Un anno fa se ne andava Bergoglio

Papa Francesco è ancora vivo, ecco perché non è morto

Un anno fa pensare di averlo perduto è stato un trauma per il mondo intero. Ma a essere stato un trauma è stato il suo Pontificato: per i falsi credenti, per chi si riempie la bocca di Vangelo, per chi rinnega ogni giorno Gesù Cristo lasciandolo annegare in mare

Politica - di Luca Casarini

22 Aprile 2026 alle 15:00

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Photo credits: Stefano Carofei/Imagoeconomica
Photo credits: Stefano Carofei/Imagoeconomica

È passato un anno dal giorno in cui papa Francesco ha lasciato questo mondo. Già questa è una espressione che rivela tutta la sua inadeguatezza di fronte a Francesco, a quello che è stato e che è. Infatti come si fa a dire che ci ha lasciato? La sua presenza è talmente concreta che ogni giorno, in ogni angolo del mondo, qualcuno si riferisce a lui: “che cosa avrebbe detto, su questo, Francesco?”. E ancora: “ascolta papa Leone, sta parlando come Francesco”. Padre Antonio Spadaro, uno di quelli che davvero gli è stato molto vicino, definisce il passaggio terreno di questo papa “che venne dalla fine del mondo”, come un “trauma”. È la definizione che più si avvicina al senso di una perdita che rimane. Un trauma, quando accade, esplode in tutta la sua dirompente, irriducibile, natura. Nessuno può sapere come, nessuno può alla fine spiegare del tutto il perché. Ma di certo, un trauma, non chiede il permesso per manifestarsi. Lo fa e basta. Nel greco antico, il significato originario di “trauma” non indica solo la lesione in sé, la “ferita”, ma “l’evento impetuoso che la produce”.

Francesco è un evento impetuoso, per la Chiesa, scrollata dalle fondamenta da un torpore anestetico caro al potere del “regno degli uomini”, e per il mondo, divenuto di nuovo qualcosa da attraversare e cambiare “materialisticamente”, non semplicemente da accettare passivamente confidando in un comodo perdono finale. Il “trauma” non passa, dunque, come Francesco non passa. Ai suoi funerali osservavo il consesso di potenti che stava a lato di quella bara, sul sagrato di San Pietro. Ho immaginato, scorrendo le loro facce e le loro biografie, che molti stessero pensando di “averlo finalmente seppellito”. C’erano tutti. Quelli che lo avevano definito “uno sporco comunista”, quelli che lo avevano dipinto come un “usurpatore”, un “anticristo”, il “demonio”. E anche quelli che lo avevano “gentilmente dileggiato”, come si deve a un personaggio un po’ ridicolo, che parla di cose che non esistono, naïf ed esagerate. C’erano coloro secondo i quali i papi e tutte le donne e gli uomini della chiesa “parlano di anime, mica di politica” – formuletta usata anche in questi giorni, per tentare di neutralizzare le prese di posizione di papa Leone contro la guerra e il manipolo di tiranni che la usano per devastare il mondo. Tutti, pensavo, comunque “traumatizzati” dal suo passaggio. Ma il trauma non ha solo le caratteristiche dell’imprevisto non controllabile di un attimo: il trauma si plasma su ciò che investe, cambia forma e natura, diventa presenza dissolta nell’aria e nelle coscienze, in un tempo che non si riesce più nemmeno a misurare.

Il trauma Francesco si colloca nel tempo che non esiste, come dice Sant’Agostino. Francesco è, e sarà. Ho avuto il privilegio, davvero grande, di poterlo conoscere. Mi ha fatto il dono di farmi partecipare al Sinodo, e quando gli ho chiesto se non fosse “troppo” vista la mia biografia – gli ho fatto spedire da Don Mattia tutta la raccolta delle cronache da prima del G8 e fino ai giorni nostri che mi riguardavano – lui ha risposto con un messaggio che conservo, scritto a mano come sempre, non solo confermando quella scelta, ma usando parole incredibili per motivarla. Ho vissuto con lui e con Don Mattia, per anni, un Vangelo nel quale “immanenza e trascendenza” non potevano essere separate. Ogni volta preghiera e azione concreta. L’una per alimentare l’altra. Come cercare dentro di noi le ragioni, il senso di questo nostro essere al mondo? E come far fuggire da un lager libico quel fratello, quella sorella, torturati e violentati con la complicità del governo italiano? Come abituare la nostra anima, la nostra coscienza, a fare i conti con la fragilità umana anche quando ti sembra di toccare il cielo con un dito? E come supportare le navi del soccorso civile in mare, contro ogni tentativo di criminalizzazione operato da istituzioni che organizzano l’omissione di soccorso come forma di respingimento di donne, uomini e bambini? Con Francesco ho vissuto la vita in maniera piena, tra ispirazione e cospirazione per il bene, tra fragilità e sfida al potere del “regno degli uomini”.

Vivere così, grazie a lui, mi ha regalato la massima dimostrazione di come ciò che è spirituale e ciò che è materiale, sono inscindibili, e parte di ogni essere umano. Sono potenza costituente, opposti al potere. Spirituale e materiale, trovano la loro espressione più grande nella lotta per un mondo più giusto per tutti e tutte, nel cammino che ci fa attraversare questo mondo non da turisti e nemmeno da schiavi, ma nel modo dei cercatori e scopritori. La “passione”, sia che essa abbia le caratteristiche della gioia, sia quella che scaturisce dal dolore profondo come quello del Cristo che va verso la croce, è il prodotto più elevato dell’essere un’unica cosa di immanenza e trascendenza. Francesco questo mi ha insegnato, e continua a farlo. Quale gioia più grande può esserci se non quella di far fuggire un prigioniero da un lager? Quale gioia più grande può capitarci, se non quella di abbracciare un fratello o una sorella braccati, inseguiti dalla morte decisa per loro “dal manipolo di tiranni”? Quale gioia più grande nel rendersi conto della propria infinita fragilità, debolezza, inferiorità rispetto ai potenti, e proprio per questo, e proprio con questo, sfidare le loro ingiustizie e malvagità? Il “male”, diceva Madlein Debreil, e ne ho parlato tanto con Francesco, è “assenza di bene”. Il “male” si combatte producendo, organizzando, cospirando per il bene.

Cura, soccorso, protezione: pratiche rivoluzionarie in questo mondo devastato da odio, sofferenza, ingiustizia, diseguaglianza fatte a sistema. È vero, come dice papa Leone, che il manipolo di tiranni devasta il mondo, ma una moltitudine di fratelli e sorelle “lo tiene insieme”. Francesco, grande riformatore perché convinto che la prima a “convertirsi” deve essere la Chiesa, è alle origini di una nuova teologia politica. Che sappia liberarsi dalla “cristianità” tanto fedele al potere del “regno degli uomini” quanto traditrice seriale del Vangelo, e agisca il cristianesimo come “trauma” per il mondo, eresia per il potere del denaro, e forma di vita di moltitudini che non sono disposte a rassegnarsi. Il problema non è credere o non credere in Dio. Il problema è continuare a cercare. E Francesco cammina con noi.

22 Aprile 2026

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