Il portavoce di Amnesty Italia

Intervista a Riccardo Noury: “Per Trump, Netanyahu e Putin il diritto internazionale non vale”

«Le norme e le istituzioni create per il rispetto dei nostri diritti vengono svuotate. Per Trump, Netanyahu, Putin e i loro emuli il diritto internazionale non vale, sono leader predatori»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

21 Maggio 2026 alle 13:00

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Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, saggista, una vita dedicata alla battaglia per il rispetto dei diritti umani in Italia e nel mondo.

Un mese fa Amnesty International ha presentato il suo rapporto sui diritti umani nel 2025. Che anno è stato?
Era difficile pronosticare che sarebbe stato peggiore del 2024 e invece le oltre 600 pagine pubblicate da Roma Tre Press denunciamo un’ulteriore escalation nell’assalto al multilateralismo, al diritto internazionale e dunque, al cuore dei diritti umani. Non stiamo più assistendo all’erosione di parti del sistema a causa del consueto ricorso ai doppi standard. Siamo ormai all’attacco diretto, da parte degli attori più potenti, alle fondamenta dei diritti umani e all’ordine internazionale basato sulle regole. Le norme approvate e le istituzioni create per il rispetto dei nostri diritti vengono svuotate nella loro essenza. Non a caso parliamo di leader predatori.

È la conferma, per riprendere la famosa frase del ministro Tajani, che “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”?
Ormai quella frase suona persino vecchia. Si può sostituire con “il diritto internazionale non vale”. Per Trump, Netanyahu, Putin e i loro emuli. All’inizio del 2026 gli Usa hanno violato la Carta delle Nazioni Unite attaccando il Venezuela; meno di due mesi dopo l’hanno rifatto, insieme a Israele, attaccando l’Iran, che a sua volta ha reagito colpendo Israele e gli stati del Golfo. Contemporaneamente Israele ha aumentato i suoi rovinosi attacchi contro il Libano. La prima a dare l’esempio era stata la Russia, nel 2022, aggredendo uno stato sovrano, l’Ucraina.

Cos’altro hanno fatto quei tre leader predatori?
Prima di attaccare il Venezuela, gli Usa hanno commesso oltre 150 esecuzioni extragiudiziali colpendo imbarcazioni nell’Oceano Pacifico e nel Mar dei Caraibi. La Russia ha intensificato gli attacchi mortali con missili e droni contro i centri abitati e le infrastrutture civili dell’Ucraina lasciando per mesi al freddo e al buio decine di milioni di persone. Israele ha inasprito il suo sistema di apartheid nella Cisgiordania occupata, ormai prossima all’annessione. Ha proseguito il genocidio nella Striscia di Gaza, facendo entrare l’espressione “cessate il fuoco” nel vocabolario orwelliano: dal 9 ottobre 2025 ha ucciso oltre 800 civili palestinesi. Negli ultimi giorni, poi, ha di nuovo illegalmente intercettato in mare le persone solidali della Flotilla.

Il Canale 14 della Tv israeliana ha mandato in onda le immagini delle violenze e umiliazioni subite dagli attivisti della Global Sumud Flotilla. A rubare la scena, con una serie di provocazioni esibite, è il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir.
Ben -Gvir non si smentisce. Ogni volta che può manifestare il suo disprezzo per i diritti umani lo fa nella maniera più vergognosa. Il suo atteggiamento di scherno e le minacce che ha rivolto alle persone intercettate e portate in Israele è scandaloso. E ci auguriamo che alle parole di condanna per questo gesto seguono anche azioni concrete nei confronti del governo di Israele, perché qui non è più solo un problema di ministri estremisti e bulli, ma è un problema di un governo complessivo. L’Italia, anche alla luce della vicenda molto preoccupante che coinvolge decine e decine di persone italiane in questo momento nelle mani delle autorità israeliane, è necessario che imposti i rapporti con Israele in maniera completamente opposta rispetto all’accondiscendenza tradizionale su cui li ha basati da decenni a questa parte”.

Oltre a quelli sotto i riflettori, ci sono i conflitti meno raccontati ma non meno gravi…
Esatto. Dobbiamo smetterla di pensare che la gravità delle crisi sia proporzionale alla loro notorietà. Le forze armate di Myanmar hanno usato paracadute a motore per sganciare esplosivi contro i villaggi uccidendo centinaia di civili. Gli Emirati Arabi Uniti hanno alimentato il conflitto in Sudan fornendo armi ai paramilitari, che a ottobre hanno preso il controllo della città di El Fasher commettendo uccisioni di massa e violenze sessuali contro la popolazione. Le Nazioni Unite hanno dichiarato che proprio a El Fasher si sono visti “i segni caratteristici del genocidio”. Non dimentichiamo, poi, i conflitti che chiamo interni, ma non perché coinvolgano due o più attori nel territorio di uno stato. Sono invece diretti dalle autorità contro la loro stessa popolazione, del tutto priva di armi e pacifica. In Afghanistan, i talebani hanno inasprito le loro politiche contro la popolazione femminile emanando ulteriori decreti contro l’istruzione, il lavoro e la libertà di movimento. In Iran, proprio alla fine del 2025 è iniziata la più sanguinosa repressione delle proteste degli ultimi decenni, che ha raggiunto il picco tra l’8 e il 9 gennaio 2026 con migliaia e migliaia di uomini e donne assassinati in strada.

Un mondo governato dalla paura, dunque…
Ci sono governi autoritari che vogliono seminare paura: quelli che bombardano i popoli accanto, quelli che danno la caccia agli “altri” – l’amministrazione Trump nel 2025 ha espulso mezzo milione di persone migranti e richiedenti asilo, spezzando nuclei familiari e terrorizzando con le squadracce dell’Ice intere comunità – e quelli che fanno fare gli straordinari al boia. L’anno scorso Amnesty International ha registrato il più alto numero di esecuzioni di condanne a morte dal 1981: almeno 2707 persone, oltre il doppio del 2024, e parliamo solo di quelle di cui è riuscita a recuperare notizie, Cina esclusa dunque.

Sono passati 30 giorni dalla pubblicazione del Rapporto. Quali sono stati i fatti più importanti di questo mese?
L’avventura illegale in cui Trump e Netanyahu si sono trascinati a vicenda ha messo ulteriormente in crisi un’intera regione. Ci sono effetti globali sull’economia, non c’è dubbio. Ma le conseguenze più gravi le hanno pagate e le stanno pagando le popolazioni locali. Il sud del Libano è un ulteriore esempio del significato orwelliano del “cessate il fuoco”: la popolazione locale continua a essere uccisa e ad abbandonare case e terre a seguito degli ordini di sfollamento dell’esercito israeliano. In Iran, oltre alle vittime civili degli attacchi statunitensi e israeliani, le autorità di Teheran stanno esercitando una silenziosa rappresaglia contro manifestanti e prigionieri politici: da marzo ne sono stati impiccati oltre trenta. L’Unione europea continua a mostrarsi forte coi deboli, inasprendo sempre più le sue politiche contro le persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate, e debole coi forti. Sono state approvate sanzioni nei confronti di coloni israeliani e loro organizzazioni, ma non si riescono a fare passi avanti rispetto alla sospensione dell’accordo di associazione del 2000 con Israele. Nonostante oltre un milione di cittadine e cittadini degli stati membri abbiano firmato una petizione in tal senso, Germania e Italia continuano a guidare le file dei recalcitranti.

Ecco, l’Italia. Come ne esce dal vostro Rapporto?
Male. Le politiche anti-immigrazione e quelle sicuritarie si fanno sempre più dure a colpi di decreti governativi. Il decreto sicurezza del 2026 ha completato l’opera di quello del 2025, con una serie di norme che chiamerei “predittive”, neanche più “preventive”, ad esempio basate sul pronostico che delle persone reiterino il comportamento tenuto in manifestazioni del passato per vietar loro l’accesso alle piazze di oggi, su disposizione del questore o del giudice. È stato introdotto l’ossimoro della “flagranza differita”. Sono tutte misure di incerta applicazione a causa della loro indeterminatezza ma di sicura impostazione repressiva. Il parlamento si appresta ad adottare una legge che ha un obiettivo doveroso, il contrasto a quel crimine d’odio che è l’antisemitismo, ma che si basa su esempi di antisemitismo che tengono insieme l’odio per le persone ebree e le critiche allo stato di Israele e alle sue istituzioni.

A proposito del parlamento e di Israele, negli ultimi giorni Avs, 5 Stelle e Pd hanno presentato alla Camera un disegno di legge importante…
Vero. L’impulso lo hanno dato le oltre 20 organizzazioni promotrici della campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali”. Il testo introduce il divieto all’importazione di beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nel Territorio palestinese occupato: un provvedimento particolarmente urgente, per evitare che l’Italia continui a sostenere l’occupazione illegale della Cisgiordania e dunque espropri, demolizioni, sfollamenti e uccisioni di palestinesi.

È l’esempio di una collaborazione possibile tra società civile e parlamenti?
Non solo è possibile e ha dei precedenti ma è anche doverosa. Ci sono situazioni in cui le persone si organizzano da sé e producono cambiamenti importanti, ma lavorare insieme “dentro e fuori” le istituzioni è importante. Anche se oggi è arduo immaginare (ma chissà, le cose possono cambiare) che questa proposta trovi consensi nella maggioranza, non si tratta solo di un atto simbolico: è un segno di attenzione alle proposte della società civile.

Tu osservi i fatti del mondo con una “lente temporale” di quasi mezzo secolo. È, questo, il periodo più grave per i diritti umani?
Quando mi sono iscritto ad Amnesty International, in Europa erano da poco cadute le dittature in Spagna, Portogallo e Grecia, in Argentina e Cile c’erano al governo Videla e Pinochet, in Francia vigeva ancora la pena di morte e a est al potere c’erano personaggi come Ceaucescu in Romania e Hoxha in Albania. In Sudafrica c’era l’apartheid e Mandela era in carcere. La giustizia internazionale non esisteva. Non è che nel periodo successivo ci sia stata un’età dell’oro dei diritti umani, ma il mondo ha fatto passi avanti, certo mai lungo una linea retta. Negli anni Novanta, il periodo che più associo a questo decennio, ci sono stati vari interventi militari e due genocidi, in Ruanda e in Bosnia, ma poi i principali responsabili di questi ultimi sono stati arrestati, processati e condannati. Spero che la seconda metà di questo decennio ci porti qualcosa di buono. Del resto, quale alternativa c’è alle regole e alle tutele istituite in questi 80 anni? Un ordine globale che ignora i trattati e ridicolizza la giustizia, tratta la società civile e la stampa come nemiche e rifiuta la solidarietà internazionale, costruito sul bavaglio al dissenso, sull’uso della legge come arma e sulla deumanizzazione degli ‘altri’? No, grazie. Lo dicono milioni di persone che, in ogni parte del mondo, sono impegnate contro l’ingiustizia e le pratiche autoritarie, offrendoci una potente immagine di resistenza.

21 Maggio 2026

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