Parla la storica attivista

Intervista a Imma Battaglia, da vittima di bullismo al coming out ora “Appartengo solo a me”

Nelle pagine di “La mia battaglia d’amore” la storica attivista si mette a nudo, dall’infanzia a Portici alla rottura con la famiglia dopo il coming out. “Da piccola venivo scambiata per un maschio e ne soffrivo. Poi ho capito che io non sono di nessuno, chi siamo lo decidiamo noi”

Interviste - di Graziella Balestrieri

3 Giugno 2026 alle 18:30

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Photo credits: Luigi Mistrulli/Imagoeconomica
Photo credits: Luigi Mistrulli/Imagoeconomica

È uscito il 28 maggio, per Castelvecchi Editore, il libro La mia battaglia d’amore scritto da Imma Battaglia con Roberta Savona (giornalista e ufficio stampa). Imma Battaglia: voce libera, scomoda, irriducibile: “La mia battaglia d’amore” attraversa la sua storia personale e politica con una fedeltà radicale. Dalle pagine emerge il cuore di un percorso segnato da conflitti familiari, rifiuti dolorosi e scelte coraggiose, ma anche la ricerca tenace della libertà — una libertà intesa non come concessione, ma come atto di rottura e responsabilità. “Io sono semplicemente io, non appartengo a nessuno”. Attivista storica per i diritti LGBTQ+ in Italia, Imma Battaglia è stata tra le protagoniste del movimento fin dagli anni Novanta, alla guida del circolo Mario Mieli contribuendo in modo determinante alla nascita e all’affermazione del Pride a Roma come evento politico e culturale di rilevanza internazionale. Con una formazione scientifica e una mentalità razionale, ha sempre intrecciato il suo impegno civile con una visione critica indipendente, spesso in contrasto con gli stessi ambienti politici e associativi. Questo libro non è solo un racconto di una battaglia per i diritti, ma il ritratto di una donna che ha trasformato la solitudine in coscienza, il dolore in scelta, e la propria identità in un atto continuo di libertà.

Il libro nasce dal rapporto con tuo padre e tua madre, dalle tue origini a Portici…dalla tua vita, insomma. E non è solo una questione di orientamento sessuale…
Sì, il libro nasce da una necessità vera, non da un’ambizione letteraria. Non l’ho scritto per compiacere qualcuno o per costruire una forma elegante: lì dentro c’è la vita, la vita vissuta. Io racconto le cose come le ho vissute, con semplicità, senza furbizie. Non mi appartiene il linguaggio artificioso. Ho studiato matematica, non letteratura: per me contano la precisione, la verità, il bisogno di lasciare una traccia. E sarebbe riduttivo leggerlo solo dal punto di vista degli orientamenti sessuali… È il vissuto di una bambina, di una ragazza, di una donna. Qualunque donna può riconoscersi in certe frasi, in certi comandi, in certe condanne. Per esempio, quando un padre ti dice: “Tanto tu ti devi sposare”. Dentro quella frase c’è un mondo intero: c’è il destino deciso da altri, c’è la tradizione che ti stringe, c’è una vita già scritta prima ancora che tu possa dire chi sei.

Rifiuti le etichette, anche quelle che pretendono di spiegare tutto.
Sì, perché la vita delle persone non è mai riducibile a uno stereotipo. Gli psicologi, i sociologi, i benpensanti spesso hanno la presunzione di ricondurre tutto a un modello, a un archetipo, a una categoria rassicurante. Io non ci credo. Ogni vita è singolare. Certo, esistono le tradizioni, i condizionamenti, le somiglianze culturali. Ma poi ciascuno combatte la propria battaglia in modo irripetibile.

Qual è allora il punto centrale della tua storia?
Che la libertà si conquista. E che, molto spesso, per conquistarsela bisogna andarsene dai luoghi dell’oppressione. L’oppressione non è solo quella delle guerre o delle dittature. Esiste anche dentro le case, nelle famiglie, nei paesi, nelle regole non scritte che soffocano le donne. Per me la liberazione è stata questo: cercare una vita che fosse mia, una dignità mia, una scelta mia.

A un certo punto dici una frase netta: “Io sono semplicemente io, non appartengo a nessuno”.
È la frase che più mi rappresenta. Non appartengo a nessuno, non voglio etichette, non voglio che qualcuno decida chi sono al posto mio. Sono io, con tutto il peso della mia storia, con tutto il bagaglio doloroso che mi porto addosso. Ma sono io.

Nel libro il rapporto con tua madre è uno dei nodi più laceranti.
Sì. Io cercavo il suo amore e la sua approvazione. E invece, quando lei capisce la mia omosessualità, arriva il rifiuto più feroce. Mi dice parole terribili: “Mi fai schifo”, “Mi vergogno di te”, “Sei malata”. Sono parole che non si dimenticano mai. E anche le botte prese…perché di botte ne ho prese e tante. Tutto ti resta addosso, ti restano addosso. Non importa quanti anni passino.

Che cosa succede dopo?
Succede che me ne vado. Mi licenzio, mi preparo, prendo un treno da sola. Alcune amiche mi accompagnano. Non le mie sorelle: le amiche, che in quel momento sono la mia vera famiglia. Parto di notte e arrivo a Trieste la mattina. Con quel viaggio si spezza tutto: io chiudo con mia madre e mia madre chiude con me. Per un anno e mezzo non vuole vedermi né parlarmi. Per lei ero morta.

Eppure, in quel dolore c’era già una forma di libertà.
Era un dolore feroce, ma accanto a quel dolore c’era la libertà. Ogni volta che soffrivo, guardavo la mia vita e pensavo: sto pagando un prezzo altissimo, ma questa è la vita che ho scelto io. E questo nessuno poteva più togliermelo.

Il rapporto con i tuoi genitori si ricompone?
In parte, e molto lentamente. Mio padre a un certo punto dice: “È mia figlia e mia figlia deve stare qua”. Ma con mia madre il vero cambiamento arriva molto più tardi, quando entra Eva nella mia vita. Parliamo di anni, di decenni interiori, non di una riconciliazione improvvisa. Per molto tempo mi hanno guardata senza davvero vedermi. Non mi hanno mai detto: “Siamo fieri di te”. Né per la mia vita personale né per il mio impegno pubblico.

Li hai perdonati?
In un certo senso sì, ma non per buonismo. Li ho perdonati quando ho provato a guardare la loro storia, i loro strumenti, i loro limiti. Mi sono chiesta: che strumenti avevano? Che cosa sapevano davvero? Io stessa, da ragazza, mi sentivo anormale, fuori posto. Vivevo un conflitto tremendo, anche se la naturalezza di ciò che ero era più forte del giudizio.

Nel tuo racconto Roma ha un ruolo decisivo.
Sì, perché Roma per me è stata una città di solitudine. A Trieste stavo meglio. Roma mi ha sbattuta contro un’altra solitudine, più grande, più dura. Però proprio quella solitudine mi ha costretta a cercare, a capire se ci fosse qualcun altro come me, a trasformare un’esperienza privata in una ricerca sociale e poi politica.

Nel libro convivono molte Imma.
Tantissime. C’è la donna del lavoro, la professionista nell’informatica e nella tecnologia, che quasi nessuno vedeva. C’è il personaggio pubblico legato alle battaglie sui diritti. C’è la donna malinconica, timida, piena di pensieri, con una tristezza enorme, e c’è la persona che ha sempre avuto bisogno di solitudine per ricaricarsi. Questo libro, per la prima volta, mette insieme tutte queste Imma. C’è anche la voglia di vincere, non la voglia di riscatto perché non ho nulla da cui riscattarmi ma la voglia di vincere sì.

Ti definisci una persona molto razionale.
Moltissimo. Sono una persona che vuole capire il perché delle cose. Non accetto i dogmi. Se una cosa esiste, voglio sapere da dove viene, qual è la sua logica. È una forma mentale che mi porto dietro da sempre, forse anche in modo ossessivo. Ma sono fatta così.

Anche il tuo rapporto con il femminile e il maschile sfugge alle definizioni semplici.
Certo. Da piccola venivo spesso scambiata per un maschio, e questo ha condizionato la mia vita. Da un lato mi dava sollievo perché non volevo assomigliare né a mia madre né a mia sorella; non volevo essere come loro, dall’altro mi infastidiva, perché non volevo neppure essere definita attraverso un’identità maschile. Non mi riconosco nei binari rigidi. La mia risposta è sempre stata una sola: sono io. E la libertà, per me, è proprio questo: rompere lo schema.

C’è anche una parte politica molto forte nel tuo racconto.
Ovvio, ma nasce sempre dalla stessa radice: la responsabilità. Quando entro nel circolo Mario Mieli e poi ne divento presidente, mi assumo un compito fino in fondo. Non faccio mai nulla superficialmente. E mi accorgo subito delle contraddizioni, perfino delle storture economiche e organizzative che attraversavano quel mondo. Anche per questo il mio rapporto con la politica è stato sempre libero, conflittuale, mai allineato.

Se dovessi dire, in una frase sola, che donna viene fuori da queste pagine?
Una donna libera. Libera di scegliere, libera di sbagliare, libera di pagare il prezzo delle proprie scelte. Una donna attraversata da sofferenze profonde, ma mai disposta a farsi definire dagli altri.

Il circolo Mario Mieli, diventi Presidente….
Un impegno grosso, e senza essere messa al corrente di tutti i casini che ci stavano dietro. Ma io come sempre, quando prendo un impegno, lo prendo fino in fondo, lo affronto sempre con la mia mente da matematica, non faccio niente in maniera superficiale e così è stato. Cominciò un percorso completamente diverso, un percorso dove mi assumo le responsabilità, anche quelle meno piacevoli, soprattutto quelle mene piacevoli: mancavano soldi, c’era chi durante la festa del Mucca Assassina rubava i soldi dell’incasso. Ho dovuto controllare chi, cosa, come e quando avveniva tutto questo. E poi me ne andai per un altro casino finanziario, con la finanza che ci accusò di aver evaso un miliardo e passa delle vecchie lire e ci tengo a sottolineare che in mezzo a tutti quei soldi, che comunque le discoteche hanno sempre guadagnato, io non ho mai preso una lira, io sono stata la vera volontaria, pura volontaria, mai intascato una lira: in quei fogli non c’è mai stata una mia firma, ma non sono mai uscita dalle mie responsabilità, mai! Dopo questo episodio mi metto in conflitto anche con delle associazioni. La mia presidenza ha cambiato molte cose e significato molte cose: rimettere a posto i conti, rifare la sede, rilanciare l’associazione e far venire un sacco di gente, l’accoglienza ai giovani fatta dai giovani. Metto in atto tante rivoluzioni all’interno del circolo e quello della mia presidenza è sempre stato il periodo in cui il circolo è stato più frequentato.

Con te nasce il World Pride…
Sono io che mi invento letteralmente il World Pride. Sono io che all’Arcigay e Grillini dico con chiarezza che il Pride deve rimanere a Roma, perché è a Roma che bisogna rompere le scatole, è qui che sono i politici ed è in questa città che bisogna farsi sentire, e qui che bisogna rompere le scatole al Vaticano. E dal 1997 che si comincia sempre a Roma. Dopo che ho fatto sentire la mia voce a San Francisco, sono io che ho fatto di tutto per far sì che Roma diventasse la voce di tutti. E su questo pretendo, e lo ribadisco: rivendico, che chi ha fatto sì che oggi il Pride parta da Roma è Imma Battaglia.

Non ti viene riconosciuto questo ruolo?
No, no. Non mi viene riconosciuto. Anzi, sai quante volte mi hanno chiamata fascista?

Perché fascista?
Perché ritengo che se oggi il nostro paese è nei guai è per la conduzione politica che ha fatto la Democrazia cristiana. Se guardiamo bene, il debito non è una questione di oggi, ma è figlio di quegli anni lì. Poi la sinistra è stata peggio della Democrazia cristiana. Quando il movimento omosessuale si schiera così nettamente a sinistra, quando tu fai diventare ideologica una condizione di vita e quindi chi è gay è di sinistra, tu dai alibi alla politica e questa è una visione sbagliatissima, perché le persone gay possono essere di destra o di sinistra, della Lega… La posizione politica e la tua vita sono due cose completamente sconnesse, e quando io dicevo queste cose venivo riempita di insulti. Quando venne eletto Alemanno, Storace, a me non importava la loro appartenenza politica, a me importavano le mie battaglie, quelle della mia comunità, bisognava parlare con tutti. Come si fa a dire “i gay di destra non sono i benvenuti”? Che storia sarebbe questa? È grave.

Come giudichi il governo Meloni?
Secondo me sono una “banda” di incompetenti, mentre per me Giorgia Meloni è una donna molto intelligente e molto preparata che purtroppo però paga il fatto di non essere una donna libera. Per me Meloni ha perso una grande opportunità, e l’ha fatta perdere alle donne: prendi il fatto che comunque viene eletta e si vuol far chiamare “Il Presidente”. Per me è ridicolo. Invece avrebbe dovuto rivendicare che la destra è stata capace di portare la parità di genere: rivendicalo! È vittima della sua storia, della sua storia di ragazza del Fronte Della Gioventù. Lei non si è liberata dal patriarcato, dal maschilismo. E dico purtroppo.

C’è una sinistra che potrebbe piacerti?
In realtà a me interessa molto il partito del buon senso, che abbraccia la libertà degli esseri umani, che abbraccia il diritto alla vita degli esseri umani, il diritto allo studio, alla casa, al lavoro, ecco perché penso che noi non possiamo non stare con Gaza, con le donne in Iran, perché nessun uomo e nessuna donna sono liberi se non hanno accesso allo studio, e se non hanno la possibilità di vivere la loro vita affettiva e di lavorare e poi di curarsi. Sono principi banali, semplici ma che non possono andare d’accordo con il potere di Big Pharma, con il potere delle tecnologie. Oggi l’intelligenza artificiale è il sovranismo assoluto. Il sovranismo assoluto. Lo dico forte. Le tecnologie sono tutte dei Grandi fratelli che spiano, osservano, guardano, capiscono. L’intelligenza artificiale è potentissima, farà stragi di lavoratori e lavoratrici ma nessuno è pronto, nessuno ne parla. Non vedo sindacati pronti ad affrontare seriamente questi problemi, perché dobbiamo considerare che sarà tanto utile quanto nefasta. Perché oggi che parliamo della solitudine da socialnetwork, la solitudine aumenterà, perché tu parlerai con un amico che sarà lì a risponderti con toni suadenti, qualunque cosa tu chiederai, perché saranno sempre più istruiti. L’intelligenza artificiale sarà anche un’intelligenza emotiva, perché la stanno sviluppando e quindi bisogna chiedersi quale deve essere la sinistra del futuro che combatte in un mondo in cui l’ambiente è distrutto, dove i giovani non hanno più sogni, i ragazzi non hanno più ambizioni perché li hanno convinti che basta dire quattro cazzate sui social network e sei un influencer: ma cosa significa influencer? Cosa sei? E anche questa regola dell’influencer, ovvero considerare positivo un influencer ignorante che enfatizza atteggiamenti ignoranti… Dico assolutissimamente No, no, e no a questo mondo fasullo. Perché questo mondo è un mondo fake, falso, dove sono tutti falsi.

Non hai intenzione di scendere di nuovo in politica?
No.

Perché no? Perché quelle che possiamo considerare persone intelligenti, come te, poi è come se facessero un passo indietro…
La politica non vuole persone intelligenti, servono gli stupidi. In politica non puoi essere libera, io ero un problema perché ero libera. Non puoi essere preparata, devi stare a disposizione di un sistema che detta regole. Se proprio dovessi ritornare in politica potrei farlo per fare l’assessore, per fare il sindaco, per fare il ministro ma per avere la possibilità di poter fare quello che io ho sempre saputo fare, avere la possibilità di guidare, di prendermi le responsabilità, perché sono una persona seria, onesta e leale, e su questo non si discute. E in ogni caso, se qualcuno dovesse chiamarmi, per senso civico rispondo.

Ma con chi scenderesti in campo, qualcuno che stimi?
Oggi come oggi scenderei in campo con Silvia Salis, la sindaca di Genova; poi Alessandro Onorato, Amedeo Ciaccheri, e poi a livello nazionale una delle persone che ho sempre considerato dei più forti è Zaia, ma anche Renzi, che ho considerato un gran politico. Peccato sia un grande narcisista ma magari con l’età il narcisismo si placa. E poi, anche se non è più in politica ma direi certamente si a Fausto Bertinotti.

Qual è la tua più grande paura?
Penso che le malattie rappresentino le mie più grandi paure e devo dire anche il non controllo di una situazione politica mondiale a rischio di grandi conflitti,. Non parlo solo dei narcisismi di alcuni uomini uomini ma anche del potere in mano a pochi uomini super ricchi: prendi Musk, prendi Bezos. Il mondo in mano a pochi, a pochi e super ricchi, le oligarchie, le tecnocrazie, credo siano il vero problema politico da affrontare e che mi fa paura, basta pensare all’America o alla Russia.

3 Giugno 2026

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