10 anni fa la scomparsa dell'ex pci

Nostalgia di Pietro Ingrao, il militante dell’incompiuto

Riflettere sulla sua figura è riflettere sulla tecnocrazia globale che amplia il divario tra poveri e ricchi. Ci ha insegnato che un’altra società è possibile e va inseguita con tenacia

Politica - di David Tozzo

11 Novembre 2025 alle 12:15

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Nostalgia di Pietro Ingrao, il militante dell’incompiuto

A dieci anni dalla scomparsa e centodieci dalla nascita di Pietro Ingrao, dopo una prima tappa dedicata ad Alexander Langer a giugno scorso, il 13 novembre il Senato ospiterà il secondo dei due convegni “Dalla Terra alla Luna”, promossi da Alleanza Verdi e Sinistra. Non una commemorazione, ma una coelaborazione, un laboratorio di politica e di studio: perché ricordare Ingrao, oggi, significa interrogarsi sul senso della sinistra nell’epoca del controllo e dell’oblio, dell’intelligenza artificiale e della follia globale, quando la velocità del calcolo sembra aver sostituito la profondità del pensiero.

Ingrao non fu solo un dirigente comunista, ma un pensatore inquieto, un costruttore di domande più che di risposte. “Volere la luna” — il titolo che scelse per la sua autobiografia, tratto da un episodio dell’infanzia — non era una metafora di velleitarismo, ma di radicale concretezza: la volontà di non accontentarsi dell’immediato, di non confondere il possibile con il necessario. Né, d’altra parte, di acconciarsi a surrogare frettolosamente, cinico o codardo, con l’agevolmente possibile il probabilmente impossibile. Non lo fece mai. Non cedette. Fu, come pochi, un militante dell’incompiuto, convinto che la sinistra dovesse vivere nella tensione, non nella rendita delle certezze. Nel Pci, Ingrao rappresentò la frontiera più avanzata e più fragile. Lì dove altri consolidavano, egli scomponeva; dove altri chiudevano, egli apriva. Fu emblema di quella sinistra che non smette di interrogarsi sulla democrazia, intesa non come cornice ma come sostanza, non come concessione ma come conquista quotidiana.

Il suo confronto con Norberto Bobbio, nel 1976, resta una delle più alte dispute sul rapporto tra libertà ed eguaglianza: per Ingrao, la prima è subordinata alla seconda. Senza giustizia sociale (e ambientale!), la libertà è un privilegio, non un diritto. Lontano dall’ortodossia e dalle semplificazioni, Ingrao capì prima di molti che la sfida del socialismo passava dalla qualità della vita, dalla pace, dall’ecologia, dalla libertà — o meglio, dall’indipendenza — degli individui. Anticipò la fine del ciclo fordista, l’emergere dei movimenti, la questione femminile e ambientale come orizzonti politici e non semplici istanze “collaterali”. Seppe leggere nel magma degli anni Settanta i segni del nostro tempo: la crisi della rappresentanza, la spoliazione del lavoro, la necessità di una nuova forma di partecipazione. Eppure, non fu mai un profeta malinconico. La sua fu una rivolta gentile quanto tenace: la rivolta di chi non si arrende all’idea che la storia sia finita. Anche quando il partito scelse di “scendere a patti col reale”, egli continuò a cercare un reale diverso. Opporsi alla svolta della Bolognina non significò per lui nostalgia, ma lealtà e pervicacia. Il rifiuto di una resa.

Quando tutto sembrava franare, Ingrao restò ancorato al dubbio come forma più alta di fedeltà: al partito, alla classe, ma prima di tutto all’umano, all’altro e infine a sé stesso. Non stupisce che abbia difeso la centralità del Parlamento e la “rete delle assemblee elettive” come ossatura di un nuovo compromesso antifascista, che abbia intuito prima di molti lo sgretolarsi del fordismo e la necessità di una partecipazione reale nei luoghi della produzione. Capì che o si ricompongono rappresentanza, lavoro e conoscenza, o la politica diventa procedura senza popolo: un rituale senza fede. E guardò anche oltre: all’Europa. Quando oggi si parla, spesso a sproposito, di “sinistra europea”, si dimentica che Ingrao fu tra i primi a pensarla come spazio di democrazia sovranazionale, non come apparato contabile. Non l’Europa del pareggio di bilancio bensì del rilancio. Quella dei diritti sociali, civili e alla felicità, quella sovente (a tratti stancamente) invocata ‘dei popoli’. La sua idea di “orizzonte del comunismo” coincideva con questa visione aperta: non un ritorno al passato, ma una spinta a inventare forme nuove di uguaglianza in un continente che già mostrava le crepe della tecnocrazia.

C’è un verso di Ingrao, in Il dubbio dei vincitori, che ha ispirato il titolo del convegno: “Pensammo una torre / scavammo nella polvere.” È crollata, la torre? Forse. Ma ogni crollo è un inizio, se si ha il coraggio di chinarsi nella polvere — dapprima per salvare chi vi è rimasto sepolto mentre serviva, e poi per rimettere mano alle fondamenta, ai fondamentali che servono, come il pane, come le rose. E provare a costruire un ponte sino alla luna, il che appare oggi meno azzardato che stenderlo, senza regole né freni, tantomeno tollerando contrappesi, da Scilla a Cariddi. Un filo rosso che attraversa il tempo degli algoritmi e delle rassegnazioni, tenendo insieme l’etica e l’immaginazione: due parole che, se separate, diventano sterili.

11 Novembre 2025

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