Il senatore Pd

Intervista ad Antonio Misiani: “Meloni in silenzio su pil e bollette, attaccano Schlein perché libera”

«Per l’Italia il prezzo della guerra è più alto perché siamo più vulnerabili. Che aspettiamo ad assumere un’iniziativa per la pace insieme ai partner Ue? Economia in stagnazione, pressione fiscale al massimo, salari reali in calo, povertà assoluta al record: il bilancio di tre anni e mezzo di governo è impietoso»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

5 Maggio 2026 alle 08:00

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Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Antonio Misiani, senatore, responsabile Economia e Finanze, Imprese e Infrastrutture nella Segreteria nazionale del Partito Democratico.

“In soli 60 giorni di conflitto, la nostra spesa per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro. Stiamo perdendo quasi 500 milioni di euro al giorno”. Lo ha dichiarato Ursula von der Leyen al Parlamento europeo. La guerra di Trump e Netanyahu sta affondando l’economia dell’Europa?
Di sicuro, l’Europa sta pagando un prezzo altissimo. E l’Italia più di tutti gli altri Paesi. Primo, perché siamo molto vulnerabili: il nostro mix energetico rimane fortemente sbilanciato sui combustibili fossili, importiamo tre quarti dell’energia che consumiamo e le nostre bollette erano già in partenza più care della media europea. In secondo luogo, perché la nostra economia è asfittica e non regge gli shock esterni. Il caro-energia colpisce famiglie che non hanno ancora recuperato il potere d’acquisto perso nel 2022-2023 e un’industria che viene da tre anni di calo della produzione. La domanda che dobbiamo porre al governo Meloni è semplice: fino a quando? Fino a quando restiamo in silenzio mentre le bollette aumentano e il PIL cade? Cosa aspettiamo ad assumere un’iniziativa per la pace insieme ai nostri partner europei?

Per tre anni, la presidente del Consiglio ha narrato i risultati eclatanti del suo Governo in politica economica. Ma come si concilia questa narrazione enfatica con il dato reale che nel 2025 l’Italia è cresciuta dello 0,5%? Un terzo dell’Europa. Un sesto della Spagna.
La narrazione si scontra con i numeri, che descrivono una realtà molto diversa dalla propaganda di Palazzo Chigi. Noi siamo fermi, questa è la verità. Nel 2025 l’economia italiana è cresciuta di uno striminzito 0,5 per cento. È il dato peggiore tra i grandi Paesi europei, un terzo della media della zona Euro. Nel 2026 rischia di andare ancora peggio, visto che le previsioni OCSE ci relegano all’ultimo posto tra i Paesi del G20.
Se tiriamo le somme di tre anni e mezzo di governo Meloni, i dati sono impietosi: un’economia in stagnazione, pressione fiscale al massimo degli ultimi dodici anni, industria manifatturiera in contrazione da tre anni, salari reali ad un livello inferiore di quasi otto punti rispetto al 2021, povertà assoluta al record di sempre. Il “miracolo italiano” di cui parla Meloni semplicemente non esiste. È un racconto che non trova riscontro nella vita concreta di lavoratori, famiglie e imprenditori.

Una certa pubblicistica politica racconta di opposizioni divise sui grandi temi. Eppure, sul DFP 2026 PD, M5S, AVS, IV e +Europa hanno presentato in Parlamento una risoluzione unitaria…
La risoluzione è un fatto politico rilevante, che consolida un percorso avviato da tempo. Avevamo presentato un documento unitario già ad ottobre 2025, in occasione del dibattito parlamentare sul Documento di programmazione, e poi un pacchetto di emendamenti condivisi per la legge di bilancio. Questo lavoro comune delle forze di opposizione è la migliore smentita della favola di un centrosinistra perennemente in conflitto con se stesso. Insieme abbiamo definito una posizione sull’analisi dell’economia italiana e sulle priorità per il Paese: tutelare il lavoro, con una legge sul salario minimo e rafforzando la buona contrattazione collettiva nazionale; il rilancio della crescita attraverso misure di stimolo degli investimenti e politiche industriali per accompagnare le imprese nella doppia transizione; una riforma fiscale per redistribuire il carico a favore di chi lavora e di chi fa impresa; il graduale rifinanziamento della sanità e di altri servizi essenziali. Non era scontato. È il frutto di un lavoro paziente di costruzione di un’alternativa credibile. La destra spera nelle divisioni dell’opposizione: noi rispondiamo con i fatti.

Chi stermina i palestinesi a Gaza, sostiene le squadracce dei coloni in Cisgiordania, invade il Libano, assalta e sequestra navi in acque internazionali… Israele può ancora essere raccontata come l’“unica democrazia in Medio Oriente”?
Ciò che sta accadendo è una catastrofe umanitaria. Decine di migliaia di civili uccisi, ospedali bombardati, aiuti umanitari bloccati, le politiche di apartheid e le continue aggressioni a danno dei palestinesi in Cisgiordania, le azioni di pirateria contro la Flotilla: tutti questi atti decisi o tollerati dal governo israeliano sono inaccettabili, violano il diritto internazionale e non possono essere giustificati in alcun modo con la legittima difesa. Il PD ha una posizione chiara: il diritto di Israele a esistere in sicurezza è fuori discussione, ma nessuna democrazia degna di questo nome può permettersi di agire al di fuori di ogni legalità internazionale e violando sistematicamente i diritti umani. Chiamare le cose con il loro nome non è antisemitismo: è rispetto per le vittime, per il diritto, e per la stessa tradizione democratica che Israele dice di incarnare.

Per essersi schierata con i pacifisti o per aver sostenuto i referendum promossi dalla CGIL e il No a quello sull’ordinamento giudiziario, Elly Schlein è stata tacciata di veteropacifismo, di subalternità alla piazza, di assenza di cultura di governo. Come la mettiamo?
La mettiamo così: Elly Schlein ha riconnesso il PD con il popolo della sinistra e ha costruito con grande pazienza e determinazione una coalizione politica e sociale che può battere la destra. I fatti le stanno dando ragione, con buona pace di tanti commentatori. Sui referendum del lavoro, il PD ha fatto una scelta netta, ricucendo la drammatica rottura che si era prodotta con il Jobs Act. Sul referendum sulla giustizia, il No ha vinto con un risultato superiore ad ogni previsione. Sul fronte internazionale, sollecitare il cessate il fuoco quando mezzo mondo lo chiede non è veteropacifismo: è senso di responsabilità. Diciamo le cose fino in fondo: Elly da alcuni mondi viene attaccata – con accuse spesso del tutto strumentali – perché è una leader assai meno condizionabile di altri.

I dazi di Trump al 25% sull’automotive europeo colpiscono duramente anche l’Italia. È una decisione che l’Europa può accettare?
No, non può e non deve accettarla. Per l’industria italiana, questi dazi sono una mazzata. Nel 2025 abbiamo esportato verso gli USA mezzi di trasporto per 9,3 miliardi di euro, di cui 2,9 miliardi di soli autoveicoli. La filiera dell’automotive dà lavoro a decine di migliaia di persone, da Torino a Bergamo, da Bologna a Napoli. Portare i dazi al 25% significa infliggere un colpo durissimo a un settore già in difficoltà per la transizione tecnologica, la concorrenza cinese e i costi energetici fuori controllo. L’Unione Europea deve rispondere con determinazione: attivare le clausole di salvaguardia, non cedere al ricatto unilaterale di Washington. E il governo italiano deve smettere di fare da spettatore: il fondo automotive va rifinanziato subito, con risorse adeguate. Non bastano le dichiarazioni di preoccupazione di Meloni: servono misure concrete per proteggere la nostra industria.

A proposito di Trump e del vassallaggio italiano. Lei è stato tra i firmatari di una interrogazione ai ministri Giorgetti e Crosetto su “influenze americane e rimozione di Cingolani” alla guida di Leonardo. Una vicenda da molti punti oscuri.
Cingolani è stato rimosso dalla guida di Leonardo senza rendere pubbliche le motivazioni di questa scelta. Contestualmente sono emerse voci, mai smentite con nettezza, su pressioni provenienti dall’amministrazione americana. Parliamo di un’azienda che lavora su tecnologie militari sensibili, sulla sicurezza nazionale, sui programmi di difesa europei. Abbiamo chiesto ai ministri Giorgetti e Crosetto di riferire in Parlamento ma non abbiamo ancora ricevuto risposta. E questo silenzio non va bene, perché diventa legittimo pensare che il caso Cingolani sia emblematico di qualcosa di più grande. Del resto, viviamo in un momento in cui l’autonomia strategica dell’Europa — e dell’Italia — è messa alla prova ogni giorno. Trump impone dazi, interferisce nelle elezioni europee, mette in discussione la NATO, e il governo Meloni risponde con un atteggiamento che oscilla tra la sudditanza e il silenzio imbarazzato. La presidente del Consiglio si vanta – anzi, si vantava – di avere un filo diretto con Trump, ma questo presunto rapporto speciale non ha prodotto nessuna esenzione dai dazi, nessuna garanzia sulla presenza americana in Europa, nessun risultato concreto per l’Italia. Ora le cose sembra che stiano cambiando. La Meloni sta tornando con tutti e due i piedi in Europa – ed è un bene – ma in una posizione di oggettiva debolezza, perché paga mesi e mesi di ambiguità.

Una risoluzione unitaria è certamente significativa ma da sola non basta per chi continua a sostenere che il centrosinistra non ha un programma condiviso sulle grandi questioni che investono il presente e il futuro del Paese, dalla politica estera a quella economica e altro. La metto giù secca: è l’antimelonismo il vero collante che vi porterà a stare insieme alle politiche del prossimo anno, se non saranno anticipate?
La metto giù altrettanto secca: no, l’antimelonismo da solo non basta e non basterà. E chi pensa che sia sufficiente si illude. Le coalizioni che vincono le elezioni non si costruiscono contro qualcuno, si costruiscono attorno a un progetto. Lo dicono la storia politica italiana e quella europea: le alleanze di centrosinistra che hanno vinto avevano un’identità positiva, non solo un avversario comune. Basti pensare a Prodi nel 1996 e nel 2006, due progetti politici promossi attraverso un paziente e faticoso lavoro di confronto programmatico. Detto questo, chi sostiene che il centrosinistra italiano è all’anno zero o è superficiale o è in malafede. La risoluzione unitaria sul DFP è stata costruita su contenuti precisi: salario minimo, politiche industriali per la doppia transizione, riforma fiscale a favore del lavoro, rilancio del welfare. Abbiamo firmato insieme proposte di legge sul salario minimo, sulla sanità, sui congedi parentali. Non sono slogan, sono priorità politiche condivise da forze diverse. Certo, ci sono differenze tra di noi. Sarebbe strano il contrario — siamo partiti con storie e culture diverse. Il punto è che quelle differenze non devono impedire di costruire un programma di governo su ciò che conta per la vita degli italiani. La vera domanda non è se ci sarà un collante – ci sarà, e non sarà solo anti-Meloni. La vera domanda è se avremo il coraggio di costruire un’alternativa credibile anche su temi scomodi, dalla difesa europea al fisco passando per l’immigrazione. Lì si misura la serietà di una coalizione. E su quelli bisogna accelerare. Anche perché il governo Meloni dopo il referendum è in stato comatoso e non si può escludere una precipitazione della situazione politica nei prossimi mesi.

5 Maggio 2026

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