L'addio a 81 anni
Santina Mobiglia, la soldatessa della pace
Insegnante, attivista, saggista, se ne è andata a 81 anni: credeva nella nonviolenza e nel pacifismo militante
Cultura - di Filippo La Porta
È difficile per me parlare di Santina Mobiglia, scomparsa improvvisamente a 81 anni dopo una malattia fulminante. Amica fraterna, interlocutrice preziosa e compagna di molte battaglie culturali. Quando a Torino andavo a cena da lei e dal caro Cesare Pianciola (una coppia che, dopo la fine delle ideologie, rappresentava per me una delle poche certezze rimaste al mondo!) cercavo di trovare qualche piccola divergenza, mi applicavo con impegno a scoprire qualche minuscolo dissenso, ma niente da fare! Eravamo d’accordo su tutto, ma proprio su tutto: dalla geopolitica alla storia e alle serie TV preferite, e financo ai piatti della gastronomia torinese e romana (una cuoca sopraffina!).
Solo qualche cenno alla sua “militante” biografia. Prima movimento studentesco (partecipò all’occupazione di Palazzo Campana), poi Lotta Continua, Santina ha insegnato tutta la vita italiano e storia nei licei tecnici e sperimentali. Coltissima e sempre curiosa verso le idee altrui, consulente editoriale e traduttrice, redattrice della rivista fofiana Linea d’ombra (dove ci conoscemmo), ha collaborato con Bianca Guidetti Serra scrivendone l’autobiografia, condirettrice dell’Indice e attivista sui diritti civili (in particolare dei detenuti). Santina era sempre “schierata” – contro il potere, contro la menzogna, contro la vuota retorica – ma in quanto spirito libero e in un modo assolutamente non ideologico!
Aggiungo: con una giusta dose di umorismo, senza la quale – credo – niente di grande è mai stato creato sulla Terra. Per dare un esempio della sua libertà e acutezza di pensiero vorrei rievocare un articolo pubblicato su Linea d’ombra nell’aprile 1991, su pace e guerra (sulla rivista aveva esordito nel 1985, spiegandoci – un po’ controcorrente – come don Milani, pur con una visione “totalitaria”, si differenziava dall’integralismo clericale per il suo classismo, per il suo schierarsi sempre con i poveri e gli ultimi). Era il momento della liberazione del Kuwait. Santina dopo essersi dichiarata “pacifista” e dopo aver osservato che spesso gli interventisti, anche in buona fede, non si soffermano sulla sproporzione mezzi-fini, sulla “inefficacia” delle guerre anche da un punto di vista politico, sottolinea un aspetto decisivo del pacifismo (familiare a Aldo Capitini), riaffermando la sua opzione per “la nonviolenza del forte”.
Non si tratta solo – scriveva Santina – di opporsi alla guerra, e diventare “specialisti della pace”: bisogna ogni volta “far emergere soluzioni alternative, di merito e non solo di metodo, nonviolente e incisive, sul terreno, duro e spigoloso, dei conflitti reali”, senza minimizzare la portata delle crisi internazionali. Ancora una volta: la questione dell’ “efficacia” dell’impegno per la pace, che non può essere solo nobile testimonianza: tenere insieme, weberianamente, etica dei principi (o dell’intenzione) e etica della responsabilità (o del risultato). La sinistra italiana e europea deve saper “coniugare un drastico controllo sulla politica degli armamenti e una difesa intransigente dei diritti umani contro i regimi che li violino”. Sante parole, cara e indimenticabile Santina.