Le conseguenze della guerra
Petrolio alle stelle, prezzi più alti dallo scoppio della guerra in Ucraina: “no” dal G7 al rilascio delle riserve strategiche
Greggio alle stelle, borse in picchiata. Sono i due fronti, opposti ma strettamente collegati, che stanno mandando in tilt le economie del pianeta.
Effetti ovviamente della guerra in Iran scatenata da Stati Uniti ed Israele il 28 febbraio scorso e che ha portato alla chiusura dello stretto di Hormuz, crocevia fondamentale per il trasporto dell’”oro nero” e del gas Gnl dai Paesi del Golfo al resto del mondo.
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Nella notte tra domenica e lunedì le quotazioni del petrolio sono schizzate a 120 dollari al barile: si tratta della cifra più alta dai primi mesi della guerra in Ucraina, quando sui mercati il timore era quello di rischiare di fare a meno del petrolio russo, facendo schizzare alle stelle il suo costo. Oggi le ragioni sono sostanzialmente le stesse, ovvero la prospettiva che la guerra in Medio Oriente duri ancora a lungo, con la conseguente interruzione della produzione e del traffico di petrolio dai Paesi del Golfo Persico all’estero.
E se gran parte del petrolio che passa dallo stretto di Hormuz è diretto verso l’Asia, con la Cina primo acquirente, l’aumento delle quotazioni sul mercato colpisce invece tutti i Paesi allo stesso modo. Non aiuta inoltre la decisione da parte dei Paesi dell’Opec, il gruppo che riunisce i maggiori produttori al mondo di petrolio, di sospendere parzialmente la produzione: l’Iraq, per fare un esempio, ha ridotto la sua produzione di “oro nero” di due terzi. Carico da novanta lo ha aggiunto inoltre Israele, che domenica nel tentativo di dare una ennesima spallata al regime iraniano ha colpito numerosi depositi di petrolio e carburante nella Repubblica Islamica.
Una situazione che rischia di scivolare e di portare il pianeta in una crisi da anni Settanta, forse anche peggiore viste le dimensioni attuali del mercato. Un’analisi a dir poco allarmistica del Wall Street Journal sottolinea oggi che quella attuale è la più grande interruzione delle forniture di petrolio mai vista in termini di quantità di barili di cui il mercato sta facendo a meno ogni giorno.
Di fronte a questo scenario, anche a Roma qualcosa si muove. Per frenare la corsa al rialzo del prezzo della benzina, che in alcuni casi ha già superato la soglia dei due euro al litro, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra voler rispondere positivamente all’appello delle opposizioni per riattivare il meccanismo delle accise mobili, previsto già dal 2023. Il tema, infatti, potrebbe approdare già nel Consiglio dei ministri di martedì 10 marzo per una prima modifica dei parametri dell’attuale norma, fermo restando la definizione delle necessarie coperture.
“Stiamo valutando di attivare il meccanismo delle cosiddette accise mobili”, ha fatto sapere la premier in un messaggio sui social in cui ha promesso l’impegno dell’esecutivo per “mitigare il più possibile le conseguenze del conflitto per i cittadini e la nostra nazione”.
A livello globale la risposta, come riporta il Financial Times, prevedrebbe da parte dei Paesi del G7 una misura di emergenza: il rilascio comune e coordinato delle riserve strategiche. Una decisione già presa in passato dopo l’invasione dell’Ucraina e che coinvolgerebbe anche l’Agenzia internazionale per l’energia. Secondo il quotidiano tre Paesi, fra cui gli Stati Uniti, sarebbero già d’accordo con la decisione: Washington in particolare sarebbe orientata per un rilascio comune di una quantità fra ai 300 e i 400 milioni di barili, circa il 25-30% del totale delle riserve.
Ipotesi che per il momento resta chiusa in un cassetto. Lo ha spiegato al termine di una riunione tra i ministri delle Finanze dei paesi del G7 e l’Agenzia Internazionale dell’Energia il ministro francese Roland Lescure. Quest’ultimo ha infatti sottolineato che “non siamo ancora arrivati a quel punto”, pur spiegando che utilizzare le riserve di petrolio d’emergenza rimane comunque un’opzione.