Italia fuori dal grande calcio
Zeman in Nazionale, il sogno proibito del ribelle del calcio esaltato da Marquinhos: “Ho imparato tantissimo da lui”
Il capitano brasiliano del Psg, uno dei difensori più forti al mondo, ha celebrato l'allenatore Boemo: "Mi ha fatto uscire dalla mia comfort zone". Già Nesta lo aveva esaltato. Non solo attacco insomma. E invece in Italia era stato spesso ridicolizzato
News - di Antonio Lamorte
Ci si è persi tra l’esaltazione di vittorie che poco hanno seminato e la celebrazione di professionalità sopravvalutate. Com’è stato, come non è stato, non soltanto l’Italia è fuori dai Mondiali e non vanta neanche una squadra perfino ai quarti di Champions League, ma è a dir poco soporifero il calcio offerto dalla Serie A: il confronto con le squadre più forti d’Europa è imbarazzante. Per livello dei calciatori, sicuramente. Ma anche per l’approccio. Quando un calcio più spettacolare e offensivo era stato proposto da Zdenek Zeman in Italia, l’allenatore era stato spesso deriso, bullizzato sull’altare del palmarés. Ed eccoci qua.
Lo ha ricordato anche il media Copa90, in un post ispirato dalle parole di Marquinhos. “La scuola italiana mi ha aperto le porte dell’Europa. Avevo un allenatore, Zeman. A lui piacevano i difensori veloci che capivano il timing del gioco. Palla coperta, palla scoperta. Ho imparato tantissimo e mi ha fatto uscire dalla mia comfort zone”. E non sono passate inosservate le parole a Sky Sport del capitano brasiliano del Paris Saint Germain, ex Roma, dopo la partita di ritorno valida per i quarti di finale vinta fuoricasa a Liverpool.
“Tendiamo a celebrare i mavericks unici nel calcio, ma a volte – e Zeman è sicuramente un esempio di questo – desideriamo che non siano così rari”, ha scritto Copa 90 ricordando le parole critiche di Zeman sullo stile di gioco più difensivista e calcolatore di Fabio Capello e José Mourinho: “Vincono perché hanno i migliori giocatori. Potrei mettere il mio nonno morto a capo delle loro squadre e comunque vincerebbero”. Secondo i retroscena dei giornali, la Nazionale va verso l’incarico a Massimiliano Allegri o Antonio Conte, ma fino a fine giugno tutto può cambiare. Si naviga a vista, come sempre d’altronde.
Puntualmente le squadre di Zeman si ricordano le esplosioni di attaccanti come Francesco Totti alla Roma – rinvigorito anche nel ritorno anni dopo. Totò Schillaci al Messina. Beppe Signori, Ciccio Baiano, Roberto Rambaudi, Igor Kolyvanov al Foggia. Alen Boksic alla Lazio. Lorenzo Insigne e Ciro Immobile al Pescara. Valery Bojinov al Lecce. Marco Sau al Cagliari. Ed è una lista che potrebbe continuare. Qualche metro più indietro però, per citarne uno su tutti: Alessandro Nesta. “È stato Zeman a cambiarmi la vita. Mi ha sfondato, ma fu lui a trasformarmi da mezzala a difensore centrale”, ha detto il difensore che ha vinto tutto tra Lazio, Milan e Nazionale. Altri nomi, più o meno titolati: Cafù, Aldair, Favalli, Negro, Chamot, Castan, Padalino, Petrescu. Non soltanto attacco insomma.
Visualizza questo post su Instagram
Le squadre di Zeman hanno sempre pagato lo scotto di un atteggiamento oltranzista, a volte quasi masochista. Mai a gestire, mai a calcolare. Non è possibile nel Paese del vincere è l’unica cosa che conta, dei secondi primi dei perdenti, di obiettivi stagionali imprescindibili. Questo intanto è stato Zeman, amato moltissimo ma anche detestato: chi lo segue, gli zemaniani, sostengono che le sue denunce sul doping gli abbiano precluso una carriera di più alto livello. Lui intanto si è speso a passare attraverso ogni dimensione del calcio italiano. Come aveva scritto in un passaggio memorabile della sua autobiografia, bellissimo da rileggere, che fa chiedere se ci sia qualcuno che abbia conosciuto il calcio italiano a più livelli così in profondità: che se non fosse stato per un’ischemia e altri problemi di salute che gli hanno proibito perfino le onnipresenti e amate sigarette, verrebbe voglia di rilanciare il sogno: affidargli la Nazionale, una panchina, massì facciamo la Federazione tutta intera.
“Ho sempre cercato prima di tutto un posto dove poter esprimere il mio calcio, le mie idee, i miei principi e i miei valori, facendo divertire la gente. Ho avuto tutto e il suo contrario. Sono entrato in stadi da sogno, con panchine più comode del divano di casa, e in impianti con le panche in legno, due sedie in plastica ai lati e una rete di recinzione alle spalle a proteggerti dai tifosi indiavolati. […] Sono stato assunto da presidenti in doppiopetto, accolti con tutti gli onori dell’alta finanza, e da poveri diavoli di periferia, con cravatte improbabili, abituati a trovare una soluzione all’ultimo minuto. Ho allenato campioni che guadagnavano miliardi e giovani a cui dovevo prestare i soldi per la benzina. Ho visto tutto. E a volte sono stato meglio nelle situazioni arrangiate che in quelle apparentemente perfette, trovando nelle prime più seguito, umanità, voglia e disponibilità che nelle seconde”.