L'addio a 95 anni
Chi era Biagio De Giovanni: uno dei maggiori intellettuali dei quali abbia disposto la sinistra
Vedeva la politica come conflitto, lotta e riforme, ma non la concepiva al di fuori dei principi e del sapere. A differenza anche di grandi intellettuali e saggisti suoi contemporanei non è stato mai neppure sfiorato dal vizio dell’opportunismo
Politica - di Piero Sansonetti
È morto Biagio De Giovanni. Aveva 95 anni. È stato uno dei più robusti filosofi della politica del dopoguerra italiano. Per me è un grande dolore la sua morte. Non lo sentivo da qualche anno. Sapevo che stava male. Eravamo anche su posizioni politiche molto diverse. Però per me Biagio è stato uno dei maggiori intellettuali dei quali abbia disposto la sinistra negli ultimi cinquant’anni. Il pensiero era limpido, totalmente libero. Il suo rapporto con la politica era molto intenso ma conflittuale. Non potevi inquadrarlo in uno schema, in una corrente. Lui considerava la politica il precipitato del mondo delle idee e anche delle teorie. Amava Hegel e anche Gramsci e Marx, ma amava Giovanni Gentile. Vedeva la politica come conflitto, lotta e riforme, ma non la concepiva al di fuori dei principi e del sapere. A differenza anche di grandi intellettuali e saggisti suoi contemporanei non è stato mai neppure sfiorato dal vizio dell’opportunismo. Nemmeno da quel tipo di opportunismo, dignitosissimo, che era la prudenza o la ragion di partito. E che forse è stato il limite di una generazione eccezionale di intellettuali di sinistra.
Ho collaborato con lui durante gli anni nei quali ho diretto il Riformista. Molto intensamente. Non solo chiedendo e ricevendo i suoi articoli, sempre lucidissimi, sempre profondi. Ma anche consultandomi, chiedendo consigli. Biagio non era solo coltissimo, era molto generoso e umanamente dolcissimo. Mi ha raccontato tanti aneddoti molto suggestivi della sua vita. Anche di quando, molto giovane, rimase orfano di padre, e del suo rapporto affettuosissimo e talvolta anche un po’ comico con la madre. Come quella volta che scovò un sospetto Caravaggio, che poi si rivelò autentico, ma sua madre e suo zio non ci credevano e glielo fecero scambiare con una Giulia Alfa Romeo 1600. Dall’invasione dell’Ucraina in poi ci siamo trovati in forte dissenso. Lo sapete, sono pacifista al 100 per cento. Lui invece era schierato al 100 per cento con la resistenza e con Zelensky. Perciò interruppe la collaborazione. Che però riprese, con l’Unità – spiegandomi che comunque sarebbe stato un atto unico – in occasione dell’anniversario della morte di Palmiro Togliatti. Il perché di quell’eccezione ve lo spiego subito.
Nel 1989, agosto, esisteva ancora il Pci. Il 21 agosto cadeva il venticinquesimo anniversario della morte di Togliatti. Che l’Unità ogni anno celebrava con pompa e fasti. “Celebrava” è la parola giusta. Quell’anno il direttore era in vacanza in barca (D’Alema) irraggiungibile. Renzo Foa (condirettore) ed io e Giancarlo Bosetti (vicedirettori) decidemmo di fare un colpo giornalistico. Anziché celebrare, criticare. Con Renzo decidemmo il titolo: “C’erano una volta Togliatti e il socialismo reale”. Poi chiamammo Biagio che subito accettò di scrivere contro “il migliore” e approvò il nostro titolo. Articolo perfetto, modernissimo, geniale. Che anticipava in modo magistrale la caduta del muro di Berlino, che sarebbe avvenuta, inaspettata, tre mesi dopo. Pubblicammo il suo articolo in prima pagina. Il giorno dopo l’infermo. L’intero gruppo dirigente del Pci in rivolta. Dai miglioristi di Napolitano e Macaluso (e Biagio era un migliorista) alla sinistra di Ingrao, passando anche per i giovani, Mussi, Veltroni e tanti altri. Noi ci chiudemmo nel fortino. Credo che D’Alema in qualche modo ci difese. Da allora fummo considerati poco affidabili, e la carriera politica di Biagio fu conclusa. Anche se pochi mesi dopo Occhetto sciolse il Pci. Cioè, sebbene l’articolo di Biagio fosse indiscutibilmente giusto e premonitore. Non fu mai perdonato per qual sacrilegio.
L’articolo di allora lo ripubblichiamo. Perché era un capolavoro. E io, chiudendo queste righe, non posso nascondere che penso di dovere moltissimo a Biagio. È stato maestro. Anche se lui era un riformista spinto, e io riformista classico non lo sono mai stato.