolo israeliano tanto quanto del popolo palestinese. Le vittime di Netanyahu e dei suoi complici sono troppe, sui campi della sua sporca guerra e nello stesso Paese che guida e potrebbe continuare a guidare. Spero davvero che gli israeliani, chiamati presto al voto, segnino una svolta politica lontano da questo incubo.
Insisto, la UE non riesce e non vuole essere incisiva…
Da tempo, do anch’io voce alla proposta di una pressione risoluta ed efficace della UE su Israele. E a questo proposito sono lieto che la premier Meloni e il ministro Tajani abbiano protestato con forza per il trattamento riservato ai nostri connazionali rapiti dagli israeliani in mare aperto, ma soprattutto vorrei che il governo italiano di destracentro smettesse di essere uno dei grandi responsabili della paralisi UE, che parla poco e agisce ancor meno, offrendo di fatto sostegno ai misfatti del governo Netanyahu. La richiesta di sanzioni Ue per Ben-Gvir è un passo dovuto ma non sufficiente.
Lei, all’inizio del nostro colloquio, ha puntato l’indice sulla strategia del governo di Tel Aviv contro i Paesi vicini oltre che, assieme agli USA di Trump, contro l’Iran. Il Libano del sud è già invaso, c’è pure la Siria nel piano?
Direi proprio di sì. Ciò che accade in Libano è terribilmente evidente, ma non di meno in Siria. Israele continua a condurre costanti raid aerei su quel territorio, minando sistematicamente la sovranità di Damasco. E le violazioni della integrità territoriale siriana ormai non riguardano soltanto le alture del Golan, ma anche la zona cuscinetto Onu, larga parte delle province di Quneitra e Daraa e dell’area del monte Hermon. Israele, accanto alla Turchia, è uno dei due elefanti nella stanza siriana. Sta alla comunità internazionale, in Siria come in Libano, a Gaza e in Cisgiordania, esigere senza se e senza ma il rispetto del diritto internazionale.
Risulta anche a lei che la droga sia una delle armi usate in quella che ha chiamato la nuova “sporca guerra”?
Il Captagon, l’orrenda droga sintetica prodotta in Siria su scala industriale durante gli anni della dittatura di Bashar al-Assad, rimane un problema gravissimo. La regione di Sweida si sta configurando come un nuovo hub del traffico: i dati più recenti mostrano un aumento del 325% del traffico verso la Giordania. Cifre stratosferiche. E vi sono segnali preoccupanti di connessioni tra questo traffico, le milizie druse e interessi israeliani nella zona, come ha recentemente illustrato Charles Lister, direttore per la Siria al Middle East Institute di Washington. È un intreccio tossico — nel senso letterale del termine — tra criminalità organizzata, geopolitica e vuoto istituzionale, che rischia di compromettere seriamente la normalizzazione nell’area e serve, appunto, altre strategie.
Quale quadro emerge nella Siria da un anno e mezzo in transizione?
Un quadro di fragilità profonda e di fievole speranza. La tavola rotonda che ho ospitato a Bruxelles ha riunito eurodeputati, rappresentanti della società civile siriana e organizzazioni internazionali per i diritti umani. Sono emerse tutte le preoccupazioni per un futuro ancora estremamente incerto: povertà diffusa, sfollamenti di massa, quasi totale assenza di servizi essenziali, violazioni dei diritti umani, crimini impuniti e una fortissima domanda di giustizia. La Siria oggi sotto la presidenza provvisoria di al-Shara, l’autore della spallata finale ad Assad, e dove il nord-est si è democraticamente autorganizzato sotto le forze curde, è davvero a un bivio. Dopo terribili anni di guerra, repressione e sofferenze enormi, il Paese non può permettersi un passaggio di potere senza giustizia, senza memoria, senza inclusione.
Uno dei temi centrali del dibattito sulla Siria è la giustizia transitoria. Cosa significa concretamente e perché è così urgente?
Significa che la fine della dittatura degli Assad, pur importantissima, non è garanzia di giustizia. Il sistema giudiziario siriano resta fragile e non sufficientemente indipendente. Mancano strumenti adeguati per riconoscere pienamente crimini di guerra, crimini contro l’umanità e sparizioni forzate. Il rischio concreto è che le violazioni vengano trattate come episodi isolati, cancellando la loro dimensione sistematica.. Le persone detenute, scomparse e torturate, nonché le loro famiglie, devono essere invece al centro di ogni percorso di giustizia transitoria.
Chi è sopravvissuto alle carceri di Assad, a luoghi come il “mattatoio” Sednaya, teatro di decenni di orrore, non può essere lasciato solo, senza strumenti per ricostruire la propria vita. La memoria di quanto accaduto va preservata adesso: non per alimentare divisioni e odi, ma per impedire che il male si ripeta.
E c’è il nodo rappresentanza: parti del mosaico siriano rischiano di essere escluse dal processo di transizione democratica ?
Il rischio è concreto, Le donne continuano a essere sottorappresentate nei luoghi decisionali. E quando le donne vengono escluse dai processi in cui si disegna il futuro, cancellandone la voce, spariscono i loro bisogni e i loro diritti. Lo stesso vale per i giovani: esclusi pur essendo tra coloro che più hanno subito le conseguenze della guerra, della repressione e dell’instabilità. Ma i giovani sono attori politici, non solo destinatari di programmi e misure. E poi c’è il tema cruciale delle minoranze: alawiti, drusi, curdi, e tutte le componenti religiose – nelle diverse sfumature dell’islam e del cristianesimo – da tutelare in modo eguale e pieno. Le dichiarazioni del governo provvisorio sui diritti umani e sull’inclusione non bastano, se non si traducono in risultati concreti. Il sostegno UE deve essere accompagnato da condizionalità chiare.
Quali allora le condizionalità per cui lei si spende?
Protezione di civili e rifugiati, rispetto dei diritti umani, giustizia per le vittime, partecipazione della società civile e garanzie per una transizione realmente inclusiva. La ripresa di un pieno dialogo politico con Damasco ha senso se è accompagnata da un limpido quadro di responsabilità. Non si può ignorare che molti crimini commessi prima e dopo il 2011 restano senza luce, né si può accettare che chi si è macchiato di gravissime violazioni venga reintegrato tout court nello spazio pubblico e persino nelle istituzioni. Molte organizzazioni della società civile incontrano, inoltre, ostacoli, procedure opache e limitazioni continue. Eppure, proprio la società civile dovrebbe essere uno dei pilastri della transizione. Anche il tema dei rimpatri va affrontato con rigore: ogni ritorno deve essere sicuro, volontario e dignitoso, nel pieno rispetto degli standard europei.
Si sente sostenuto dal suo gruppo, i Socialisti e Democratici, su questa linea?
Sì, abbiamo una posizione forte, e conto su una convergenza trasversale con le altre forze democratiche: sostegno alla popolazione siriana, sì; normalizzazione delle relazioni senza cambiamento reale, no. Noi S&D continueremo a lavorare perché l’Unione Europea tenga ferma questa linea. Alla Siria serve una nuova cornice costituzionale capace di garantire insieme unità e minoranze, indipendenza e credibilità della magistratura, adesione agli strumenti internazionali di giustizia, a cominciare dalla Corte dell’Aia e dalla Corte Penale Internazionale. Dobbiamo aiutare i siriani a essere protagonisti esemplari in terre teatro di atroci prepotenze e apparentemente senza più legge.