La diffida
Piano Mattei, altra sberla al governo Meloni dagli eredi del fondatore ENI: “Non usi il cognome, è una scatola vuota”
Altro colpo alla propaganda del governo. "Inaccettabili le politiche del governo. Sull'immigrazione, sui costi dell'energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. Mattei aveva sfidato gli USA, non era il loro servo"
News - di Redazione Web
Prende un altro granchio il governo Meloni, scivola ancora l’esecutivo di centrodestra in un momento nerissimo tra la vittoria del NO al referendum, la rottura con il Presidente USA Trump e l’emendamento sulla remigrazione. Colpita in petto la propaganda del governo Meloni che attorno al fantomatico “Piano Mattei” aveva improntato il suo piano strategico di partenariato con i Paesi africani: ma gli eredi del fondatore e dirigente ENI hanno diffidato il governo dall’utilizzo del nome: hanno definito l’operato di Meloni “in totale antitesi” con le politiche di Mattei e l’uso del suo nome “finalizzato a scopi di propaganda”. Per esempio: “Basta vedere come tratta i migranti”.
A riportare la notizia il quotidiano La Stampa. A firmare la diffida Pietro Mattei, che quando nel 1962 l’aereo su cui viaggiava lo zio precipitò a Bascapè, in provincia di Pavia, in circostanze misteriose e controverse, aveva otto anni. Quello di Matti venne definito come un “nuovo atlantismo”, un approccio di dialogo “non predatorio” che mentre firmava accordi e costruiva intese paritetiche con i Paesi produttori di petrolio del mondo arabo, con una distribuzione più equa dei profitti per i governi e una formazione per i giovani locali, lanciava una sfida alle cosiddette “Sette Sorelle”, le principali compagnie petrolifere statunitensi e inglesi. Secondo alcuni osservatori la linea rossa fu superata nel 1960, quando Mattei chiuse un accordo con l’Unione Sovietica che prevedeva il rifornimento di petrolio in cambio di merci italiane. Quando morì stava trattando un accordo con l’Algeria, dopo averne sostenuto l’indipendenza dalla Francia.
Per Pietro Mattei, le politiche dello zio erano “il contrario di quello che sta facendo Meloni – spiega Pietro Mattei a La Stampa – All’inizio ho detto ‘vediamo che fanno’. Ma adesso trovo veramente inaccettabili le politiche del governo. Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo. Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?”.
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L’eredità di Enrico Mattei è divisa tra i nipoti, figli dei suoi fratelli, che secondo l’articolo reclamano a ENI “oggetti, lettere, e diversi quadri del primo Novecento, soprattutto due nature morte di Giorgio Morandi, appartenute all’industriale, noto mecenate e collezionista di artisti italiani, per i quali è stata presentata una citazione in sede civile per petizione ereditaria al tribunale di Macerata contro l’azienda di Claudio Descalzi”. Non si è fatta attendere la risposta del gruppo, che ha commentato le richieste degli eredi nell’articolo de La Stampa: “I beni rientrano nel patrimonio aziendale di ENI che pertanto farà valere tale posizione nel giudizio avviato dai familiari dell’ing.Mattei”.
Il programma è gestito da una struttura di coordinamento a Palazzo Chigi guidata dal consigliere diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio. “Stanno vendendo una scatola vuota”, le parole di Pietro Mattei che non ha escluso una causa civile e penale. Si legge nella diffida che l’utilizzo di quel nome è “’finalizzato a scopi di propaganda‘ che rischiano di ‘distorcere‘ figura ed eredità politica del fondatore. Invece di perseguire ‘la sovranità energetica nazionale’ il governo mostra ‘una marcata subordinazione agli interessi degli Usa’”.
Come ricordava Piero Sansonetti su L’Unità: “Chissà se tra i ministri che hanno approvato il piano ce n’è anche qualcuno che sa chi era Enrico Mattei. Era un signore del secolo scorso che negli anni quaranta fece il partigiano e fu tra quelli che diressero la Resistenza. Con Luigi Longo, Riccardo Lombardi, Ferruccio Parri. Un antifascista a 24 carati. Era un democristiano di sinistra, parecchio di sinistra, vicino a Giorgio La Pira. Gli piaceva la sostanza delle cose e non gli piacevano né la burocrazia e neanche troppo le leggi. Andava dritto all’obiettivo”. E come commentava Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, sempre su questo giornale: “Sono soltanto denominazioni altisonanti per imbellire l’ossessione di cui parlavo prima. Per i diritti umani non c’è spazio, ovviamente, salvo per le loro violazioni”.