Intellettuali a difesa della relatrice Onu
Il caso Albanese è un flop, marcia indietro della Francia sulle dimissioni: mille intellettuali a difesa della relatrice Onu
La Francia batte in ritirata, solo un “richiamo” per le “dichiarazioni problematiche”. Appello di studiosi e personalità di tutto il mondo a sostegno della relatrice per i territori palestinesi: “la sua insistenza sulla responsabilità giuridica, sui fatti storici e sulla dignità umana universale rappresenta un punto di riferimento morale e un necessario atto di resistenza”
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Je vous demande pardon, Madame Albanese. Avrebbe fatto miglior figura se si fosse appellato al galateo. Ma la classe non è acqua. Resta, comunque, la ritirata francese. Contrariamente agli annunci fatti nelle scorse settimane in parlamento a Parigi dal ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot, la Francia ha rinunciato a chiedere le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi, Francesca Albanese, nel corso del consiglio per i diritti umani Onu che si è tenuto mercoledì a Ginevra. Optando alla fine per un semplice richiamo. Lo scrive Politico.
La rappresentante permanente della Francia all’Onu di Ginevra, Céline Jurgensen, non avrebbe più chiesto esplicitamente le dimissioni della giurista italiana, accontentandosi di denunciare “dichiarazioni ripetute e estremamente problematiche” da parte di Albanese. Quindi l’invito della rappresentante francese a tutti i relatori speciali Onu a dar prova della “sobrietà, moderazione e discrezione, richiesti dal loro mandato”. “Dovrebbe avere la dignità di dimettersi”: il portavoce del ministero degli Esteri di Parigi, Pascal Confavreux, intervistato da Politico sulla mancata richiesta di dimissioni di Albanese, ha risposto facendo riferimento alle ultime dichiarazioni del ministro degli Esteri, Jean-Noel Barrot. Per Convafreux, Barrot è ancora dell’idea che le “ripetute provocazioni” di Albanese, dovrebbero indurla a lasciare l’incarico alle Nazioni Unite.
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Intervenendo in parlamento il 18 febbraio, Barrot era tornato a condannare la “lunga lista di provocazioni” della relatrice speciale dell’Onu. Non solo le parole su un presunto “nemico dell’umanità” seccamente smentite da Albanese ma anche “la giustificazione del 7 ottobre”. “Queste ripetute provocazioni – aggiungeva Barrot – richiederebbero che la signora Albanese abbia la dignità di dimettersi”. Dimettersi per aver denunciato i crimini di guerra d’Israele e l’ “economia del genocidio” che chiama in causa un sistema economico-militare globale? No, grazie. E a pensarla come Albanese, sono gli oltre mille intellettuali, personalità del mondo della cultura, della musica (tra cui il grande maestro Michael Barenboim, professore di violino e musica da camera) di tutto il mondo che hanno sostenuto l’operato della Relatrice Onu.
Così inizia l’appello: “Noi, studiosi di varie discipline e istituzioni correlate, scriviamo a sostegno di Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, le cui rigorose indagini sulle violazioni dei diritti umani hanno prodotto conoscenze e prove cruciali che hanno sensibilizzato l’opinione pubblica sulle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Il suo mandato di Relatrice speciale delle Nazioni Unite è diventato indispensabile nell’attuale contesto politico. L’impegno di Francesca Albanese a difendere il diritto internazionale è tanto più vitale in un contesto caratterizzato da crescenti attacchi alle istituzioni fondate per difenderlo, dall’ascesa dell’autoritarismo e dalla normalizzazione di un ordine mondiale in cui il potere prevale sempre più sul diritto. In un contesto del genere, in cui troppo spesso prevale la legge del più forte, l’insistenza di Albanese sulla responsabilità giuridica, sui fatti storici e sulla dignità umana universale rappresenta sia un punto di riferimento morale, sia un necessario atto di resistenza.
Siamo allarmati dai tentativi di mettere a tacere Francesca Albanese da parte di diversi governi e attori non governativi e dalle tattiche utilizzate per raggiungere questo obiettivo. Più recentemente, l’8 febbraio 2026, gli attacchi contro Albanese hanno assunto una nuova dimensione, quando ha iniziato a circolare online un video manipolato che travisava le osservazioni da lei fatte il giorno precedente durante un discorso al Forum Al Jazeera a Doha, in Qatar, spingendo le Vostre Eccellenze a chiedere le sue dimissioni. Queste richieste fanno eco alle richieste di lunga data degli Stati Uniti affinché Albanese si dimetta. Queste azioni mettono in evidenza le minacce che gravano sul giornalismo indipendente che si occupa di diritti umani. Si inseriscono inoltre in un contesto più ampio di crescenti sforzi volti a reprimere le organizzazioni e le voci che difendono i diritti umani universali”.
Ed ancora: “La disapprovazione nei confronti del lavoro e delle conclusioni di un relatore speciale delle Nazioni Unite non può giustificare il rafforzamento di narrazioni che minano proprio quei principi che voi sostenete di difendere.
Siamo profondamente turbati dalla netta discrepanza tra le vostre azioni, le priorità da voi dichiarate e la realtà. Dalla tregua dell’ottobre 2025, Israele ha ucciso più di 590 palestinesi. Il genocidio continua. Il palese disprezzo per le sofferenze dei palestinesi è inequivocabilmente una violazione del diritto internazionale. Anziché adottare ogni misura possibile per chiamare il governo israeliano a rispondere delle sue responsabilità, voi avete strumentalizzato false accuse di antisemitismo per delegittimare una funzionaria delle Nazioni Unite che cerca di difendere il diritto internazionale. Non vi è la giustizia in assenza di responsabilità
Chiediamo a voi e ai vostri governi di cessare immediatamente gli attacchi contro Francesca Albanese, di presentare delle scuse pubbliche e di riaffermare il vostro impegno a favore dell’indipendenza e dell’integrità dei titolari di mandati e delle agenzie delle Nazioni Unite”.
Il primo luglio 2025 Francesca Albanese ha consegnato un rapporto clamoroso dal titolo lungo ma molto chiaro: Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio: i profitti multimiliardari incassati da aziende di tutto il globo nel sostenere e mantenere il progetto di colonialismo d’insediamento israeliano. Nel rapporto, Albanese denuncia il coinvolgimento di circa mille entità occidentali nell’occupazione israeliana dei territori palestinesi e nel genocidio a Gaza. Ci sono aziende che producono armamenti, aziende che offrono beni e servizi, c’è il settore del trasporto e del turismo, ma anche università, enti finanziari, banche, fondi pensione, organizzazioni non governative, associazioni religiose o non. Tra queste l’italiana Leonardo S.p.A, ma anche Eni, Volvo, IBM, Microsoft, Google, Amazon, Airbnb etc… Si accusa il fornimento di armi, di strumenti di sorveglianza e intelligenza artificiale per bombardare e controllare la popolazione. Il rapporto chiede disinvestimenti, sanzioni e la fine della complicità da parte degli attori economici internazionali. È il “business del genocidio”. Miliardario. Averlo svelato e documentato ha messo l’autrice nel mirino di un sistema globale che condiziona governi e fomenta guerre. Altro che antisemitismo.