Il caso Minetti per azzoppare il Quirinale
Caso Minetti, Travaglio esce allo scoperto: l’obiettivo è colpire Mattarella
Il Fatto si autodenuncia: il giornalista tuona contro Mattarella, accusandolo di voler staccare FI dalla destra e rilanciare le larghe intese dopo le elezioni
Politica - di David Romoli
Dal punto di vista giudiziario il caso della grazia per Nicole Minetti è ancora avvolto dall’incertezza. Dal punto di vista politico non più: fondate o meno che siano le ricostruzioni che segnalano irregolarità e bugie nel dossier accompagnato alla richiesta di grazia il caso è usato per prendere di mira Sergio Mattarella. A chiarire le cose è il direttore della stessa testata che ha prima montato lo scandalo poi, con un’indagine telefonica Italia-Uruguay, denunciato gli inganni, Il Fatto. Nell’editoriale forse più descamisado della sua carriera Travaglio mette in guardia dal rischio di prendersela solo con Nordio e con la sua ex capo di gabinetto già dimissionata Bartolozzi. Hanno tutte le loro colpe, a differenza della Procura di Milano che pur essendo la prima e principale responsabile degli eventuali peccati di superficialità non viene neppure nominata. Però il bersaglio grosso è un altro, è il presidente della Repubblica e non solo per essere lui il decisore di ultima istanza che ha deciso di dispensare la grazia. Questo, tutto sommato, sarebbe nelle regole del gioco, anche se di un gioco piuttosto sporco.
Ma gli addebiti sono anche e in realtà soprattutto altri: l’aver partecipato ai funerali di Stato di Silvio Berlusconi, l’aver nominato Cavaliere del Lavoro sua figlia Marina. L’accusa è quella di cospirare, alla testa del “lato oscuro del potere” per staccare FI dalla destra e fare così fuori, giocando la carta Silvia Salis, “leader incontrollabili come Conte o Schlein”. È un’accusa molto pesante ed è anche alquanto sgangherata. Non si capisce infatti perché salvare dall’affidamento ai servizi sociali Minetti dovrebbe essere elemento decisivo, o anche solo incisivo, in una manovra politica così ambiziosa. Comunque le vittime, Conte e Schlein, avrebbero gioco facilissimo nel bloccarla concordando con la maggioranza una legge elettorale meno estrema e meno confusionaria di quella proposta dalla maggioranza ma pur sempre tale da impedire il pareggio.
La realtà è che un’intera area politico-giornalistica finge di difendersi dal complotto dell’oscuro signore Sergio Mattarella ma mira invece ad indebolirlo e se possibile azzopparlo preventivamente proprio in vista dello scenario che potrebbe verificarsi subito dopo le elezioni. Se si voterà con questa legge il pareggio è infatti l’esito più probabile. In quel caso il Quirinale tornerebbe a essere non per la prima volta il perno di ogni possibile equilibrio politico e indebolire drasticamente l’uomo che incarna quella istituzione oggi è propedeutico al tentativo di condizionarlo e impastoiarlo domani.
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C’è un motivo in più, non certo secondario, per colpire il capo dello Stato. C’è in Italia un’area potente e trasversale che tollera con sempre più palese insofferenza lo schieramento radicale dell’Italia a fianco dell’Ucraina. Il vero leader del fronte che invece non vuole allontanarsi neppure di un centimetro da Kiev è il capo dello Stato, molto più della stessa Meloni. Provare a spostare la linea dell’Italia senza aver preventivamente messo il presidente nell’angolo è letteralmente impossibile. Dunque forse non è una coincidenza se a fianco dell’editoriale anti Mattarella lo stesso quotidiano sfodera in prima pagina un’intervista al giornalista tv russo noto per aver coperto di insulti in cattivo italiano e pessime modalità Giorgia Meloni, la “PuttaMeloni traditrice”. Non è neppure escluso che anche aree di destra convergano nel tentativo di accerchiare il Colle, un po’ per staccare l’Italia da Kiev, un po’ inseguendo la chimera di costringere il presidente alle dimissioni in modo da eleggere il suo successore in questa legislatura, con la forza della destra preponderante. La campagna ormai non più dissimulata contro Mattarella, tanto esplicita da spingere lo stesso presidente dei senatori Pd Boccia a dire che bisogna difendere il presidente, prende solo spunto dal caso Minetti. Anche ove non emergessero irregolarità sensibili dal dossier che sosteneva la richiesta di grazia, il solo averla concessa alla reproba berlusconiana resterebbe come non aggirabile e sempiterno capo d’accusa. Ma certo la verifica o meno delle accuse mosse dal quotidiano di Travaglio ma riprese poi da tutta l’area limitrofa è essenziale e del resto è quella la linea del Piave scelta da Giorgia Meloni. Esclude infatti dimissioni di Nordio “al momento”. Cioè si lascia aperta la porta per ripensarci a seconda di cosa emergerà dall’inchiesta della procura generale di Milano, in enorme difficoltà perché è dal suo parere positivo che è derivata la decisione di Mattarella per interposto ministero della Giustizia.
Alcune irregolarità nell’adozione sono probabili ma bisognerà valutarne il peso e la gravità. La prima avvocatessa che ha seguito l’adozione dichiara per esempio che i genitori biologici del bambino “lo avevano abbandonato molti anni prima” e non hanno mai risposto ai “numerosi tentativi di contattarli”. La vicenda nel complesso non poteva essere ricostruita guardando solo all’Italia, come ha fatto la Procura generale di Milano, ma neppure con un paio di telefonate da Roma all’Uruguay, come nell’inchiesta che ha dato fuoco alla polveriera. L’impossibilità della procura di approfondire in seguito a un limite imposto dal ministero della Giustizia è smentita dal viceministro della Giustizia Sisto: “È una balla spaziale. Noi non diamo limiti. Non c’è nessun perimetro”. La presenza di irregolarità non accertate dalla procura sarebbe comunque insufficiente per azzoppare il presidente adoperando la sua firma in calce a quella grazia. Anche per questo un tam tam ben poco sotterraneo allude a episodi molto più torbidi e tragici, chiamando in causa l’ormai immancabile Epstein, presunti giri di prostituzione, ombre di pedofilia. Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report si è lanciato con troppo impeto, alludendo in tv a un soggiorno del ministro Nordio nella villa di Minetti e del suo compagno Giuseppe Cipriani in Uruguay, nel marzo scorso. Il giornalista si affidava a “sue fonti da verificare”. Il ministro ha telefonato in diretta tv e ha decisamente negato. Ranucci si è difeso ricordando che lui aveva pur detto che la notizia-bomba era “da verificare”. Dopo averla fatta esplodere però. Non prima come sembrerebbe doveroso fare.