Il caso Minetti
Se il caso Minetti spiega il giornalismo scandalistico che travolge i diritti di un bambino: l’attacco a Mattarella e alla famiglia Berlusconi
Esiste una convenzione internazionale, sottoscritta dall’Italia, che non solo giustifica ma quasi “impone” la grazia “nell’interesse preminente del bambino”. Ma la stampa ormai non ha più etica o diritto: è solo battaglia politica nel fango
Politica - di Piero Sansonetti
Penso che il modo nel quale in questi giorni sono stati trattati, dai giornali italiani, i diritti del figlio di Nicole Minetti sia un modo davvero indecente. È stato mostrato il massimo disprezzo per i diritti del bambino, sono state violate le convenzioni internazionali, sono state usate fonti inattendibili per diffondere notizie false e infamanti. Abbiamo assistito alla peggior esibizione del giornalismo concepito come semplice strumento di propaganda e di lotta politica. In questa occasione il bersaglio della lotta politica era il presidente Mattarella. L’arma usata per colpirlo, senza preoccupazioni, è stato un bambino di otto anni.
Esiste una convenzione internazionale ratificata dall’Onu nel 1989 e dall’Italia nel 1991 che si chiama “Convention on the Rights of the Child”. Ne trascrivo parte di due articoli perché probabilmente nessuno dei giornalisti che sono scesi in campo in questa battaglia li conosce:
Art 3: In tutte le decisioni relative ai fanciulli (…) l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente.
Art.23 : Gli Stati riconoscono che i fanciulli handicappati devono condurre una vita piena e decente, (…) e beneficiare di cure speciali; e garantiscono (…) a coloro i quali ne hanno la custodia, un aiuto adeguato.
Potrei citare altri passi di questa convenzione ma non voglio annoiarvi. Mi sembrano sufficienti le poche frasi che ho scritto, le quali spiegano molto bene il motivo per il quale è stata concessa la grazia a Nicole Minetti: per permetterle di accudire il bambino e di rispettare i suoi diritti che altrimenti sarebbero stati violati. Naturalmente sarebbe opportuno, da parte dello Stato Italiano, prendere atto della legittimità piena della decisione di Mattarella, che concedendo la grazia ha difeso i diritti del bambino ad essere curato e accudito, ed estendere a moltissimi altri bambini i diritti garantiti dalla Convenzione. A partire, tanto per fare un esempio, dall’abolizione di quella disposizione infame del decreto sicurezza che cancella il diritto di differimento della pena per le madri di bambini piccoli. E forse sarebbe anche giusto- se possiamo permetterci – che il presidente Mattarella decidesse di concedere “motu proprio” la grazia a tutte quelle mamme che stanno in prigione e hanno dovuto abbandonare i figlioletti o addirittura hanno dovuto portarli con sé in prigione. Immagino lo scandalo che solleverebbero i giornali di destra se Mattarella facesse uscire dalle celle qualche decina di donne rom, magari imprigionate perché accusate di borseggio. Purtroppo è così. È molto difficile trovare dei giornali che difendano dei principi assoluti. Di solito difendono solo i principi che danneggiano quelli che considerano avversari. Pronti a cambiare principi, anche in giornata, se la situazione cambia. E comunque tutti, compatti, infischiandosene altamente dei diritti dei bambini.
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Ora per fortuna il caso Minetti sembra chiuso. Dall’Uruguay sono arrivati i chiarimenti, si è accertato che l’adozione è stata assolutamente regolare e siccome il motivo della grazia era la protezione del bambino regolarmente adottato non ci sono più argomenti sui quali scannarsi. Lo stesso Sigfrido Ranucci, diamogliene atto, ha chiesto pubblicamente scusa per la notizia falsa che aveva presentato in Tv sulla visita del ministro Nordio al ranch del compagno di Nicole Minetti. Non credo neanche che Ranucci sia particolarmente colpevole. Si è solo fatto trascinare dal nuovo corso del giornalismo che non ritiene che le notizie debbano essere verificate, ma immagina che sia sufficiente che qualcuno le fornisca. Da qui dovrebbe partire una riflessione seria sulla piega che sta prendendo il giornalismo italiano. È in atto da diverso tempo un divorzio tra giornalismo e informazione. E questo non danneggia soltanto il giornalismo, che sta perdendo a rotta di collo la sua qualità, ma è una ferita mortale al livello civile dello spirito pubblico. Io vedo che spesso, e da settori diversi dello schieramento politico, ci si lamenta per il dilagare del populismo. Ma il populismo non nasce e non vive in provetta. Si alimenta e si estende attraverso il sistema della comunicazione e dell’informazione. È vero che i social stanno contribuendo alla creazione di una bolla gigantesca di disinformazione e di odio. I social, anche i social, sono trascinati dal giornalismo e dai metodi con il quale il giornalismo si fa spazio nel mercato. È stato il mercato – incontrollato, non governato, allo stato brado – a dare il via libera e ad incentivare il giornalismo scandalistico. È stato il mercato a stabilire la legge secondo la quale una notizia non è vera o falsa (questo conta poco) ma è indovinata o sbagliata. Cioè può essere di successo o non di successo, ed è il successo a darle un valore, non la sua vicinanza al vero o la sua portata sociale o storica. Di questa degenerazione non mi pare ci si renda conto. Il sistema – dominato dalla magistratura, dalla politica, dai grandi poteri economici – apprezza questa degenerazione e immagina che sia l’unica via per opporsi alla dittatura dei social e, tra poco, dell’intelligenza artificiale. E quando il sistema è compatto, ogni opposizione viene spazzata via.
In questo caso, come è nato lo scandalo Minetti? È nato dalla politica. Una parte del mondo politico, essenzialmente di destra, è preoccupato – soprattutto dopo il referendum – per l’indebolimento della maggioranza di governo e in particolare per la perdita di consensi della sua leader, che ne rappresenta l’anima e anche il corpo. Teme sfrangiamenti. In particolare è presa dal panico per il rischio della discesa in campo della famiglia Berlusconi. La destra è ancora molto segnata dalla traccia profondissima che ha lasciato Berlusconi. È lui che l’ha modellata, è lui che le ha dato una politica, è lui che ha costruito il suo sistema di potere. La morte di Berlusconi era stata vista come una specie di rinascita e di rifondazione. Il timore di un ritorno, di una ripresa liberale guidata dai figli del cavaliere, scompagina tutti i disegni. Bisogna reagire, si sono detti. In modo diretto? Impossibile. Si verrebbe sconfitti. Allora si fa un giro largo. In queste settimane è stato Il Fatto Quotidiano che si è incaricato di guidare la battaglia. Sia con un fuoco di sbarramento sul Pd, e in genere sul Campo largo, giudicato inadatto a governare. Sia con il bombardamento del Quirinale, perché è proprio Sergio Mattarella considerato l’uomo più pericoloso e quello che potrebbe mandare a gambe all’aria la destra meloniana. L’idea credo che fosse addirittura quella di spingere Mattarella alle dimissioni, per poter eleggere il nuovo presidente con la maggioranza di destra di questo parlamento, che difficilmente sarà replicata nel prossimo. Questa parte del progetto sembra però che sia finita male. Anche se non bisogna sottovalutare i possibili colpi di coda. La seconda parte del progetto resta in piedi: la campagna per evitare una capriola della destra è in pieno corso, e se per combatterla bisognerà travolgere qualche altro bambino, vedrete che nessuno si scandalizzerà.