L'incontro a Roma

Meloni riceve un altro gangster libico, a Roma arriva Dabaiba

Solo l’anno scorso, secondo i rapporti degli ispettori Onu che indagano sulla violazione dell’embargo sulle armi alla Libia, sono 64 i voli del Falcon dei nostri servizi segreti, che hanno fatto la spola tra Ciampino, Pratica di Mare e Mitiga

Esteri - di Luca Casarini

8 Maggio 2026 alle 19:30

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Meloni riceve un altro gangster libico, a Roma arriva Dabaiba

Che uno dei boss delle principali famiglie criminali libiche, incidentalmente anche capo del governo di Tripoli, quello “riconosciuto” dall’Occidente, sia a Roma per uno dei soliti incontri “d’affari” con esponenti del governo italiano, non può destare sorpresa. Solo l’anno scorso, secondo i rapporti degli ispettori Onu che indagano sulla violazione dell’embargo sulle armi alla Libia, sono 64 i voli del Falcon dei nostri servizi segreti, che hanno fatto la spola tra Ciampino, Pratica di Mare e Mitiga. Da aggiungere poi ci sono le passerelle del “Piano M” (non si dice il nome, in rispetto al sacrosanto divieto della famiglia del deputato dc e partigiano, usato dalla premier per “abbellire” i suoi piani neocoloniali in Africa).

Parlando di Dabaiba alias il presidente del governo libico della parte tripolitana, non si può d’altronde nemmeno omettere la sua caratteristica di boss più che di uomo delle “istituzioni”: lo scrivono nero su bianco le Nazioni Unite, nell’ultimo rapporto di Aprile. Il suo clan, uno dei più attivi, ha in mano il traffico di petrolio, gas, il controllo sulle compagnie di stato, trae profitti dal traffico di armi, e anche dal controllo e “pizzo” sul traffico di esseri umani, e sul suo opposto, cioè la cattura e il trattenimento anche in forma di schiavitù, delle donne, uomini e bambini migranti. Per questo ultimo ramo d’azienda, la famiglia Dbaibaba prende i soldi direttamente dall’Italia, attraverso il patto Italia Libia, intoccabile più che il gas russo o le sanzioni a Israele, e dall’Unione Europea, che su questo argomento, i mille modi per respingere esseri umani richiedenti asilo, ha avvicinato l’Europa a Orban e alla Meloni. Ma ieri Dabaiba andava a santificare anche un’altra fonte di finanziamento per il tesoretto di famiglia: il nuovo mega impianto Eni destinato al Campo petrolifero di Bouri, a 170 kilometri dalla costa libica. Ieri è infatti salpata da Ravenna l’imponente infrastruttura industriale offshore, una bestia da 5200 tonnellate alta 45 metri, progettata per intercettare non i migranti, ma il gas che fuoriesce dal pozzo sottomarino di Bouri, gas che oggi va in gran parte disperso o bruciato.

Un’operazione di questo tipo, che vale centinaia di milioni di euro, quanto produrrà in mazzette e tangenti per un clan che ha già dimostrato le sue capacità, occupando persino i vertici delle ormai cosiddette istituzioni libiche? Perché è chiaro ormai che quando si parla di Libia, non si può come si dice “separare il grano dall’oglio”. Chi come l’Eni, che è l’asse portante della politica estera italiana soprattutto in Africa, ha piani di sviluppo strategici in Libia, o in Egitto, deve avere a che fare con criminali della peggior specie, in particolare se riferiti alla violazione sistematica dei diritti umani. Fino a qui niente di nuovo. Che una grande compagnia dell’energia sia apripista per le relazioni diplomatiche di un paese come l’Italia, non è una novità, ci mancherebbe. Il problema sorge quando, proprio per accaparrarsi gli accordi di sfruttamento dei giacimenti, si sorvola, o addirittura si coprono, le atrocità commesse da questo o quel dittatore o boss. Ma la Libia fa veramente scuola, molto più dell’Egitto in questo senso. L’Egitto, retto da una giunta militare con a capo un assassino torturatore come Al -Sisi, e dove l’Eni ha la concessione per il più grande giacimento di gas del Mediterraneo, Zhor, situato nell’offshore di Shoruk e una miriade di altri, da Damietta a Nooros, da Baltimora W a Melehia, va bene così com’è per il piano neocoloniale italiano, con buona pace di Giulio Regeni, e della democrazia negata ad un intero popolo. Ma la Libia era veramente un “rompicapo”, anche per il rodato metodo classico. Fazioni, clan, tribù, due, tre governi in contemporanea, Cirenaica e Tripolitania e via così.

Il fattore “migranti” sembra essere stata la chiave di volta per instradare, e riconvertire alla “funzionalità geopolitica e strategica”, anche i rozzi metodi di bande di rubagalline troppo armati, o contrabbandieri di provincia che in un batter d’occhio si sono visti in mano una montagna di soldi senza nemmeno sapere come poterli gestire. Il primo passo è stato questo: gli accordi del patto Italia Libia, datati 2017. Varie task force dei nostri apparati hanno insegnato ai boss che di soldi se ne potevano fare a palate e soprattutto al sicuro, prendendosi le istituzioni, diventando cioè “Stato”. E così l’intreccio tra programmi di “cooperazione” per la creazione di una cosiddetta “guardia costiera libica”, alla quale far arruolare i soldati delle varie milizie, la costruzione, illegale ed illegittima, di un “piano SAR” libico, studiato e scritto a Roma e depositato all’IMO dal presidente di turno, prima che avesse il sopravvento Dabaiba, il clan vincente, e poi il fiume di milioni di euro in moneta sonante e mezzi a patto della cattura e trattenimento di migranti, hanno rovesciato il piano: la Libia è diventata un “giocattolo” prezioso, la punta di diamante della politica estera italiana sull’accaparramento di risorse del continente africano. Per fare tutto questo serviva la spinta ideale “della difesa dei confini della nazione”. E dunque, non è che si chiuda un occhio sulle atrocità che vengono commesse contro esseri umani, migliaia e migliaia, in ragione di interessi come il petrolio o il gas. No, è quel sistema, costruito per far commettere atrocità ad altri in nome nostro, che oggi garantisce anche l’Eni e i suoi rapporti in Libia.

Quando all’epoca Minniti i parlamentari del PD vicini a lui difendevano la ragione pattizia con la Libia in nome di un “progressivo sviluppo di quel paese verso una stabilizzazione democratica”, non credo potessero pensare a ciò che invece da lì, da quei patti, è nato: un sistema criminale che blocca qualsiasi sviluppo democratico possibile in Libia, e le prime vittime di questo sono proprio i cittadini e le cittadine libici. Ma la Libia è intoccabile: per quale paese si è mai visto l’intero Copasir, il Comitato di controllo sull’attività dei servizi segreti, recarsi in visita ad un governo estero peraltro coinvolto nella sottrazione alla cattura di un pericoloso criminale come Almasri? Visto che quella delegazione era presieduta da un autorevole esponente del PD, Guerini, potrebbe lui stesso spiegare come mai non è stata chiesta una ispezione ai lager dove vengono torturati ed uccisi innocenti in nome e per conto della difesa dei confini. Italiani ed Europei.

8 Maggio 2026

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