Il metodo del filosofo

I delitti, le pene e la lezione di Capitini

I viventi, ci dice Capitini, non sono schemi, e i morti realizzano il loro contributo di salvezza corale ben oltre la morte.

Giustizia - di Enzo Musolino - 28 Gennaio 2024

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I delitti, le pene e la lezione di Capitini

È altamente pericoloso uno scopo – anche di presunta “Giustizia” – che sacrifichi il destino degli uomini alla violenza, alla dittatura, alla potenza. Ciò che assume davvero rilevanza sono gli strumenti della politica: il fine, infatti, vive già nel mezzo approntato per raggiungerlo. Rinviare il “bene politico” per l’immaturità dei tempi e assumere mezzi discordi da questo fine per mutare il presente, significa tradire ogni positivo sviluppo sociale, mortificare l’approdo.

Aldo Capitini parla, a proposito, di “fiducia cieca”, di una vuota retorica che nega in nuce la fede dei persuasi religiosi. La persuasione, infatti, sorge proprio dalla assoluta corrispondenza tra mezzi nonviolenti, aperti e democratici, e il fine della realizzazione di una società libera e giusta. Solo se l’apertura all’altro, alle sue ragioni, è totale, si può giungere a quell’accordo tra diversi, a una politica davvero popolare (perché pluralista) che sappia assicurare l’equilibrio tra libertà e giustizia.

Non conta davvero sentirsi nel giusto, affermare così autoritativamente il disvalore altrui. Il persuaso religioso – che è anche un militante laico e anticlericale – non si rassegna alla dialettica degli opposti e alle sue sintesi precarie, opera per una realtà diversa, trasfigurata. Una realtà nella quale il male è superato attraverso un’apertura che non condanna all’immobilismo, alla pena senza scampo del reo inchiodato al fatto. Il piano religioso non è il piano giuridico.

La battaglia contro il male è, innanzitutto, non rassegnarsi alla sua invincibilità; è una libera aggiunta che coinvolge anche i peccatori, che ne trascende i limiti riconoscendoli – riconoscendoci – capaci, infinitamente capaci di altro, di riscatto e rinascita.

Così operando, emerge il contributo di tutti nella realizzazione concreta dei valori, senza lasciare nessuno indietro. Emerge il ruolo del perdono che vede nell’altro qualcosa di meglio di un peccatore, che abbandona il riflesso condizionato della violenza reattiva, della pena come risposta, mezzo, rigido strumento correzionale per raggiungere il fine dell’espiazione. Solo un mutamento radicale di paradigma, solo la scelta dei mezzi opportuni, nonviolenti, può giungere davvero ad eliminarne la radice del male.

Ci vuole qualcosa di diverso e di meglio del procedere giuridico delle pene. L’isolamento concentrazionario, l’esercizio della forza, l’ammonimento agli altri attraverso l’uso e l’abuso di potere produce senz’altro un freno temporaneo al peccato ma non muta la realtà. Solo la persuasione muta la realtà: la Speranza che agisce negli uomini convinti del fatto che anche il reo sia capace di produrre valori, la coscienza del reo che muta nel riconoscersi capace lui stesso di liberazione e novità.

Tutte dinamiche, pratiche, che fondano il piano religioso perché non si consegnano alle chiusure, ai limiti, ma tentano la strada diversa, difficile, del non arrendersi alle imperfezioni. La persuasione religiosa è intimamente connessa al sentimento di fraternità e uguaglianza. Aprirsi al tutti è essenzialmente questo: abbattere le distanze, spianare i falsi troni, contestare le false ragioni di una virtù considerata appannaggio esclusivo di casta, di classe, di provenienza, tradizione, identità.

Apertura e libera aggiunta, in un contesto politico-religioso non autoritario, significano imparare a sentire il malfatto degli altri come responsabilità propria, come intimamente legato al proprio vissuto ed esercitarsi in un costante supplemento di bene che nasce dall’intimo dolore per una correità ammessa, confessata. Dice Capitini:quello che tu hai fatto ora l’avrei potuto fare mille volte io, e forse più sporcamente”.

Questa consapevolezza ci aiuta a strutturare – anche nelle lotte politiche contro l’affermazione terribile della ragion di Stato – un centro religioso che non leghi per sempre le persone ai fatti, che non le condanni per sempre tra i nemici, tra i criminali. I viventi, ci dice Capitini, non sono schemi, e i morti realizzano il loro contributo di salvezza corale ben oltre la morte.

*Articolo tratto da un saggio di prossima pubblicazione per l’editore “Città del Sole” sulla filosofia politica di Aldo Capitini

28 Gennaio 2024

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