80esimo Premio Strega

È uno Strega contro il nichilismo: l’alt dei 12 scrittori finalisti al Premio, nel segno di Simone Weil

Da Raimo a Pierantozzi, c’è un fil rouge che lega insieme i romanzi dei finalisti, ed è una nuova attitudine a non parlarsi addosso, a non negare il tragico senza però lasciarsene travolgere

Cultura - di Filippo La Porta

30 Aprile 2026 alle 11:00

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È uno Strega contro il nichilismo: l’alt dei 12 scrittori finalisti al Premio, nel segno di Simone Weil

Forse i titoli della dozzina dello Strega, scelti dal comitato, non sono i migliori libri della letteratura italiana contemporanea. Ma costituiscono un buon test per saggiarne lo stato di salute. Li ho presentati in un teatro di Latina – dentro la bella rassegna “Lievito” – dialogando pubblicamente con i loro autori. Prima considerazione: ogni volta ci si chiede se esista un denominatore comune, una tendenza, un genere letterario privilegiato. E ogni volta la nostra inesauribile immaginazione critica ne trova qualcuno, ma credo che dobbiamo rassegnarci: ormai da trent’anni l’ibridazione resta il marchio della nostra narrativa. Anzitutto perché questa narrativa vive in un ecosistema culturale liquido, dove i confini tra generi, linguaggi, registri e forme di discorso sono diventati porosi. L’ibridazione non è insomma un effetto di moda ma una risposta alle trasformazioni del presente. Poi perché la letteratura italiana dai tempi della Crestomazia della prosa di Leopardi – due secoli fa – presenta una forte eterogeneità (il romanzo è solo una delle tante configurazioni della prosa).

Dunque frammentazione e mescolanza. Probabilmente c’è una lieve contrazione della autofiction, il genere dominante degli ultimi due decenni, lanciato sontuosamente da Troppi paradisi di Walter Siti del 2006, una autobiografia finta, che mescolava saggio, romanzo e confessione personale. Benché questo genere abbia prodotto alcuni esiti rilevanti, la mia impressione è che tenda a esprimere una carenza di immaginazione: dal momento che non si sanno più inventare personaggi lo scrittore mette in scena se stesso, o un alter ego molto somigliante! Pensate se Dickens ci avesse offerto solo la propria autofiction al posto di creare decine e decine di personaggi! La storia della letteratura avrebbe avuto una significativa contrazione. Come accennavo, la dozzina attuale dello Strega non tanto segnala la ripresa del romanzo puro quanto conferma la pluralità e varietà di generi letterari. Troviamo infatti, accanto al romanzo-romanzo, anche il romanzo di idee, la biografia romanzata, la fiaba, il romanzo-inchiesta, il memoir, il lessico famigliare… Come alla morte di Dio è seguito non l’ateismo ma il politeismo così alla presunta morte del romanzo tradizionale segue un politeismo di generi letterari. I temi? Beh, i temi sono sempre gli stessi, quelli che attraversano il dibattito contemporaneo, quelli esibiti ossessivamente in ogni social, insomma la narrativa attuale è anche una specie di enciclopedia culturale del presente, un dizionario di voci che accompagnano la nostra esperienza quotidiana: identità e metamorfosi, memoria culturale e ragioni della rivolta, migrazione e radicamento, rapporti di potere e bisogno di riconoscimento sociale, l’infanzia in un mondo senza cuore…Scorriamoli velocemente.

Maria Attanasio, La rosa inversa (Sellerio), Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia (Quodlibet). Teresa Ciabatti, Donnaregina (Mondadori), Mauro Covacich, Lina e il sasso (La nave di Teseo) Michele Mari, I convitati di pietra (Einaudi), Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli), Alcide Pierantozzi, Lo sbilico, Bianca Pitzorno, La sonnambula, Christian Raimo, L’invenzione del colore (Nave), Elena Rui, Vedove di Camus (Orma), Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca, Marco Vichi, Occhi di bambina (Guanda). I miei titoli preferiti? Per ragioni diverse, e in ordine non del tutto casuale: Pierantozzi (una lingua meravigliosamente espressiva per dire il disagio di stare al mondo, lo “sbilico” della psicosi dell’utopia del disfarsi nella luce), Rui (un denso ritratto di Camus attraverso l’indagine finissima delle sue molte relazioni sentimentali e una prosa a tratti liricheggiante), Mari (uno stile raffinatissimo, iperletterario per esprimere ossessioni e demoni non letterari), Cavazzoni (ritratto malinconico e stralunato di un amico da poco scomparso, per ritrovare con lui una idea “fraterna” di letteratura), Ciabatti (l’incontro-scontro di una scrittrice con l’altro, per individuare una radice comune nell’umano), Nucci (ci fa trascorrere le giornate in compagnia di Platone: basterebbe questo!), Raimo (attraverso il padre, chimico della Technicolor racconta un pezzo di storia italiana, ma anche i propri amori, come negli Anni di Ernaux), Covacich (entra nella testa e nel cuore di una bambina down, che destabilizza tutte le relazioni intorno a lei mostrandone la verità).

Infine, se proprio dovessi trovare un tema unificante, una tonalità comune, mi verrebbe da ipotizzare una reazione al nichilismo cupo e uniforme dei nostri anni, a una certa letteratura del trauma che rischia di diventare manieristica, alla visione gnostico-apocalittica propria di spiriti finissimi ma indubbiamente menagrami, e involontariamente comici, come Cioran. Intendiamoci: nessun intento edificante, nessuna retorica buonista. Ma in tutti, o quasi tutti, questi libri, circola il motivo dell’amore, della grazia, della luce, di una purezza balenante ma altrettanto solida dell’orrore, di un paradiso mancato per poco eppure sempre lì (visibile a sprazzi dentro l’inferno del presente), del nostro destino di felicità (anche se qualcosa indubbiamente deve essere andato storto), di una possibile redenzione o rinascita. Certo Camus e la luce meridiana, pur nel disincanto: “Dovessi scrivere io un trattato di morale, avrebbe cento pagine, novantanove delle quali assolutamente bianche. Sull’ultima, poi, scriverei: ‘Conosco un solo dovere, ed è quello di amare’. A tutto il resto dico no. Dico no con tutte le mie forze” (Camus, Taccuini, citazione da cui prende le mosse Vedove di Camus. Ma direi proprio Simone Weil, presente in ben due romanzi, potrebbe essere il nume segretamente ispiratore di questa narrativa. Senso del tragico ma non cedimento al nichilismo, pensiero dolorante ma non disperante. Come dice splendidamente un aforisma della Weil, il maggior filosofo del ‘900, pensatrice radicale e mistica cartesiana: “Dire che il mondo non vale nulla ed esibire come prova il male non ha senso. Se il mondo non vale nulla di cosa ci priva il male?”

 

 

30 Aprile 2026

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