La presidente di Emergency

Intervista a Rossella Miccio: “Cinismo, senso di impunità e biechi interessi personali: questo guida le guerre di Trump e Netanyahu”

“Le nuove generazioni hanno levato la loro voce contro la disumanizzazione del nemico messa in atto da due leader che considerano nemici anche giornalisti e operatori umanitari”

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

7 Aprile 2026 alle 16:52

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Photo credits: Paola Onofri/Imagoeconomica
Photo credits: Paola Onofri/Imagoeconomica

È l’incipit di cui non faremo mai a meno: c’è chi disserta su guerre, tragedie umanitarie, comodamente seduto in uno studio televisivo, mettendo i voti, dando patenti di affidabilità e cartellini rossi, e chi le guerre, le tragedie umanitarie le vive sul campo, cercando di salvare, ogni giorno, centinaia di vite umane. È il caso di Emergency, di cui Rossella Miccio è la Presidente nazionale. L’Ong fondata da Gino e Teresa Strada ha vissuto tutti i conflitti che hanno segnato gli ultimi quarant’anni. Sempre dalla parte delle tante e tanti che pagano. Come i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. Come i migranti che continuano a morire nel Mediterraneo o nel deserto.

Emergency è tra i protagonisti di quel grande movimento per la pace che si è manifestato anche recentemente nell’iniziativa No Kings. Un movimento che si dice abbia influito nel voto referendario. Si può parlare di una “generazione Gaza” entrata in campo da protagonista?
Quello che stiamo vedendo è che c’è sicuramente un bisogno, soprattutto da parte delle giovani generazioni, di far sentire la propria voce contro quelle che considerano violazioni inaccettabili dei principi e dei valori su cui si fondano le nostre società. Ben venga che arrivi dai giovani questa voglia di ritornare a parlare di cose vere, di cose serie, che ci fanno stare insieme come esseri umani. In questo la nostra generazione è stata forse meno brava. A fronte di una generazione che rivendica il diritto-dovere di restare umani, c’è un mondo dominato da leader che hanno fatto della disumanizzazione del “nemico” un proprio tratto identitario. Si pensi a Trump, a Netanyahu e altri ancora… Da questo punto di vista credo che sia proprio un segno di questi tempi quanto i leader mondiali della politica siano lontanissimi da quello che è il sentire delle persone, alle nostre latitudini e non solo. Penso a Trump, penso a Netanyahu, penso a Putin… Sono tanti, troppi, quelli che sentendosi impuniti hanno dimenticato quanto invece il loro sia un ruolo di massima responsabilità verso i propri cittadini e verso i cittadini del mondo, soprattutto da parte dei leader che hanno l’ambizione, anche giusta, di essere leader globali. Ma per poterlo essere, bisogna rappresentare valori globali, universali, e non interessi privati, personalistici, di settori che vanno a scapito della maggioranza o anche di minoranze. Noi di Emergency lo vediamo quotidianamente nel nostro lavoro, da Gaza all’Ucraina al Sudan, all’Etiopia di cui nessuno parla ma dove la situazione sta continuando ad andare verso una ulteriore escalation militare. Sono tutti effetti diretti di una scelta politica che è quella di far prevalere gli interessi personali, di una parte, rispetto a quelli di una comunità globale.

Quanto responsabilità c’è da parte della comunicazione nel “dimenticare” conflitti, o oscurare quelli che sembrano non fare più notizia, come Gaza?
Tantissima responsabilità. Sicuramente ci sono ostacoli oggettivi, pensiamo a Gaza dove il governo israeliano non ha mai fatto entrare la stampa internazionale, Gli ostacoli esistono. Detto questo, però, in un mondo che vive di tecnologie digitali, social e altro, la possibilità di far vedere la realtà delle cose c’è. E questo accresce la responsabilità dei media mainstream. Questa reazione che stiamo vedendo, non solo in Italia perché il movimento No Kings è un movimento globale, deriva un po’ anche da questo, cioè dalla sfiducia in quelli che sono i mezzi tradizionali di comunicazione e di aggregazione. Questo dovrebbe far riflettere tutti, anche il mondo dei media.

A proposito dei media mainstream e di una narrazione deviata. Un altro fronte su cui Emergency è impegnata da tempo, è quello del Mediterraneo e dei migranti. Che considerazioni le porta a fare il vedere tanta attenzione, un po’ morbosa, verso la liaison del ministro Piantedosi, a fronte del silenzio imbarazzato e imbarazzante sul fatto che l’Italia sia stata attenzionata dalla Corte penale internazionale per la vicenda Almasri?
Penso che questa sia un’altra vergogna del nostro dibattito pubblico. Sono davvero convinta che sia di estremo interesse per i cittadini italiani sapere che le nostre tasse vengono utilizzate anche per finanziare la cosiddetta Guardia costiera libica, per dare soldi a Paesi che non rispettano minimamente i diritti umani. A dirlo, documentandolo, non sono solo le Ong. A denunciarlo sono le Nazioni Unite, la Corte penale internazionale che ha attenzionato l’Italia per il caso Almasri. Ciò vale per l’Italia e per l’Europa in generale. È una responsabilità grossa della politica di dar conto ai cittadini di come vengono utilizzate le nostre tasse, sulla base di quali scelte politiche. C’è poi, però, un discorso, una responsabilità, che riguarda i cittadini, cioè ognuno di noi, di chiedere conto di certe scelte. Spero che ci siano sempre più pressioni dal basso, da una cittadinanza attiva, che ricordi, fintanto che siamo ancora in una democrazia, a quelli che abbiamo mandato a rappresentarci, che debbano rappresentarci veramente. E sfido chiunque a ritenere che i cittadini italiani preferiscano che le proprie tasse vengono spese per finanziare le motovedette della Guardia costiera libica che sparano in mare alle persone che cercano una vita migliore, e alle persone che tentano di aiutarle, o per aumentare gli armamenti, ingrossare le spese militari, piuttosto che per la nostra sanità, per la nostra scuola, per il nostro sistema sociale.

In questo momento, nel mondo sono in corso quasi sessanta conflitti armati. Di alcuni continuiamo a parlare, almeno noi de l’Unità. C’è un conflitto “dimenticato” che Emergency vorrebbe fosse portato alla luce?
Tra meno di due settimane il Sudan entrerà nel suo quarto anno di guerra. Questo Paese sta affrontando da ormai da tre anni una nuova guerra, nata come guerra civile che però sta avendo ripercussioni devastanti su tutta la regione dell’Africa nordorientale. Una guerra che ha già causato oltre 12 milioni di sfollati. Non si contano i morti, perché non si hanno cifre certe, ma parliamo di centinaia di migliaia di persone. Il Sudan sta di nuovo rivivendo un percorso genocidiario nelle regioni del Darfur. Eppure, di questo Paese, di questa popolazione stremata dalla guerra non parla nessuno. Noi di Emergency siamo lì da più di vent’anni. Siamo stati gli unici per oltre un anno e mezzo a lavorare nella Khartoum occupata dalle forze paramilitari delle Rsf. Una situazione in cui il 70% delle strutture sanitarie del Paese è inutilizzabile. Ci vuole molta più attenzione a questo Paese, a questa popolazione martoriata, sia dal punto di vista degli aiuti umanitari per la ricostruzione, per aiutare chi vuole tornare a casa a poterlo fare in sicurezza, ma anche dal punto di vista della politica e della diplomazia internazionale, perché non è stato fatto nessuno sforzo per riuscire ad arrivare ad una pace per il popolo sudanese.

A proposito di guerre e tragedie umanitarie tornate nel dimenticatoio. Lei è in procinto di partire per la Siria. Qual è lo scopo della sua missione?
Emergency sta provando a dare una mano alla Siria a ripartire, dal punto di vista sanitario, per cui abbiamo individuato, insieme al ministero della Sanità un ospedale nel distretto di Homs che è stato completamente svuotato, saccheggiato durante i quattordici anni di guerra. Quella di Homs è una regione molto popolosa, che non ha tante strutture sanitarie; quindi l’idea è quella di ristrutturare questo ospedale e farlo ripartire nel più breve tempo possibile per dare la possibilità ai siriani di tornare a casa dopo tanti anni di esilio fuori dal Paese a causa della guerra. E non si può tornare a casa se non ci sono servizi, almeno quelli di base, e da questo punto di vista un ospedale è fondamentale.

In questi conflitti, i giornalisti e gli operatori umanitari sono diventati bersagli ad hoc. C’è paura tra gli operatori di Emergency?
C’è paura, certamente. Acuita dal fatto di sentirsi soli, abbandonati, da Gaza al Sudan, quello che stiamo sperimentando nella quotidianità è che i fondamenti stessi di quello che era il diritto internazionale umanitario ormai non solo non vengono rispettati ma viene anche esplicitata in maniera forte la volontà di non rispettarli. Ecco allora gli ospedali diventare ufficialmente dei target militari, gli operai umanitari diventano ufficialmente sostenitori del nemico, e non si considera più la fondamentale importanza della neutralità dell’azione umanitaria. Si è tutti amici o nemici. Stessa cosa vale per i giornalisti, che in più vengono considerati dei testimoni scomodi e quindi li si elimina anche fisicamente. Al fondo, ed è forse la cosa più inquietante, c’è l’accettazione di questo sistema d’impunità diffuso, per cui ci si sente liberi, con una perversa logica di onnipotenza, di potere eliminare fisicamente tutti e tutto ciò che ostacola il loro cammino. Una cosa gravissima, che ci riguarda tutti, anche se pensiamo che sia una cosa lontana che riguardi mondi lontani, da noi. Invece è qualcosa che ci riguarda direttamente. Tutte e tutti.

In questo mondo dove a regnare è la legge del più forte, un mondo Far West globale, c’è una generazione che dice No. È una speranza per il futuro?
Per me è una speranza per il presente. Perché ne avevamo bisogno urgentemente. Perché è una sveglia che questi ragazzi stanno dando a tutti. Per questo motivo Emergency ha deciso di sostenere, partecipare, contribuire a questo dibattito e a questo movimento che va ben al di là delle sigle. È il sentire condiviso del bisogno di ritrovarsi da questa deriva Far West. Ben vengano queste iniziative. Noi di Emergency continueremo a fare il nostro pezzettino, a dare il nostro contributo soprattutto per quello che riguarda il No sempre più deciso a tutte le guerre, al riarmo, e un Sì convinto, determinato, verso una politica che si occupi della pratica dei diritti e non della loro violazione. Ci auguriamo che la politica queste voci le ascolti. Di certo, queste voci non verranno meno.

Resta il valore della testimonianza, che comunque vada a finire, segna il valore di una vita.
Penso assolutamente di sì. Questi ragazzi stanno cercando di far passare, nonostante tutti i decreti sicurezza, nonostante tutte le minacce a quella libertà di espressione sancita anche dalla nostra Costituzione, un messaggio di libertà e di partecipazione. Stanno mostrando un coraggio davvero rimarchevole. Sono da esempio anche per chi non è più così giovane e che dovrebbe sostenerli e contribuire a questo percorso, di cui beneficia tutta la società.

7 Aprile 2026

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