Il senatore dem

“Il vero riformismo è radicale e di sinistra perché modifica in meglio la società”, intervista a Walter Verini

«Perché modifica in meglio la società: più giustizia, più diritti, più eguaglianze e pari opportunità, più libertà. Riformismo è coerenza tra gli ideali e le soluzioni concrete»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

14 Maggio 2026 alle 09:00

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Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica
Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica

Walter Verini è senatore e membro della Direzione nazionale del Partito Democratico.

Senatore Verini, lei che è un “veltroniano” riformista doc, ci aiuti a dare sostanza politica a questo termine. Insomma, cosa significa per lei essere “riformista”?
Significa quello che significava quando stavo nella FGCI e nel Partito Comunista Italiano. Italiano. Ideali, valori, visioni – anche radicali – debbono essere i fari, i punti di riferimento, il “fuoco dentro” di una Politica. Le soluzioni possibili, le concretezze di risultati anche parziali, che si possono raggiungere nelle condizioni date, se sono coerenti con quegli ideali, sono riformismo. Concretezze senza ideali sono pragmatismo, spesso sono concezione del Potere come fine e non come mezzo per cambiare in meglio la vita del mondo e delle persone, specialmente le più fragili ed emarginate. Attualizzando, si potrebbe dire che eccesso di pragmatismo sfocia nel “governismo”, cosa molto diversa da cultura di governo. Dall’altra parte idealità senza concretezze rischiano di rappresentare una sinistra “acchiappanuvole”, di testimonianza e con vocazione minoritaria.

Per contribuire al rafforzamento di un “riformismo radicale”, Marianna Madia ha motivato la sua uscita dal PD e l’ingresso, da indipendente, nel gruppo parlamentare di Italia viva. Non c’è sufficiente agibilità politica per i riformisti nei Dem di Elly Schlein?
Ho compreso e rispettato la scelta di Marianna, che considero però sbagliata. Ma chi compie una scelta come quella non può essere lapidato come fosse un opportunista in cerca di posti. Segnala, semmai, un problema, che un partito come il PD, nato come incontro di culture di sinistra e riformiste diverse, non deve sottovalutare. Quando ci fu l’uscita dal PD dell’area Bersani, la considerai una perdita, un impoverimento. Così come, successivamente, lo stesso fu per l’uscita di Renzi. Sembra più facile che si verifichino uscite da un partito come il PD (l’unica forza politica della Sinistra – come ricorda Veltroni – nata per inclusione e non per scissione) piuttosto che praticare la fatica di fare sintesi. Anch’io, come molti, ho nostalgia di un tempo nel quale le riunioni si aprivano con una relazione, alla quale seguiva un dibattito, anche aspro. E le conclusioni non erano mai identiche alla relazione, perché, appunto, tenevano conto del dibattito e facevano sintesi. Quella era la linea, per tutti. Da molti anni, ben prima dell’arrivo della Schlein, troppo spesso delle riunioni di partito si conosce prima l’esito: finiscono come iniziano. Ecco, alcuni temi che fondatrici del PD come Madia o Picierno o altri democratici (Delrio, Gori, Zampa…) pongono, pur se non condivisi, non debbono essere visti come fastidio. Ho toccato con mano, in giro per il partito, posizioni tese a rappresentare questi esponenti come traditori da espellere. Se prevalessero queste cose, alle quali secondo me si deve reagire nettamente quando si manifestano, sarebbe la fine del PD e la trasformazione in un’altra cosa.

Insisto con puntiglio. Se ci sono quelli che si dicono riformisti vuol dire che nel PD ci sono chi? I massimalisti? Gruppettari di nuova generazione?
La dialettica riformisti-massimalisti è lunga oltre un secolo. E ha dilaniato in Europa e in Italia socialisti, socialdemocratici e comunisti. Gli esempi delle vittime illustri del massimalismo sono tante: da Bernstein e Kautsky, da Matteotti a Turati, dai “pidocchi” Cucchi e Magnani a Giolitti. Perfino giganti come Di Vittorio, Lama, Napolitano e tanti altri importanti dirigenti della Sinistra subirono stigma. Li subì anche la bella figura di Gianni Cervetti, che ci ha lasciato qualche giorno fa. Dopo la svolta di Salerno, e l’abbandono della via rivoluzionaria da parte di Togliatti, il PCI per non dirsi quello che era, cioè riformista, parlava di “riforme di struttura”; poi si autodefiniva “riformatore”, poi ancora riformista sì, ma “forte”. Intanto in Parlamento e nelle Regioni, faceva le riforme. Anche dall’opposizione, come negli anni Settanta, quando l’onda lunga del ’68, le manifestazioni operaie, studentesche, delle donne fornirono una spinta formidabile. E, a proposito di pluralismo interno, Enrico Berlinguer propose, quando al PCI per la prima volta toccò la Presidenza della Camera, prima un monumento come Giorgio Amendola che non se la sentì indicando Ingrao che fu un grande Presidente, E Capigruppo in Parlamento, con Berlinguer, furono Napolitano, Chiaromonte…Due diversi esempi di rispetto del pluralismo e di sintesi.

Franceschini, che nel Partito Democratico conta e non poco, ha fatto un ardito parallelismo: considerare l’alleanza tra PD e M5s alla stregua di quella tentata dal PCI di Berlinguer con la DC di Aldo Moro.
Sarei molto più cauto con questi paragoni. Ne capisco lo scopo, ma l’esempio mi sembra fuori scala. Sia per la profonda diversità delle epoche politiche, sia per l’ambizione alta di quell’incontro tra due grandi personalità e due grandi partiti.

Tutto questo discutere avviene in un mondo segnato dalla guerra e marchiato da un presidente americano che un giorno sì e l’altro pure attacca il Papa, umilia gli alleati della Nato, bastona l’Europa e va a braccetto con il suo amico e sodale israeliano, Benjamin Netanyahu. Essere riformisti preclude dallo scendere in piazza contro questi gangster?
Al contrario! Essere riformisti significa partecipare alla costruzione di una rete progressista, democratica e riformista globale, come sta facendo Elly Schlein, per un nuovo ordine mondiale. Significa combattere un paio di mega-criminali che, in modo diverso, hanno sovvertito l’ordine internazionale e un mondo multipolare: penso a Trump e Putin. Significa combattere contro Presidenti come Netanyahu e i suoi crimini a Gaza e in Cisgiordania e contro il terrorismo di Hamas e il regime di tagliagole e taglia diritti dell’Iran. Significa battersi contro un mondo nel quale digitale, tecnologie, intelligenza artificiale sono nelle mani di pochi autocrati della finanza. Ed è fondamentale che ci sia la spinta delle piazze, di giovani generazioni che vogliano futuro e non distruzioni, pace e non guerre. Una Politica senza popolo non può esistere, specialmente a Sinistra. Poi significa stare con “l’Altra America” che – in primis Obama – si batte contro Trump e con “L’altro Israele” che combatte Netanyahu. E con il popolo ucraino e quello iraniano soggiogato. E contro l’antisemitismo e ogni forma di odio. Detto ciò, oggi ci sono rivolgimenti e cambiamenti che richiedono, appunto, reti, dialogo, ricerca. Non verità assolute che non esistono. Non solo slogan rassicuranti, ma anche responsabilità di proporre soluzioni praticabili. Vede, la mia generazione (al di là del fatto familiare di un babbo partigiano e iscritto al PCI) si formò sulle grandi lotte per la scuola, i diritti (la mia prima campagna elettorale fu quella per il divorzio, nel ’74), con le leghe dei giovani disoccupati, per il Vietnam ed il Cile liberi. Contro le stragi nere e il terrorismo rosso. In quegli anni Berlinguer lanciò il compromesso storico e portò il PCI alla solidarietà nazionale. Tutto giusto? Molto, per me sì. Ma anche allora c’era chi dava del traditore a Berlinguer, chi insultava PCI e CGIL di Lama. Per me non erano critiche da sinistra, ma “gruppettare” ed “estremiste”. Rispondo così, in qualche modo, alla sua domanda precedente. Ribadendo che il vero riformismo è radicale e di sinistra, perché modifica in meglio (più giustizia, più diritti, più eguaglianze e pari opportunità, più libertà) la società. È in questo quadro che si può costruire l’alternativa a questa destra.

Una destra in crisi?
La Meloni ha fallito, scegliendo Trump e Orban e indebolendo così Italia ed Europa. Non ha risolto problemi strutturali del Paese: quelli delle persone più deboli e delle famiglie, dei giovani, delle imprese. E quelli della sicurezza, usata come arma propagandistica. Non ha capito la lezione del referendum sulla Giustizia: il modo in cui vorrebbero votare una legge elettorale come quella conferma il volto di una destra che fin dal primo giorno si è comportata come avesse preso il potere, non come avesse vinto le elezioni. E anche i molti casi politici e le risse che hanno riguardato Governo e Ministri, danno l’impressione di un clima da Fine Impero. O visto che uno degli epicentri della crisi è stato ed è il Ministero dei Beni Culturali, si potrebbe meglio dire, visto anche qualche pregresso, “ultimi giorni di Pompei”. Il campo progressista ha una grande opportunità: definire un programma essenziale, dieci punti davvero condivisi (primo: Stati Uniti d’Europa con tutto quello che significa). Definire la leadership più adatta e competitiva, con un accordo o con Primarie (che rischiano però di produrre scorie e divisioni). Oppure, in caso di vittoria, affidare al leader del partito che arriva primo il compito di andare al Quirinale a proporre programma, coalizione, Governo. E tra i punti, metterei la lotta ideale e civile, senza quartiere, contro l’odio in politica, contro gli “ultras” che impediscono confronto e dialogo. E come premessa metterei lo straordinario dialogo tra Sergio Mattarella e Renzo Piano svoltosi a Milano, che andrebbe anche studiato nelle scuole.

14 Maggio 2026

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