L'ordinanza del sindaco Manfredi
Scuole chiuse a Napoli per “allerta Papa”: per la visita di Leone a pagare sono sempre le famiglie…
Cronaca - di Giulia Milanese
La chiusura di tutte le scuole di Napoli per la visita del Papa, venerdì 8 maggio, più che una misura organizzativa sembra l’ennesima scorciatoia presa sulla pelle della popolazione. Perché all’inizio l’idea — già discutibile — era almeno circoscritta: chiudere solo nelle Municipalità coinvolte dal percorso (1, 2 e 4 ndr). Poi, puntuale, arriva la richiesta dei sindacati e all’improvviso l’estensione diventa totale con l’ordinanza del sindaco Gaetano Manfredi chiude tutte le scuole. Una soluzione lineare, certo, a tutela della mobilità del personale della pubblica amministrazione. Ma c’è un dettaglio minuscolo che sfugge ogni volta: fuori da quella tutela resta un pezzo enorme di città. Le famiglie. Le madri che lavorano. Le partite IVA. Chi nel privato non può chiamarsi fuori con un’ordinanza. Tutti quelli che, venerdì mattina, non sanno letteralmente dove mettere i figli.
E se provi a dirlo, se fai notare che forse chiudere tutto per la visita di un Capo di Stato estero appare un pelo sovradimensionato subito arriva la sentenza: “la scuola non è un parcheggio”, detto con quel tono tra il moralista e il distratto, tipico di una narrazione pronta a ricordarci che bisogna arrangiarsi senza disturbare troppo il sistema. Ma la verità è un’altra, quando inizieremo a dirlo senza ipocrisie? La scuola è il primo presidio di welfare di questo Paese. Lo è nei fatti, ogni giorno. Tiene insieme i tempi di vita e di lavoro, permette alle famiglie di esistere come tali, garantisce stabilità dove lo Stato spesso arretra.
Non sono i genitori a considerare la scuola un parcheggio, sono piuttosto certe scelte amministrative a trattarla come qualcosa di sacrificabile: la prima cosa che si chiude, la più semplice da sospendere, l’ultima di cui preoccuparsi davvero. Perché è più facile fermare le scuole che organizzare seriamente un evento. In questo caso, poi, il paradosso è evidente: si blocca un’intera città — oltre un milione di persone — per una visita che inizierà alle 15:15, in pieno pomeriggio. È legittimo chiedersi quale impatto reale avrebbe avuto sul traffico della mattinata e se fosse davvero necessario ricorrere a una misura così drastica, o se si sia scelta, ancora una volta, la soluzione più comoda?
Ma il punto vero, alla fine, è sempre uno: chi rappresenta le famiglie, il tessuto vero della società, quando si prendono queste decisioni? Chi porta davvero dentro il processo decisionale il peso quotidiano di chi lavora, organizza, incastra orari, cerca soluzioni? Perché mentre esistono rappresentanze forti e strutturate per molte categorie, le famiglie restano sempre sullo sfondo, e allora la domanda diventa inevitabile: ma un sindacato dei genitori, quando?