Trump e Vance lo attaccano ancora
Papa Leone gela i falchi: “Dio non sta con i prepotenti”
Il tycoon insiste: “Non dovrebbe parlare” e il suo vice lo invita a occuparsi di questioni morali lasciando quelle politiche al presidente. Il Papa: “Senza morale la democrazia rischia di trasformarsi in tirannia”
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Leone XIV non porge l’altra guancia. E ai forsennati attacchi di Donald Trump, Papa Leone risponde con un possente j‘accuse contro i prepotenti del mondo che decidono le guerre. Dopo la replica di lunedì a Donald Trump, ieri Leone ha ribadito che «il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne. Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli e gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno», ha detto lodando quanto si fa invece nella Casa di accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei Poveri ad Annaba, in Algeria.
Non solo. In un messaggio che ha inviato ai partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, che si svolge in Vaticano da ieri a giovedì, intanto, intitolata “Gli usi del potere: legittimità, democrazia e la riscrittura dell’ordine internazionale”, il Papa scrive che “la dottrina sociale cattolica considera il potere non come fine a se stesso, ma come mezzo orientato al bene comune. Ciò implica che la legittimità dell’autorità non dipende dall’accumulo di forza economica o tecnologica, ma dalla saggezza e dalla virtù con cui essa viene esercitata”. Quanto alla democrazia, “lungi dall’essere una mera procedura”, essa “riconosce la dignità di ogni persona e chiama ogni cittadino a partecipare responsabilmente al perseguimento del bene comune”. La democrazia, tuttavia, “rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. In mancanza di questo fondamento, rischia di trasformarsi in una tirannia maggioritaria o in una maschera per il dominio delle élite economiche e tecnologiche. Gli stessi principi”, prosegue il Papa, “che guidano l’esercizio dell’autorità all’interno delle nazioni devono ugualmente informare l’ordine internazionale – una verità particolarmente importante da ricordare in un momento in cui rivalità strategiche e alleanze mutevoli stanno rimodellando le relazioni globali. Occorre ricordare che un ordine internazionale giusto e stabile non può scaturire dal mero equilibrio di potere o da una logica puramente tecnocratica. La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione democratica dei popoli sia la concordia internazionale”.
Ma il tycoon non arretra. Al contrario, insiste nelle sue bordate contro il Papa americano: Trump ha ribadito che papa Leone XIV dovrebbe tacere sulla guerra in Iran. “Non capisce e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo”, ha detto il presidente americano al Corriere della Sera. “Non capisce che in Iran hanno ucciso 42mila manifestanti lo scorso mese” e che rappresenta una minaccia nucleare, ha insistito. Contro Leone XIV si scaglia anche il vice di Trump. Intervistato nel programma televisivo Special Report with Bret Baier di Fox News, JDVance ha commentato, in particolare, il passaggio in cui Trump sul suo social Truth, ha scritto che “Leone dovrebbe rimettersi in carreggiata come Papa, usare il buon senso, smettere di compiacere la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande Papa, non un politico”. “Io penso che il presidente ha le prerogative di stabilire la politica estera americana”, ha detto il vicepresidente Usa, “ha le prerogative di stabilire la politica migratoria americana, deve occuparsi degli interessi degli Stati Uniti d’America e questo inevitabilmente significa che quando il Vaticano commenta su questioni che riguardano le politiche ovviamente a volte ci sarà accordo e a volte ci sarà disaccordo, penso che sia una cosa ragionevole e non sia una gran notizia, ma sicuramente”, ha proseguito Vance, “penso che in alcuni casi sarebbe meglio che il Vaticano si attenesse a questioni morali, che si occupasse di quello che succede nella Chiesa cattolica, e lasciare che il presidente degli Stati Uniti si attenga a stabilire le politiche: ma quando sono in conflitto, sono in conflitto, non ne sono troppo preoccupato, penso che sia una cosa naturale e sono sicuro che succederà in futuro e che non è un gran problema che sia successo in passato”.
Il numero due della Casa Bianca ha poi approfondito la questione guerra nel Golfo, spiegando che «la palla è nel campo degli iraniani». Il vicepresidente degli Stati Uniti si è soffermato sullo stato delle posizioni tra Washington e Teheran dopo il negoziato fallito in Pakistan nello scorso fine settimana. «Vogliamo che quel materiale – ha detto con riferimento all’uranio arricchito – esca completamente dal paese, in modo che gli Stati Uniti ne abbiano il controllo» ha detto a Fox News sottolineando la necessità di prevedere verifiche sul fatto che Teheran non possa arricchire l’uranio in futuro. «Una cosa è che gli iraniani dicano che non acquisiranno armi nucleari, un’altra è che noi mettiamo in atto i meccanismi necessari per garantire che ciò non accada» ha detto Vance. Sul tema uranio è il New York Times ad approfondire il caso con una lunga inchiesta pubblicata sul quotidiano. L’Iran, nei negoziati che si sono svolti a Islamabad, ha proposto agli Stati Uniti di sospendere per cinque anni l’arricchimento dell’uranio, come condizione per arrivare a un accordo di pace. Ma il presidente americano Donald Trump, che tramite il suo vice JD Vance aveva chiesto una ‘’sospensione’’ di 20 anni di tutte le attività nucleari, ha respinto l’offerta. A scriverlo è il New York Times citando due alti funzionari iraniani e un funzionario americano a condizione di anonimato. Ci sono altre questioni che incombono sui negoziati, tra cui il ripristino della libera navigazione nello Stretto di Hormuz e la fine del sostegno iraniano a gruppi come Hamas e Hezbollah.
Ma il rifiuto dell’Iran di abbandonare le sue ambizioni nucleari, smantellare la sua enorme infrastruttura atomica e trasferire le sue scorte di combustibile fuori dal paese è sempre il punto centrale della controversia. Il fatto che le due parti stiano discutendo sulla durata della sospensione delle attività nucleari suggerisce che potrebbe esserci spazio per un accordo e i negoziatori potrebbero incontrarsi nuovamente nei prossimi giorni. Funzionari della Casa Bianca hanno affermato che nessun incontro è stato ancora definito, ma che si sta discutendo di un altro round di negoziati diretti. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha riferito lunedì all’omologo francese, Jean-Noel Barrot, che le richieste di Washington – definite «eccessive» e in continuo mutamento – hanno ostacolato il raggiungimento di un accordo nella tornata di colloqui in Pakistan, secondo i media statali iraniani. Tuttavia, Araghchi ha affermato che vi sono stati «progressi su molte delle questioni discusse», un commento non dissimile da quello rilasciato dal vicepresidente americano JD Vance in un’intervista a Fox News. Vance ha spiegato lunedì sera che sono stati compiuti dei passi avanti e che vi sono state «conversazioni positive» con l’Iran a Islamabad: «La palla è davvero nel loro campo» e «la grande incognita, d’ora in avanti, è se gli iraniani dimostreranno sufficiente flessibilità». Il vicepresidente ha osservato che l’Iran ha mostrato una certa flessibilità, ma «non ha fatto passi avanti sufficienti». Vi è «la possibilità di concludere un grande accordo», ha rimarcato, pur attribuendo all’Iran l’onere di concretizzarlo.
Si parla di un secondo round di colloqui tra delegazioni di Iran e Stati Uniti e nuovi incontri, dopo quelli dello scorso fine settimana a Islamabad, potrebbero tenersi già giovedì, forse a Islamabad, ma non è escluso che Ginevra possa essere la sede. Lo riferisce l’Associated Press, come riporta Fox News. L’obiettivo sarebbe arrivare a un accordo per la fine del conflitto prima che il 21 aprile scada la fragile tregua in atto. Il giornale pachistano The Express Tribune scrive che negoziatori iraniani e americani potrebbero tornare a vedersi a Islamabad “entro la prossima settimana” – forse il 16 aprile – e del continuo lavoro del premier Shehbaz Sharif con il vicepremier e ministro degli Esteri, Ishaq Dar, e il feldmaresciallo Asim Munir. Ma, evidenzia il giornale, Sharif il 16 aprile potrebbe essere in Arabia Saudita. Da qui, hanno detto fonti citate da Geo News, dovrebbe poi proseguire la missione con tappe in Qatar e Turchia. All’agenzia Dpa diplomatici pakistani hanno confermato che Islamabad spera di ospitare al più presto nuovi colloqui e hanno precisato che Cina, Egitto, Arabia Saudita e Turchia sono in contatto con Teheran e Washington. I quattro Paesi, hanno detto, hanno proposto si tenga questa settimana nella capitale pakistana un nuovo round di colloqui. Le fonti evidenziano l’“amicizia” tra Cina e Iran e sostengono Pechino abbia consigliato a Teheran di accettare ulteriori negoziati. Non è chiaro, in ogni caso, chi ci sarà questa volta. Chi punta alla guerra perpetua è Israele.
Dall’Iran al Libano
‘’Il nostro impegno sarà completo solo quando avverrà un cambiamento di questo regime estremista’’. Lo ha detto il capo del Mossad, David Barnea, nel corso della cerimonia presso l’agenzia di intelligence per la Giornata della Memoria per le vittime dell’Olocausto, che si commemorava ieri in Israele. ‘’Quaranta giorni di intensi combattimenti hanno portato a risultati estremamente significativi, in particolare con il colpo al principale obiettivo del nemico: la distruzione dello Stato di Israele. Ma la nostra missione non è ancora conclusa. Non abbiamo mai pensato che questa missione si sarebbe conclusa immediatamente con la fine dei combattimenti, bensì abbiamo pianificato che la nostra campagna continuerà anche in seguito’’, ha aggiunto Barnea. «Tranne alcune voci, i Paesi europei nascondono la testa sotto la sabbia come struzzi, rifiutandosi di riconoscere il contributo della guerra alla loro sicurezza», rincara la dose il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, attaccando i leader Ue per le loro posizioni ambigue verso l’operazione israelo-americana contro l’Iran. «I leader europei danno lezioni a Israele dai loro uffici climatizzati», ha aggiunto Sa’ar. Uffici che non possono essere bombardati. Almeno al momento.