Un anno fa la morte di Bergoglio
Papa Francesco era un profeta, cosa ci ha lasciato Bergoglio
Ha scritto due grandi encicliche: “Laudato sì” e “Fratelli tutti”. E cioè: un’unica casa e un’unica famiglia umana. Stava preparando la terza enciclica per chiedere un’unica mensa
Editoriali - di Mons. Vincenzo Paglia
Papa Francesco è stato un profeta di questo inizio di millennio. E, come ogni profeta, può anche aver portato scompiglio. Ne era consapevole. Ma non aveva altra strada. La sua Profezia è nel nome stesso che si è scelto: Francesco, ossia il testimone di una fraternità universale, sia con gli uomini a partire dai più poveri sia con l’intera creazione, in un mondo che ha fatto dell’individualismo (qualcuno parla di iper-individualismo) la nota di fondo (un virus disgregativo peggiore del Covid). Nessun Papa, in Ottocento anni, aveva mai osato chiamarsi Francesco.
La sua è stata una Profezia: teologica, pastorale, politica nel senso migliore e più alto del termine. È riassunta in due grandi encicliche: “Laudato Sì” e “Fratelli Tutti”, i documenti che credo resteranno più degli altri nella storia della Chiesa e dell’umanità. La visione che propone – unico nel panorama internazionale – è l’unica che può salvare il mondo dalle guerre e dai conflitti deflagranti. Sì è la visione di cui abbiamo bisogno: un’unica Casa (il pianeta), un’unica Famiglia umana (quella di tutti i popoli). Papa Francesco stava preparando la terza parte di un’unica visione: un’unica Mensa (dalla quale nessuno fosse escluso). E Papa Leone, con la sua prima Esortazione Apostolica, Dilexi te, l’ha ripresa. Scrive: “in continuità con l’Enciclica Dilexit nos, Papa Francesco stava preparando, negli ultimi mesi della sua vita, un’Esortazione apostolica sulla cura della Chiesa per i poveri, intitolata Dilexi te, immaginando che Cristo si rivolga ad ognuno di loro dicendo: “Hai poca forza, poco potere, ma “io ti ho amato” (Ap 3,9)”. E papa Leone continua: “Avendo avuto in eredità questo progetto, sono felice di farlo mio – aggiungendo alcune riflessioni- e di proporlo ancora all’inizio del mio pontificato, condividendo il desiderio del mio amato Predecessore che tutti i cristiani possano percepire il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri” (DT,3). E, aggiunge: “Anch’io ritengo necessario insistere su questo cammino di santificazione, perché nel «richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi» (Ivi). In questo trittico è racchiusa, a mio avviso, la profezia di Papa Francesco. In realtà era stata già delineata nel Concilio Vaticano II. Papa Francesco, raccogliendo il magistero dei suoi predecessori, l’ha come portata a compimento. In sintesi? “Senza i poveri, non c’è salvezza”.
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La scelta prioritaria per i poveri non è relegabile ad una semplice esortazione morale. Papa Francesco – e Papa Leone ne sta seguendo le orme – in essa vi è una forza politica di cambiamento. Più volte papa Francesco ammoniva coloro che mostravano fastidio quando si parlava di etica, di solidarietà mondiale, di distribuzione dei beni, di difesa dei posti di lavoro, di dignità dei deboli, di un Dio che “esige un impegno per la giustizia”, come scrisse nell’enciclica programmatica: “Evangelii Gaudium”. Era fermo nel ribadire che questa è la missione della Chiesa che ascolta il grido dei poveri. Se non lo facesse correrebbe “il rischio della dissoluzione”. Di qui l’auspicio per una nuova coscienza sociale condivisa — fresca e vitale, non dottrinaria — sia della giustizia che della solidarietà: l’uomo religioso integro è chiamato uomo giusto, perché è “operatore di giustizia”. Insisteva: la giustizia – che sgorga dalle Sante Scritture – deve diventare cultura e promuovere anche scelte politiche. Anche Giovanni Paolo II lo affermava: una fede che non si fa cultura non è una vera fede. E Papa Francesco ne sottolineava l’urgenza per promuovere una “politica” coerente: la fede vissuta genera una cultura che, anche con i suoi limiti storici, è però creatrice di un senso condiviso di giustizia. Questa è la grande differenza dalle culture idolatriche, centrate sul culto di sé e del proprio interesse, attraverso il liberismo sfrenato, il consumismo, l’edonismo, i vari tipi di relativismo. La cultura della giustizia che trova un rapporto privilegiato con i poveri, pone al centro della sua attenzione l’uomo, la persona umana e la sua dignità. Se dovessimo chiederci il momento di inizio della giustizia, potremmo rispondere che il punto di partenza sta nella domanda di Dio a Caino: “Dov’è tuo fratello?”. Dall’attenzione al debole, ad Abel (che significa soffio, debolezza), parte la domanda sull’uomo. Il senso di giustizia – ed è la descrizione dell’azione stessa di Dio nell’intero testo biblico – spinge a liberare i poveri dalla loro condizione di esclusi e periferici. La fede cristiana porta il credente ad uscire da sé e a trasformare la storia. Una fede autentica – lo sottolineava spesso papa Francesco –non è mai comoda e individualista, implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di lasciarlo migliore di come lo abbiamo trovato. Esortava ad amare il nostro pianeta dove Dio ci ha posto, ad amare l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità, e di non escludere nessuno dalla libertà e dalla dignità umana.
I cristiani tutti sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore. C’è bisogno che sorga una nuova cultura solidale. È vero che Papa Francesco non aveva una visione «politica» da proporre e forse neppure lo voleva, era però convinto che il mondo così com’era andava cambiato. E sapeva bene che le vere rivoluzioni e i cambiamenti profondi avvengono per opera di uomini spirituali, che sanno scendere nelle profondità della storia e legare il Vangelo ai “segni dei tempi” per avviare un movimento di cambiamento. Vedo qui il collegamento tra Francesco e Leone XIV. Nella scelta dei cardinali è valsa la dimensione missionaria di Prevost: un sacerdote, un religioso agostiniano, un vescovo, un cardinale che conosce le situazioni globali di ricchezza e povertà. Che ha nella Pace la sua Stella Polare. Lo vediamo in controluce nelle accuse di Trump, quando la richiesta di Pace e Giustizia possa dare fastidio. Ma questa è la Chiesa degli Apostoli. Non a caso la riunione dei cardinali di febbraio e la prossima di giugno concentrano la discussione e il dibattito sul documento di Francesco “Evangelii Gaudium” che completa il trittico delle due encicliche che ho citato. La Chiesa è missionaria: annuncia il Vangelo della Pace, della fratellanza universale nel nome di Dio, della Creazione che va custodita, protetta, salvaguardata. Le guerre e i conflitti negano tutto questo e negano la visione religiosa della vita. Per una di quelle coincidenze della Storia e della storia personale, il 21 aprile 2025, il giorno in cui è morto papa Francesco, ha coinciso con il mio compleanno: 80 anni. E sono stato travolto, letteralmente sopraffatto, dall’emozione, per la perdita di un amico, oltre che del Papa regnante in quel momento. È stato per me un amico con cui parlare, scambiare opinioni, confidenze, sempre pronto all’ascolto, alla battuta, al sorriso, capace di guardare oltre le difficoltà del momento. In qualche modo papa Francesco mi ha fatto entrare nella sua biografia, ed è importante ricordare il titolo di quel libro biografico di qualche anno fa: la Storia dentro la storia individuale di una persona che ha attraversato il XX secolo e il primo quarto del XXI dalle origini italiane, all’Argentina, alla Chiesa in America Latina, fino al Vaticano.
Sul piano umano, teologico, e di sacerdote, Papa Francesco aveva il dono della carità, incarnava la visione del capitolo 13 della Lettera ai Corinzi: “Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”. Certo ha vissuto questa dimensione con la radicalità del suo carattere. Sono però convinto che la Rivoluzione che ha portato dentro la Chiesa è stata di natura spirituale. Carità, appunto. Papa Francesco non ha “sfasciato” i dogmi, le tradizioni, il Magistero, come ingiustamente dicono ancora i suoi detrattori, a dispetto delle evidenze. A lui, però, dei detrattori non importava; andava dritto per la sua strada: la Rivoluzione spirituale dell’ascolto, la capacità di guardare oltre i conflitti per indicare vie da percorrere, aprire a processi ecclesiali e sociali per farci capire che l’atteggiamento profondo deve cambiare. Lo disse nel primo Angelus del 17 marzo 2013, tutto dedicato al potere straordinario della Misericordia: “Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto. Abbiamo bisogno di capire bene questa misericordia di Dio, questo Padre misericordioso che ha tanta pazienza”. Un messaggio spirituale dalla profonda impronta sociale, politica, umana. Ricordo ancora una sua affermazione mentre il dibattito sulle questioni relative alla famiglia erano divenute incandescenti: “Ricordati che l’ultimo articolo del Codice di Diritto Canonico recita che la prima e fondamentale legge della Chiesa è la “salus animarum”, non la “salus principiorum”. La forza della misericordia come leva per cambiare il mondo.
Oggi vediamo la forza di quel messaggio di fronte ai tanti, ai troppi, che soffrono la fame e di fronte alla prepotenza del potere. Un messaggio che investe tutti gli ambiti della vita, delle scienze, delle tecnologie, della riflessione di una Chiesa che vuole riorganizzarsi – come spiega bene il documento di riforma della Curia romana – per essere a servizio dell’umanità, per custodire i valori dell’umano, per arginare saldamente la disumanizzazione, sempre e soprattutto quando passa attraverso le innovazioni tecnologiche. Ecco un altro segno fortissimo, la partecipazione di papa Francesco al G7 sull’intelligenza artificiale del 14 giugno 2024. Anche qui vediamo la Profezia in azione: la tecnologia può aiutarci a costruire quel banchetto per tutti e di tutti ma solo dentro una visione di umanità comune. Ed è stato per me un onore specialissimo ascoltare il papa al G7, quando citava il documento promosso nel 2020 dalla Pontificia Accademia per la Vita, che allora presiedevo, sull’etica nell’intelligenza artificiale – la “Rome Call for AI Etics” – assumendo in prima persona l’impostazione di quel testo. In questo giorno, per me si mescolano ricordi personali, stimoli ad andare avanti, seguendo ora il Magistero di papa Leone XIV; sapendo che prosegue nel lavoro del suo predecessore. La Chiesa è chiamata a servire quell’umano comune che il Concilio Vaticano II aveva proposto non soltanto all’appassionata apertura dei credenti, ma anche all’attenzione dell’intera umanità. È l’unica strada che rende possibile la convivenza pacifica tra popoli diversi. Seguiamola!