L'ex presidente della Camera
Intervista a Laura Boldrini: “Governo Meloni vigliacco e servo di Trump, l’Italia è stufa”
“Il tycoon è un bullo fuori controllo, ma di fronte alle sue guerre illegali, Meloni ‘non condivide né condanna’. Una accondiscendenza inaccettabile che ha spinto la vittoria del No trainata da giovani e donne”
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Laura Boldrini, già presidente della Camera dei deputati, parlamentare del Partito democratico e presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo. C’è chi ha detto e scritto che un contributo importante alla vittoria del No al referendum sia stata la “generazione Gaza”. È stato un No a un mondo ostaggio di Trump e Netanyahu?
Penso che innanzitutto sia stato un “no” in difesa della Costituzione. Non è la prima volta che le italiane e gli italiani si mobilitano per tutelare la nostra Carta perché sono perfettamente consapevoli di quanto sia fondamentale per la tenuta della democrazia. Lo è per com’è nata e com’è stata scritta e lo è, soprattutto, per i principi determinanti che sancisce, inclusa la separazione dei poteri che quella scellerata riforma minava alla base. Certamente hanno influito tanti fattori e tra questi anche il posizionamento vigliacco che questo governo ha avuto (e ha ancora) sul genocidio a Gaza e sulla guerra illegittima scatenata da Netanyahu e Trump contro l’Iran. Quel “non condivido e non condanno” pronunciato da Meloni riguardo all’attacco sferrato contro Teheran è irricevibile. Ci sono volute settimane per sentire da Crosetto prima e da Meloni stessa poco dopo l’ammissione che si tratta di una guerra fuori dal diritto internazionale. Tutto questo ha pesato sul voto del 22 e del 23 marzo scorsi. E i flussi dimostrano che sono stati i giovani e le donne a trainare il no. Gli stessi giovani e le stesse donne che pochi giorni dopo sono scesi in piazza nella manifestazione “No Kings”.
A proposito del tycoon. In un’intervista al Telegraph, Trump ha dichiarato: «Sto valutando seriamente l’ipotesi di ritirarmi dalla Nato». Il presidente degli Stati Uniti ha detto che «l’Europa non è affidabile per la Difesa» e ha spiegato che l’alleanza atlantica è una «tigre di carta»: «L’ho sempre saputo e lo sa anche Putin».
Trump è un bullo arrogante fuori controllo. Pensa che gli organismi internazionali siano al suo servizio. E con la Nato lo ha dimostrato più volte, purtroppo corroborato anche dalle dichiarazioni del Segretario generale Rutte che lo ha perfino chiamato “daddy” (paparino) in pubblico e che, a proposito della spesa militare portata al 5 per cento per gli Stati che fanno parte dell’Alleanza atlantica, gli ha mandato un sms dai toni a dir poco adulatori. Ricorda? “L’Europa pagherà un sacco di soldi, come è giusto che sia, e sarà una tua vittoria”, recitava quel messaggio. Ora il disappunto di Trump è tutto dovuto al mancato supporto della Nato alla guerra illegale nei confronti dell’Iran scatenata da Netanyahu con il suo sostegno. Fortunatamente l’Alleanza si è tenuta fuori da questo conflitto: una scelta saggia, rispettosa del proprio mandato.
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Cosa resta della Meloni “facilitatrice” dei rapporti tra Trump e l’Europa?
Non resta nulla, ma in realtà non c’è mai stato nulla: solo una sua narrazione senza sostanza, a uso e consumo del suo elettorato. Del resto, lo avevamo già visto con la vicenda dei dazi imposti da Trump quando Meloni e von der Leyen hanno spacciato il 15 per cento come un grande successo.
Chi sono allora i veri alleati di Trump?
Il punto è che Trump non ha alleati o amici, in termini geopolitici. Gli unici alleati che ha sono i suoi affari: si muove tutto attorno a questo, dal Board of Peace al Venezuela, passando per i colloqui con Putin, per le minacce alla Groenlandia e l’attacco all’Iran. Giorgia Meloni non ha alcun ascendente su Trump. Lei, come Orban e Fico servono al tycoon per tentare di smantellare da dentro l’Unione europea. La premier e il suo governo hanno sempre avuto un atteggiamento servile, veramente imbarazzante, nei confronti del presidente statunitense. Solo dopo il clamoroso risultato del referendum ha iniziato, timidamente, a provare a mettere qualche paletto: ha capito che questa sudditanza le fa male, innanzitutto in termini di consensi, e ora cerca di porre rimedio ma tentando di non fare irritare troppo Trump. Ma non è facile opporsi a Trump e al suo strapotere. Non è facile ma si può fare se si ha a cuore l’interesse del Paese. L’Italia sta subendo danni gravissimi, specialmente dal punto di vista economico, per questo posizionamento politico di Meloni che ha messo gli interessi nazionali in secondo piano. Non avere preso con decisione le distanze dal tycoon, soprattutto sull’attacco illegale all’Iran, ci espone anche a rischi in termini di sicurezza. A differenza della Spagna dove invece Sanchez ha dichiarato fin da subito che il suo Paese non avrebbe in alcun modo sostenuto questa guerra chiudendo perfino lo spazio aereo nazionale ai velivoli Usa destinati al conflitto. La conseguenza è che le navi da e per la Spagna passano indisturbate dall’ormai famigerato Stretto di Hormuz. In tutta questa vicenda, quello che difende veramente gli interessi nazionali, partendo da una posizione di rispetto del diritto internazionale, è un socialista e non i presunti patrioti nazionalisti di casa nostra: un bel cortocircuito per Meloni, non pensa?
In un mondo dove a dettare legge è la forza e non il diritto, la pace può essere un tema identitario centrale della sinistra nei confronti di una destra guerrafondaia e bellicista?
Non “può”, “deve” esserlo, senza alcuna ambiguità. È determinante che lo sia. Dalla pace dipende tutto: il rispetto dei diritti umani, siano essi sociali, civili o politici; la stabilità economica; le possibilità di sviluppo di una società, le politiche industriali; gli investimenti sul welfare, la speranza e la fiducia nel futuro. In buona sostanza, la democrazia e il benessere delle società. La storia ci insegna che i nazionalismi hanno solo portato a guerre e le guerre portano morte, distruzione, depressione economica, annullamento dei diritti e delle libertà individuali e collettive. È per questo che, dopo la devastazione dei due conflitti mondiali del ‘900, ci siamo dotati di strumenti il cui scopo era evitare che si ripetessero quelle guerre. L’Unione europea, per quello che ci riguarda come Continente, le Nazioni Unite, la Nato, le Corti internazionali, il diritto umanitario internazionale e il diritto internazionale. Avere nella pace il proprio focus identitario, per una forza politica, significa difendere tutto questo che ora i sovranismi stanno mettendo a rischio e rilanciarlo in nuovi assetti più efficaci e funzionali.
La Knesset ha votato a maggioranza una legge sulla pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo, mentre tace sul terrorismo ebraico contro i civili palestinesi.
La pena di morte riservata solo ai palestinesi condannati per terrorismo, approvata dalla Knesset, è un atto gravissimo. È la conferma definitiva, se ce ne fosse ancora bisogno, che Israele ha instaurato un regime di apartheid in cui ai palestinesi viene riservato un trattamento diverso, discriminatorio e più degradante, in qualsiasi ambito. Dalle targhe delle macchine, alle strade separate, passando per i circa mille checkpoint in Cisgiordania e le continue, violente aggressioni da parte dei coloni e dell’esercito israeliano, i palestinesi subiscono un doppio standard, peggiore, rispetto agli israeliani. E non va dimenticato che essere palestinese in Cisgiordania o in Israele significa avere molte possibilità di venire accusati di terrorismo. Vedersi negata anche la possibilità di fare un ricorso a fronte di una sentenza di condanna a morte, che dovrà avvenire per impiccagione entro 180 giorni, è un obbrobrio giuridico degno di una dittatura. Non è neanche previsto l’errore umano del giudice israeliano.
E poi c’è l’annessione di fatto della Cisgiordania.
Esatto. E lo scopo è non solo eliminare ogni possibilità di creare lo Stato di Palestina, ma cacciare i palestinesi dalle loro terre, espropriandole e abbattendo le abitazioni. Le faccio un altro esempio. Sto per presentare una interrogazione al ministro Tajani a proposito dell’insediamento illegale denominato E-1, un progetto in discussione da diversi anni e più volte sospeso per le pressioni della comunità internazionale, ma che oggi è in via di attuazione. L’insediamento E-1, che parte dalla zona est di Gerusalemme, di fatto taglia in due la Cisgiordania, isolando definitivamente i 370mila palestinesi residenti a Gerusalemme Est dal resto dei territori occupati e minando ulteriormente la continuità territoriale necessaria per l’istituzione dello stato di Palestina. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze di Netanyahu, al momento dell’approvazione del progetto E-1, ha dichiarato che “lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo, non con slogan ma con azioni”. E su questo scellerato progetto non abbiamo sentito una parola di condanna da chi ipocritamente continua a dire: “per noi vale la soluzione due popoli due Stati”.
Questa sarebbe l’ “unica democrazia in Medio Oriente”?
È chiaro che definire Israele “l’unica democrazia del Medio Oriente”, come spesso affermano i politici di destra, sia insostenibile e non da ora. Una definizione falsa e fuorviante che anche i più ostinati sostenitori di Netanyahu dovrebbero dismettere per non esporsi al ridicolo. La legge sulla pena di morte per i soli palestinesi è, alla luce di tutto questo, l’ennesimo provvedimento segregazionista. Non si tratta semplicemente di “un passo indietro”, come ha dichiarato l’UE: siamo di fronte all’ennesima forma di persecuzione, la più violenta, contro i palestinesi. Essere condannati per terrorismo e accusati di avere ucciso altre persone “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”, come recita la legge approvata dal parlamento di Gerusalemme, è per i palestinesi molto più probabile che per chiunque altro. Certo non è un’accusa che potrebbe mai essere rivolta ai coloni israeliani che pure Ronen Bar l’ex capo dello Shin Bet, i servizi segreti interni israeliani, ha definito “terrorismo ebraico”. Una posizione che gli è costata attacchi durissimi da Netanyahu, fino alle dimissioni. Il terrorismo ebraico rimane dunque libero di colpire i palestinesi nella più totale impunità.
Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale, davanti a tutto questo?
La comunità internazionale ha il dovere di chiedere il ritiro immediato di questa legge e la cessazione di qualsiasi atto violento e discriminatorio nei confronti dei palestinesi, a partire dall’annessione della Cisgiordania e dal genocidio a Gaza che è ancora in corso, anche se nessuno ne parla più. Pochi giorni fa, il medico di Emergency della clinica di Al-Qarara, a Khan Younis, ha denunciato come il collasso sanitario stia continuando e le scorte di farmaci si stiano esaurendo. L’UE, se non vuole perdere ogni credibilità agli occhi dei suoi cittadini e cittadine, deve imporre le sanzioni ad Israele, fermare ogni scambio militare e commerciale, così come deve essere sospeso l’accordo di associazione. L’inazione e la reticenza usate finora non la salveranno ma rappresenteranno una macchia indelebile nella sua reputazione, difficile da dimenticare.