La nuova legge elettorale

Contro la legge truffa rileggetevi Almirante…

Nel ‘53 la proposta di De Gasperi di attribuire un premio di governabilità alla coalizione che avesse raggiunto il 50% dei voti fu definita “legge truffa”. Oggi si vorrebbe prevedere lo stesso premio per chi raggiunge dieci punti di meno e con una partecipazione elettorale quasi dimezzata rispetto a settanta anni fa.

Politica - di Franco Corleone

12 Maggio 2026 alle 15:30

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Foto LaPresse Torino/Archivio storico
Foto LaPresse Torino/Archivio storico

Nella discussione della proposta di legge elettorale viene evocato lo spauracchio del pareggio, cioè la possibilità che non vi sia un netto vincitore e così si motiva il regalo a una minoranza di un premio di governabilità. Lunedì 4 maggio sono intervenuto all’interno del ciclo di audizioni della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei deputati su questo tema decisivo. Nel breve tempo a disposizione ho sottolineato il rapporto tra il sistema politico e la legge elettorale che dovrebbe avere il pregio della chiarezza come accade in tutti i paesi. La scelta non può che essere tra il proporzionale e l’uninominale, con alcune integrazioni, una soglia di sbarramento nel primo caso o uno o due turni nel secondo caso.

In Germania si è individuato un mix interessante che è messo alla prova dalla presenza di più partiti che superano lo sbarramento, alto, del cinque per cento; anche in Gran Bretagna il sistema elettorale si deve misurare con la presenza di almeno cinque partiti, senza considerare quelli regionali. Ma nessuno pone in campo l’intenzione di cambiare la legge elettorale, soprattutto per rispetto della sovranità popolare. Solo in Italia si sente l’esigenza, per interesse partitocratico, di cambiare continuamente la legge elettorale. Ho ricordato il tentativo di De Gasperi nel 1953 di approvare una legge che avrebbe dato alla coalizione che avesse raggiunto il 50 per cento dei voti, cioè la maggioranza, un premio di governabilità. La proposta fu definita “legge truffa”, un marchio efficace che sarebbe inadeguato oggi che lo stesso premio viene previsto per chi raggiunge dieci punti di meno e con una partecipazione elettorale quasi dimezzata rispetto a settanta anni fa: un bonus di 70 seggi alla Camera e di 35 al Senato. Così per un esercizio di magia una minoranza passerebbe a Montecitorio da 160 a 230 seggi! Stupisce che non sia ancora esplosa la denuncia e l’indignazione per una operazione contro la Costituzione e la democrazia. Per prendere un esempio di lotta politica in Parlamento e nel Paese è davvero istruttivo approfondire la vicenda della legge “truffa” proposta a ridosso delle elezioni del 1953 da De Gasperi. Nel settembre 1952 su Il Ponte Piero Calamandrei denunciava l’inadempienza della maggioranza democristiana nell’avere disatteso l’approvazione di strumenti di controllo come la Corte costituzionale, l’indipendenza della magistratura, il referendum popolare e, invece, di usare lo scampolo finale della prima legislatura per una prova di «Incoscienza costituzionale»: «Questi cinque mesi che rimangono basteranno appena per fabbricare la nuova legge elettorale che servirà a questa maggioranza per rimanere maggioranza. Rimaner maggioranza: perché qui è, in sostanza, il segreto di questa quinquennale inadempienza costituzionale». Il testo, marchiato come “legge truffa”, prevedeva un premio di governabilità per la coalizione centrista se avesse superato il cinquanta per cento dei voti.

Come si vede niente di nuovo sotto il sole. Il dibattito in Parlamento fu emozionante con interventi di personalità autorevoli da Togliatti a Moro, da Nenni a Saragat, da Di Vittorio a Longo, da Nenni a Pertini, da Lussu a Basso. Il fulcro dell’opposizione si concentrò sul pericolo che l’alto premio portasse a un regime con la possibilità di raggiungere i due terzi previsti per modifiche costituzionali. Alla fine De Gasperi al Senato pose la questione di fiducia. Modalità divenuta ormai prassi consueta per l’approvazione dei decreti legge. Mi sono concentrato però su due discorsi in modo particolare, quello di Giorgio Almirante, relatore di minoranza e quello di Palmiro Togliatti, segretario del PCI. E’ davvero imbarazzante la lezione di diritto costituzionale offerta dal leader missino. Ripercorro le tesi proposte con rigore. Almirante ammoniva a non dimenticare che una riforma elettorale non è mai una riforma del sistema elettorale e basta, ma una riforma del sistema tout court e citava a proposito Romagnosi e Zanardelli. Sottolineava la gravità del fatto inedito che “la maggioranza configura una legge elettorale di comodo, onde mantenere e se possibile consolidare le proprie posizioni”. Denunciava poi l’inadempienza grave della assenza di una istituzione di garanzia come la Corte costituzionale e di uno strumento democratico come il referendum. Ricordava l’art. 48 della Costituzione che sancisce che il voto è personale ed eguale, libero e segreto: “Con il congegno stabilito da questo disegno di legge, non può dirsi che il voto sia eguale. Non ne sono eguali gli effetti. Il voto dato ad un partito di maggioranza vale il doppio del voto dato ad un partito di minoranza. E tutto il corpo elettorale viene automaticamente a dividersi in due categorie diseguali, l’una delle quali ha il privilegio di usufruire, sotto determinate condizioni, di un premio che ne accresce artificiosamente l’entità”.

Almirante sviluppava alla fine due temi, la crisi del Parlamento e la stabilità del Governo con nettezza: “L’attuale Parlamento non è funzionale perché in esso il dialogo politico è impossibile; nel futuro Parlamento il dialogo politico sarà a priori impossibile” e “Per difendere la democrazia dalle dittature e dai totalitarismi occorre rendere stabile, cioè dittatoriale negli effetti se non nel punto di partenza, e tendenzialmente totalitario, il regime democratico”. Infine sul collegamento delle liste e sulla assenza di alcun vincolo per i partiti dopo il voto ironizzava pesantemente mettendo in luce il fatto che ogni partito avesse un proprio programma e che quindi la stabilità fosse insidiata dalle diversità e affidata al caso. Anche Togliatti insistette sulla violazione costituzionale dell’articolo 48 che sancisce l’eguaglianza del voto dei cittadini e denunciava che si era di fronte a un atto “col quale si tende a sovvertire il nostro ordinamento costituzionale” che aveva come precedente quello della legge Acerbo e quindi a una legge eccezionale. Togliatti citò ampiamente la critica che aveva espresso nel 1923 Giovanni Amendola alla legge Acerbo con queste parole: «Penso che questa riforma elettorale è, essa stessa, la riforma costituzionale» e riportò un altro acuto giudizio del capo dell’opposizione democratica:” Non esiste una maggioranza precostituita: il paese è composto di un edifizio più complesso, di tante forze e di tante unità morali quanti sono i partiti, i gruppi le tendenze. Ognuna di queste forze, ognuna di queste unità non può da sola avere la maggioranza. Ma esiste la possibilità della costituzione di un edifizio più complesso, nel quale le singole volontà, le singole idealità entrino, non già per sovrapporsi meccanicamente e per determinare una coalizione morta, ma per essere un elemento necessario alla vita ed alla unità del Governo, capace di manifestarsi in un’azione di Governo”.

Toccò ad Aldo Moro rispondere, sostituendo Giuseppe Bettiol indisposto, alle tante obiezioni in particolare di Lelio Basso e Togliatti ribadendo che “il presupposto del nostro sistema è che sia raggiunta la maggioranza assoluta dei voti e che soltanto dal conseguimento di questa maggioranza deriva l’attribuzione del premio. E non è già una maggioranza relativa che si trasforma in una più o meno solida maggioranza assoluta”. Rassicurava anche sul fatto che il premio di maggioranza sarebbe stato lontano dal limite dei due terzi dei seggi. Una lettura istruttiva per le questioni di principio e istituzionali e attuale nel confronto in atto. La legge truffa non scattò per cinquantamila voti dopo una mobilitazione popolare enorme. Se il premio è di governabilità, come si sostiene anche oggi, allora vale la sentenza 35 del 2017 della Corte costituzionale che richiede il raggiungimento da parte della lista o della coalizione, almeno del 50% dei voti.

Che fare dunque? Lasciare le cose come stanno e votare con il Rosatellum? Quanto meno dovrebbero essere introdotte le modifiche proposte da Felice Besostri, socialista difensore dei diritti dei cittadini per evitare profili di incostituzionali oppure tornare a quella legge che si richiama al nome del Presidente Mattarella e che dette buona prova, garantendo il confronto tra coalizioni con programmi per il Governo del Paese e il diritto di tribuna con una rappresentanza proporzionale. Rispetto alla ossessione del pareggio ci può aiutare Piero Gobetti: “La critica alla proporzionale, perché non rende possibile un governo di maggioranza, è futurista proprio come le scoperte marinettiane di forme d’arte alessandrine. Dove prevale senza incertezze una maggioranza si ha nient’altro che un’oligarchia larvata. La vita moderna si nutre di antitesi e di contrasti non riducibili a schemi; i blocchi e le concentrazioni sono il sistema del semplicismo in cerca di unanimità; la logica della vita politica si riposa nella varietà e nel dissenso, il governo ne sorge per un processo dialettico diversamente atteggiato a seconda delle diverse azioni di tutti i partiti”.

12 Maggio 2026

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