Il responsabile Università e Ricerca Pd
“Meloni complice di Trump nella resa dell’Europa: la premier appiattita ai capricci Usa”, parla Alfredo D’Attorre
“Dai dazi al riarmo, la premier ha favorito l’appiattimento dell’Ue ai capricci degli Usa. Ma i giovani sono stanchi di guerre e abusi e con il No al referendum hanno lanciato la sfida del Paese a una destra pericolosa”
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Alfredo D’Attorre, responsabile Università e Ricerca nella Segreteria nazionale del Partito Democratico. A mente fredda, qual è il segno politico del voto del 22 e 23 marzo?
Ci sono tre messaggi di fondo che il voto referendario reca con sé. Il primo è la bocciatura di un intervento sull’indipendenza della magistratura, che è stato giudicato funzionale non al miglioramento del servizio giustizia per i cittadini (esigenza reale, che rimane viva anche dopo l’esito del referendum), ma all’indebolimento del controllo di legalità su politici e colletti bianchi. Il secondo è un segno di sfiducia e malcontento più generale nei confronti dell’attività del governo in carica, dall’economia alla politica estera. Il terzo, che dal mio punto di visto è quello perfino più importante, è il rifiuto dell’ennesimo tentativo di stravolgimento dell’impianto costituzionale a colpi di maggioranza. Dopo il 2006 e il 2016, a distanza di un altro decennio, questa terza lezione dovrebbe essere chiara per il governo attuale e per ogni governo futuro: basta con i tentativi di deformare l’assetto costituzionale sulla base di convenienze politiche contingenti, facendo della Costituzione un alibi dell’incapacità di affrontare i problemi reali del Paese.
C’è chi ha detto e scritto che un contributo importante alla vittoria del No al referendum sia stata la “generazione Gaza”. È stato anche un No a un mondo ostaggio di Trump e Netanyahu?
Assolutamente sì. A differenza di gran parte di commentatori e sondaggisti, chi ha un qualche rapporto con il mondo della scuola e dell’università aveva percepito in anticipo che il voto giovanile sarebbe diventato il fattore a sorpresa dell’esito referendario. Il modo in cui una parte rilevante dell’establishment politico e informativo continua a rappresentare i rapporti tra l’Occidente e il resto del mondo è ormai totalmente estraneo alla mentalità di moltissimi giovani. È un tema di fondo che segnala non solo la fragilità della nuova presunta egemonia culturale della destra, ma anche lo spiazzamento delle élite liberali occidentali, dei loro doppi standard e della loro pretesa di un monopolio morale nel distinguere buoni e cattivi in giro per il mondo. In questo contesto, la subalternità e l’ignavia del governo italiano nelle recenti crisi, da Gaza all’Iran, sono apparsi a molti giovani come qualcosa di insieme grottesco e moralmente inaccettabile.
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Cosa resta della Meloni “facilitatrice” dei rapporti tra Trump e l’Europa?
L’unica cosa che Meloni ha facilitato è l’appiattimento dell’UE ai voleri e alle prepotenze dell’amministrazione americana. Riarmo, dazi, acquisto del gas, deregolazione delle big tech, global minimum tax, acquiescenza verso Israele: l’elenco è lungo. Assieme a Ursula von der Leyen e al cancelliere tedesco Merz la presidente del Consiglio porta la responsabilità politica principale della capitolazione politica dell’Europa. In questo quadro, la debolezza e le oscillazioni di Macron hanno consentito di isolare le posizioni della Spagna di Sanchez, l’unico grande Paese europeo ad aver difeso con coerenza la dignità e l’autonomia dell’Europa, oltre che gli interessi dei propri cittadini.
Guerra, esplosione dei costi dell’energia, rischi di una iperinflazione. Eppure, sembra che nel “campo largo” il rovello fondamentale siano le primarie…
Mi lasci dire che trovo singolare che politici e commentatori, che per decenni hanno pontificato sulle virtù taumaturgiche delle primarie, ora improvvisamente le demonizzino. Detto questo, credo anch’io che non dobbiamo farci assorbire ora dal tormentone mediatico delle primarie, che restano una possibilità, certo non una necessità o un obbligo, per costruire un’alleanza forte e credibile. Fino a qualche mese fa, in vari ambienti, ricevevo sguardi increduli o almeno perplessi quando manifestavo la convinzione che la coalizione progressista avrebbe vinto le prossime elezioni politiche. Ora vedo che il clima sta cambiando rapidamente. Ricordiamoci però che il prossimo governo dovrà affrontare sfide molto impegnative. La forza del suo progetto dipenderà dalla capacità di essere all’altezza del radicale cambio di fase storica che stiamo attraversando – in termini economici, geopolitici, antropologici – più che dalla legittimazione di una singola leadership.
Ha senso questa discussione prima di sapere quale sarà la prossima legge elettorale?
Molti danno quasi per scontato il cambio della legge elettorale. Personalmente ho un’idea un po’ diversa. Credo che nei prossimi mesi i sondaggi indicheranno con maggiore chiarezza che la destra non è affatto favorita per vincere le prossime elezioni politiche. A quel punto, visto che il premierato è stato fortunatamente affossato dal referendum e che la spinta verso la nuova legge elettorale è dettata da mere logiche di convenienza, proprio un più accorto calcolo delle convenienze spingerà molti parlamentari della destra a spiegare a Giorgia Meloni che l’abnorme premio di maggioranza della nuova legge elettorale avrebbe il paradossale effetto di aumentare fortemente per molti di loro il rischio di rimanere a casa. Affido a questo la previsione di un ripensamento sul tema della destra, non a una riflessione più attenta sugli equilibri costituzionali.
Schlein e Conte non dovrebbero ascoltare i suggerimenti dei “padri nobili” che suggeriscono di individuare un terzo nome?
Questa discussione sul “papa straniero” è abbastanza lunare. Non si capisce perché due leader, che hanno riscostruito i rispettivi partiti, contribuito assieme ad AVS a cementare il nucleo dell’alleanza, vinto il referendum, riaperto la partita politica nel Paese, dovrebbero cedere a una figura non scelta dagli elettori la guida della coalizione. Personalmente considero legittima l’aspirazione di Conte di tornare alla guida del governo e penso che la sua popolarità nel campo del centrosinistra sia reale. Ma sono altrettanto convinto che, se la scelta, come inevitabile, sarà affidata agli elettori, o avverrà con il criterio del partito più votato o con le primarie, la figura di Elly Schlein emergerà chiaramente come quella più unificante, forte ed espansiva. Al di là di altri aspetti politici che pure possono aiutarla, la segretaria del PD sarà riconosciuta sul campo dal popolo progressista come quella che con più coerenza, testardaggine e generosità si è battuta in questi anni per la costruzione di una alternativa unitaria alla destra.
Non è un’illusione pensare che la vittoria del No al referendum si traduca automaticamente nella sconfitta della destra alle prossime elezioni politiche?
Io credo che la destra avrebbe perso le prossime elezioni anche se fosse riuscita a vincere il referendum su un terreno per la sinistra difficile, come quello della giustizia. Concordo però in un certo senso con l’osservazione contenuta nella domanda: non è automatico che tutti i 15 milioni di No al referendum si traducano in voti per la coalizione progressista alle prossime elezioni. C’è una quota di voto giovanile e di astensionismo, che è riemerso nel referendum a difesa della Costituzione, che non ci ha affatto dato una delega in bianco. Va coinvolto e motivato con un progetto capace di mettere in discussione la convinzione che si è progressivamente (e legittimamente) diffusa nell’ultimo ventennio: quella per cui l’alternarsi dei governi non incide sulle cose che veramente contano per i cittadini.
Quale percorso immagina per la costruzione di un programma condiviso della coalizione progressista?
La mia opinione è che non ci serva una replica delle 281 pagine del programma di Prodi. La coesione e la credibilità dell’alleanza non si garantiscono con un’enciclopedia di misure tecniche, ma con la chiarezza dei principi e degli orientamenti di fondo sulle questioni fondamentali, su cui non ci possono essere ambiguità.
Quali saranno i temi decisivi in vista delle prossime elezioni politiche?
Le due questioni gigantesche che stanno riportando le giovani generazioni all’impegno politico: la giustizia sociale e la pace. Su questo serviranno parole nette, impegni chiari, proposte serie, non basteranno formule fumose o slogan. Poi c’è un terzo tema molto importante, di cui purtroppo si parla troppo poco nel dibattito pubblico.
A cosa si riferisce?
Alla qualità dell’istruzione pubblica nell’epoca della rivoluzione digitale e dell’intelligenza artificiale. I giovani percepiscono che queste trasformazioni, per essere affrontate, richiedono una formazione di livello più alto sui fondamentali e un investimento strategico su scuola, università e ricerca. Sta qui la chiave per uscire dalla trappola produttività stagnante-precarietà-bassi salari, in cui siamo impigliati da molto tempo e che le politiche di questo governo hanno reso ancora più stringente. A ciò si lega il tema del diritto allo studio, su cui nel Dipartimento Università e Ricerca del PD stiamo costruendo un pacchetto di proposte concrete ispirate da un principio semplice: tra i 19 e 24 anni tutti i giovani che lo vogliano devono essere messi nella condizione di frequentare un’università vera, in presenza e a tempo pieno, senza dover ricorrere a lavoretti o dover ripiegare su una laurea telematica, anche se non hanno una famiglia benestante alle spalle.
Cosa risponde a chi teme una deriva populista del programma della coalizione progressista, con promesse irrealistiche e scarsa attenzione alla tenuta dei conti pubblici?
Il programma deve essere serio e realistico, e proprio per questo deve lasciarsi alle spalle trent’anni di frottole e ricette sbagliate di ispirazione neoliberale. Sappiamo ormai per esperienza che il risanamento dei conti pubblici non si fa con l’austerità e gli avanzi primari che comprimono crescita e domanda interna, che un modello basato solo su bassi salari ed esportazioni non regge più, che il mercato non riesce a garantire da solo alcuni beni pubblici essenziali, che la presenza dello Stato in alcuni settori strategici dell’economia non è un male da combattere ma una necessità, che ridurre le tasse ai miliardari non fa “sgocciolare” la ricchezza verso il basso. Tornare a far funzionare la pre-distribuzione delle opportunità attraverso l’istruzione e la re-distribuzione della ricchezza attraverso il fisco è il presupposto indispensabile per un’Italia che possa riprendere a crescere e rendere il suo debito sostenibile.