L'intervista

Daniele Sepe, il ritorno di Capitan Capitone: “Al posto di Geolier vorrei Gianfranco Marziano, io mai invitato al Primo Maggio: un onore”

La ciurma torna con "40 N 14 E", il quarto disco del collettivo è il 37esimo del sassofonista e compositore. "Oggi la scena è più conformista ma a noi non ce ne fotte". Il padre partigiano che dell'ANPI non ne voleva sapere, il Centro Storico di Napoli che "è diventato un cesso: prima si suonava ovunque, c'erano artigiani e librerie", Bella Ciao che "l'ho sempre schifata"

Cultura - di Antonio Lamorte

9 Maggio 2026 alle 15:08

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FOTO DA UFFICIO STAMPA
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Se non ci avesse pensato l’ufficio stampa sarebbe stato difficile: non sarebbe bastato forse neanche l’ausilio di qualche chatbot di intelligenza artificiale per contarli, metterli insieme tutti, restituire un numero: 37. “Ma forse qualcuno se lo sono pure scordato”, dice quasi tra sé e sé Daniele Sepe in mezzo a Piazza Bellini, pieno Centro Storico di Napoli, quella degli aperitivi che partono il pomeriggio e finiscono la notte che è quasi mattina, delle ordinanze anti-movida nella città messa sotto e ncoppa dal turismo. 40 N 14E è il nuovo album di Capitan Capitone e i Fratelli della Costa, il quarto della ciurma di musici e cantanti che il sassofonista, compositore, agitatore ha messo insieme dieci anni fa per la prima volta: prima della pandemia da covid-19 e del governo più a destra nella storia della Repubblica guidato da Giorgia Meloni, dell’invasione della Russia in Ucraina e della trap tra classifiche e social in Italia, della polveriera Medio Oriente tra Israele, Striscia di Gaza e Iran e delle due vittorie di Donald Trump alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

C’è tutto questo e altro, nel nuovo disco del collettivo che conferma i numi tutelari Frank Zappa e Squallor, entrambi celebrati con tutti i crismi tra una poderosa cover napoletanizzata di Willie the Pimp e una trascinante del classicone Cornutone, entrambe da tempo nel repertorio del gruppone. Si riprende insomma il discorso con il solito eclettismo tra generi, registri, lingue e dialetti, maleparole, interpretazioni anche attoriali, una provocazione costante al politically correct, quell’ironia dissacrante ormai riconoscibile, una napoletanità genuina e poco patinata. Già dal titolo – una coordinata di navigazione al largo della costa nel golfo – è una dedica al mare. “Il filo logico rimane sempre lo stesso: quello della scoperta, del vedere il mondo sempre da napoletani che però stanno di casa ‘ngoppa a ‘na barca. Però è più difficile di dieci anni fa, perché oggi la scena è molto più conformista. A noi però non ce ne fotte, ci piace fare la musica bella”.

E nonostante soldi, droga, tro*e e deliri di onnipotenza scopriamo che pure i rapper hanno un cuore: che batte per la mammà, ovviamente, nella traccia di apertura Anche i rapper hanno una mamma. Il bagno del sempre presente Peppe Spritz di Piazza Bellini (gli pagherà i diritti?) diventa un portale che dall’aperitivo trasporta a Gaza e nel Donbas in Bar Gate. Non manca l’appuntamento più sentimentale in Ti direi che, con una frase iniziale di sax da brividi, rivela che l’amore vero è quello che si presenta quando non si riesce a dormire. Chiude un omaggio a Ennio Morricone e Clint Eastwood, “un repubblicano capace di fare film come Gran Torino, molto più di sinistra di tanti prodotti artistici di intellettuali cosiddetti ‘de sinistra’”. La ciurma sarà in tour a partire da fine maggio, il 29 a Ercolano, fino a settembre almeno.

Capitano, questo è il suo 37esimo disco. Cosa si prova a consegnare altra musica nuova al mondo?

Una volta il disco era un fatto, almeno fino al secondo Capitan Capitone. Oggi con il digital non esiste più il concetto di album: si ascoltano le playlist che propongono singoli, ogni pezzo deve essere autosufficiente. È una perdita, il mondo è cambiato tantissimo in questi dieci anni, sembrano cento. Noi Capitoni non possiamo non tenerne conto.

In un’intervista di qualche anno fa diceva: “I miei dischi contengono pazienza, perché una persona dovrebbe investire il proprio tempo e denaro nei dischi di Daniele Sepe e non di Michael Jackson? Non lo so”.

Quest’ultimo capitone dura la metà del primo. Se oggi nascesse Beethoven non è detto che scriverebbe la Nona Sinfonia, molta gente non arriva ad ascoltare un album intero che dura, chessò, un’ora. Il Capitone resta per me il territorio in cui sperimentare, una sfida e un motivo di crescita. A me non piace la trap, a me piace la musica suonata, ma Diluvio Universale è un momento di sfogo pieno di trap, che dieci anni fa non esisteva. Mi diverto, è stimolante.

Come nacque il progetto di Capitan Capitone?

Al tempo conobbi tutti questi ragazzi che già suonavano, avevano fatto dei dischi, erano bravi e famosi a Napoli ma altrove non li conoscevano proprio. Allora mi venne in mente di fondare un collettivo: non una specie di Cantagiro in cui ognuno porta una canzone sua ma una ciurma che scriveva le canzoni insieme. Penso sempre che due cape sono meglio di una, venti sono ancora meglio. D’altronde non si capisce perché se quando fai un film hai tre sceneggiatori, un regista, un macchinista, un direttore della fotografia e non possa succedere lo stesso per un disco.

È sempre sua l’ultima parola?

Sì perché sono il capitano, l’idea di fondo è zappiana. In questi anni ci sono stati anche cambi di formazione, avvicendamenti, ma ricordo che altre esperienze collettive nate a Napoli sono durate molto meno. Ci tiene insieme anche il fatto di divertirci molto insieme, siamo tutti soddisfatti dei rispettivi progetti personali e quindi non soffriamo tensioni. È difficile portare il progetto dal vivo, quello sì, perché siamo pur sempre 14 persone almeno e con il dialetto non si capisce perché a Pordenone dovrebbero chiamarci se non capiscono niente di quello che cantiamo. Poteva farlo Pino Daniele, perché erano dei fenomeni. Però ecco, l’idea mia era di ricreare un po’ quella: quello che era stato il Neapolitan Power ai loro tempi, qualcosa che rappresentasse la città di Napoli in quel momento. Mi pare che ci siamo riusciti, ce l’abbiamo sempre fatta anche perché a me in Italia mi conoscono ovunque, forse a Napoli non mi conoscono.

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Che rapporto aveva con James Senese?

Un buon rapporto. Non posso dire che eravamo amici ma per me era un modello. L’ho visto l’ultima volta dal vivo un anno prima che morisse ed era sempre straordinario. Lui non si è mai venduto, dopo che è morto Pino (Daniele, ndr) non ha lucrato, non ci ha mangiato sopra. Con i Napoli Centrale all’epoca facevano cose che altri gruppi italiani molto più celebrati se le sognavano, erano di un altro livello.

Come mai dice “a Napoli non mi conoscono”?

Non tanto ma non saprei perché, non mi interessa. Se mi devo sbattere per trovare dei concerti preferisco andare fuori, a me piace girare il mondo, non mi sbatto in questo senso. Non ho mai salito le scale di Palazzo Santa Lucia (sede della Regione Campania, ndr) per recuperare date.

Che rapporto ha con la sua città?

È ovviamente un rapporto di amore e di odio. Non a caso questa zona la chiamavano Campania Felix, abbiamo la fortuna di vivere in un posto particolarmente piacevole, tra la città e il mare, i Monti Lattari, il Matese.

La città è molto cambiata dal primo Capitan Capitone.

Il Centro Storico di Napoli è diventato un cesso: è una specie di Luna Park, una distesa di friggitorie, pizzerie souvenir pacchiani. Non è la città dove sono cresciuto io. Qua una volta erano tutti artigiani, c’erano librerie e negozi di musica.

C’era anche più micro criminalità però.

Se prima li scippavano per strada, ora i turisti li scippano in pizzeria. A parte le provocazioni: affittare o comprare una casa è diventata un’impresa allucinante. Si doveva cercare una via di mezzo, di sicuro l’amministrazione avrebbe dovuto mettere una serie di paletti. Non l’hanno voluto o non l’hanno saputo fare.

Si suona ancora dal vivo?

Quando avevo 30 anni in questa zona c’erano nemmeno un terzo dei posti per bere che ci sono oggi. Si faceva musica dal vivo al Velvet, al Notting Hill, al Murat, al Mattone, nella stesa di locali di vico Paladino. Si suonava tutte le sere: scendevo col sassofono, suonavo da una parte e poi andavo in un altro locale, facevo un pezzo anche lì. Non è rimasto niente, si possono contare i posti. Ogni localino aperto in un basso mette al massimo la console con il dj o la playlist e finisce là. Abitando nel Centro Storico ho un osservatorio privilegiato.

In A pesce moscio torna su un altro leitmotiv della ciurma: l’alcol. Che in questo caso mortifica l’eros, l’appetito sessuale. In un’intervista diceva: “tutte le cose belle fanno male”.

Nel primo Capitone facemmo Amò, storia vera di una mia ex fidanzata che era un’alcolista. Quanto beveva! Mio padre faceva il piazzista di vini, faceva il rappresentante nei ristoranti, figuriamoci se posso avere un atteggiamento proibizionista. Ma la quantità di superalcolici che ci sono oggi … gli sciottini a un euro, tutte le volte ho visto le ambulanze che si portavano i ragazzini in coma etilico. La mia generazione si è distrutta con l’eroina, in Centro Storico stavano distese di siringhe. Le sostanze sono cambiate, perché con il reaganismo e lo yuppismo non si portava più farsi vedere buttati su una scala senza manco la forza di alzarsi. L’emergenza resta però.

A proposito di suo padre: è stato un partigiano.

Era partito da Napoli per andare in guerra in Jugoslavia e lì conobbe una ragazza titina, comunista, cominciò a leggere il Manifesto di Marx ed Engels. Dopo l’8 settembre (1943, data dell’armistizio, ndr) l’esercito divenne un esercito di sbandati e lui si ritrovò a Roma. Entrò nei GAP. Non ha mai chiesto la tessera dell’ANPI, li schifava: non ne voleva sapere niente di stare in un’associazione con i liberali, i cristiani, i monarchici.

E poi Delia arriva al Concertone del Primo Maggio e cambia il testo di Bella Ciao: “partigiano” è diventato “essere umano”.

Non si può sentire. Credo che negli anni ’90 dei centri sociali avrebbe cantato “partigiano” con tutto il suo peso, oggi non conviene più. Ma in primo luogo dico: non la cantare proprio, ma che bisogno c’è di cantare questa Bella Ciao, non è manco una bella canzone.

Non lo è?

Non mi è mai piaciuta, molto meglio Fischia il vento.

Perché è più comunista?

Ma no, è proprio più bella la melodia. Non c’è paragone, è più interessante sotto tutti i punti di vista. Bella Ciao l’ho sempre schifata. Anche Bandiera Rossa non mi è mai piaciuta, molto meglio L’Internazionale. Non so se Delia sarà stata consigliata, adesso comunque la conosciamo tutti. Se avesse cantato Bella Ciao senza cambiarla non avrebbe fatto notizia.

Ha mai suonato al Primo Maggio?

Ho l’onore di non essere mai stato invitato. È sempre stato questo, non lo è diventato adesso.

Perché?

Perché questo sono i sindacati. E io stavo in Autonomia Operaia. Riconosco che ci sono persone capaci all’interno, non c’è dubbio, ma dagli anni ’70 in poi sono cambiati, hanno cercato di mettere il cappello in testa alle lotte spontanee. Quando io avevo l’età dei ragazzini che vanno a sentire il Concertone, per noi tutto ciò che aveva successo era qualcosa da evitare: mi ricordo una contestazione feroce ad Alan Sorrenti a un Festival del Proletariato Giovanile di Licola, quando attaccò con Figli delle Stelle che all’epoca era prima in classifica sul palco arrivò di tutto. Era una posizione anche estrema e discutibile, però così sono riusciti a crescere progetti come quella degli Area. Oggi non credo avrebbero spazio: oggi un disco degli Squallor non verrebbe mai pubblicato.

 

 

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Perché?

Perché verrebbe accusato di essere maschilista, omofobo. Anche il terzo Capitone, per una sirena con le zizze da fuori sulla copertina era stato censurato, nella distribuzione digitale. È un’epoca molto dura questa, dal punto di vista del politically correct. Stiamo diventando tutti statunitensi, molto bigotti.

Non sono d’accordo: Tony Pitony vende molto e riempie palazzetti. Certo è un tema. Nel disco Lavorare stanca c’era una canzone che si intitolava Storia della musica popolare, in cui si metteva in discussione l’idea della musica che ascoltava il popolo, e quindi del popolo, da parte di certi osservatori e intellettuali. Cosa ascolta oggi il popolo?

Se si vuole sentire la musica popolare vera non si deve pensare ai festival, a quelli sul palco che fanno la tammurriata o la musica irlandese. Tutto bello ma non è quella la vera musica popolare. Bisogna camminare, andarsi a cercare i posti, scoprire che ci sono realtà in cui si conservano alcuni suoni che nel frattempo si sono comunque contaminati pure loro. Però qualche tempo fa in una festa popolare, ho visto un gruppo di ragazzi attorno al fuoco, arrostivano la salsiccia: da lontano sentivo solo il ritmo, pum pum pum, e pensavo stessero facendo una tammurriata. Ma avevano una cassa, era musica disco. Il suono era lo stesso.

Che significa?

È il suono della fatica, dell’alienazione. La musica tradizionale invece era una sorta di rito esorcizzante, come il Carnevale, una forma liberatoria, qualcosa che evitava il lettino dello psicologo.

E invece oggi cosa ascolta il popolo? Sal Da Vinci?

Quello non è il popolo, quella è la borghesia. Che avrebbe anche i mezzi per ascoltare qualcosa di più alto, e invece.

Con Lavorare Stanca vinse il Premio Tenco al miglior album in dialetto.

Una disgrazia: avevano spesato soltanto il vitto e l’alloggio per me, dovetti pagare i musicisti di tasca mia. Lascio immaginare dove si trova quella targa in casa mia.

Ha anche diretto “La Notte della Taranta”, che è diventato un evento enorme per tutto il territorio salentino.

Era la prima edizione, nel 1998. Mi ricordo che alle prove qualcuno ci chiese di togliere di mezzo la batteria, la tastiera, la chitarra elettrica. Lo presi da parte e gli dissi: ‘Ma tu a casa ce l’hai il frigorifero? E ce l’hai la lavatrice? Sei venuto a cavallo o con la macchina? E allora qual è il tuo problema con l’elettricità?’. Quando hanno visto tutta la gente sotto il palco hanno cambiato idea. Con il Capitone ci siamo tornati prima della pandemia.

Ha pubblicato anche con il quotidiano Il Manifesto: come nacque quella collaborazione?

Guglielmo Bizzelli è stato il primo a distribuire i cd in edicola. Cominciarono con una compilation: Materiale resistente. 8.000 lire mentre i dischi di solito costavano tra 18 e 20mila lire. In un periodo in cui la musica più o meno sperimentale, alternativa, o militante non raggiungeva le 10.000 copie arrivarono a 100.000 copie. All’epoca Il Manifesto aveva tantissimi lettori e i lettori si fidavano. Si resero conto che c’era una richiesta di musica venduta a prezzo politico e che la distribuzione in edicola era molto più efficiente di quella nei negozi. Con Viaggi fuori dai paraggi ho venduto 54mila copia, che oggi sarebbero almeno un Disco di Platino. È stata un’esperienza potentissima. Quando ho avuto la possibilità di investire nel mio lavoro ho deciso però di produrmi tutto io, come faceva Zappa. Per missaggio, mastering, per la distribuzione digitale oggi utilizzo anche l’intelligenza artificiale: è come quando è uscito il primo computer, bisogna imparare a utilizzarla.

Ma quali sono gli spazi per chi vuole cominciare oggi a fare musica?

C’è spazio nel mainstream, se fai la trafila tra contest e talent, se sei disposto a vendere il culo puoi diventare uno di quei polli da batteria che prendono e usano e gettano. Ma se fai musica da indipendente, fuori dal giro del pop, è un’altra storia: fino al 2000 c’è stata tutta la stagione dei centri sociali per cui se facevi un disco andavi a suonare dal Leon Cavallo fino al centro sociale più scrauso d’Italia.

E si formavano anche dei progetti, dei gruppi, in quegli ambienti?

Assolutamente sì, ma tutta quella stagione là non esiste più perché ormai i centri sociali sono supportati dalle amministrazioni comunali. Non esistono più com’erano intesi una volta, non esiste più quindi neanche una controcultura come una volta. C’è sempre più omologazione e credo che la pandemia abbia rappresentato una pietra tombale in questo senso. Di quel periodo di obblighi e di ordinanze cantiamo in È andato tutto bene.

Daniele Sepe
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“Parli di indipendenza in Palestina e poi di una mamma che cucina”, da Spritz e Rivoluzione, primo Capitone, resta una frase memorabile. Non dovrebbe valere soltanto per i cosiddetti radical chic però.

No, assolutamente. Anche il nuovo disco ha un tono sarcastico perché io odio la retorica di sinistra e per me anche l’antagonismo militante è conformismo.

Lo sguardo politico sul mondo resta centrale nella sua produzione e anche in questo album.

Cantiamo di tutto questo in Pape Satàn con una specie di lonfo alla Gigi Proietti, a un certo punto diciamo: t’abuff ne mentane, che non esiste ma si capisce. La questione fondamentale del mondo occidentale resta il plusvalore. Dallo smantellamento dell’IRI in poi la politica è diventata un’attività molto meno nobile: più che politici abbiamo degli amministratori di condominio che ratificano quello che viene deciso altrove. E la sinistra non ha intellettuali di riferimento da una ventina d’anni. Per decifrare qualcosa si deve osservare il mondo dell’industria e della finanza: qualcosa vorrà dire se la borsa sale o scende a seconda della guerra in Iran? Personalmente non voto dal referendum sul divorzio.

Si può campare di musica oggi senza andare in televisione ed entrare nel mainstream?

Io sono stato molto fortunato perché sono riuscito a vivere in un’epoca in cui ho potuto costruire, piantare un buon albero, ma non so se riuscirei a fare lo stesso incominciando oggi, se avessi 20 anni o 30 anni oggi. Ho la grande soddisfazione di campare della mia musica, faccio la vita del milionario rispetto a tanti colleghi che prendono dieci volte il mio cachet, stanno ovunque, sono incensati, stanno a guardare se è uscita una notizia su di loro o se il disco sta vendendo più di quell’altro che è peggio di loro. Ho una vita bellissima, ho un sacco di amici e non sono per forza musicisti, sono contentissimo. Scendo in questo momento da una barca a vela, no so se loro sanno cosa significa.

Nessun rimpianto?

Mi piacerebbe che si sentisse più musica bella, questo sì. Ma prima di Daniele Sepe c’è un sacco di gente.

Per esempio?

Sonny Rollins, Miles Davis, John Coltrane, Weather Report. Ma c’è tantissima musica bella. Per non parlare di quelli più giovani come Giovanni Truppi o Gianfranco Marziano. Ecco, se nella stessa posizione in cui sta Geolier adesso ci stesse Gianfranco Marziano sarei felicissimo.

 

 

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La ciurma di Capitan Capitone è composta da: EMILIA ZAMUNER – voce; SABBA – voce; NICOLA CASO – voce; ANDREA TARTAGLIA – voce; MARIO INSENGA – voce; ANTONELLO IANNOTTA – voce; CARMINE D’ANIELLO – voce; PAOLO ROMANO “SHAONE” – voce; ANNA TRANQUILLA NERI, NICLA FILANCIA, PASQUALE RUOCCO, GIANLUCA CAPURRO, ALESSANDRO MORLANDO;DONATO SCOTTO, PIERO DE ASMUNDIS – cori; ALESSANDRO MORLANDO – chitarre e chitarre elettriche; GENNARO PORCELLI – chitarra elettrica; FRANCO GIACOIA – chitarra elettrica; PAOLO ZAMUNER – piano e tastiere; CARLO PARENTE – organetto; GIANLUCA CAPURRO – basso elettrico; DAVIDE COSTAGLIOLA – basso elettrico; LORENZO MASTROGIUSEPPE – contrabbasso; ANTONELLO IANNOTTA – percussioni; DONATO SCOTTO DI MONACO – programmazione ritmiche elettroniche, batteria; PAOLO FORLINI – batteria; MARIO INSENGA – batteria; DANIELE SEPE – sax, flauti, tastiere, voce; Banda “Gennarino Capuozzo” diretta da Boris Kannagatti; Low Budget Orchestra di Napoli diretta da Boris Kannagatti; RINALDO PANZAROTTI – Baritono

9 Maggio 2026

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