Bloccarsi con la guerra in mare è follia
Il ddl anti-immigrati e i rischi nefasti del blocco navale
Da anni dilaga una cultura del mare di matrice padana, con ministri dell’Interno che pretendono di dettare legge sulle acque sapendone quanto io di snowboard....
Politica - di Ammiraglio Vittorio Alessandro
Di “blocco navale” non si parla nel testo del ddl approvato ieri che, contro il soccorso ai migranti, prevede la possibilità di chiudere il mare territoriale. Al governo non dispiace, però, l’espressione giornalistica: il fermo navale fu uno degli slogan con cui Giorgia Meloni vinse le elezioni, e il suo elettorato più esigente chiede conto della promessa ancora non mantenuta. Colpa dei giudici, risponde la premier, che “in pratica vogliono governare loro” e che “sulla sicurezza rendono vano il lavoro del Parlamento, del governo e delle forze dell’ordine”.
La manovra a tenaglia contro i migranti, infatti, oltre all’impegno — condiviso con l’Europa — di fermarli ancor prima che arrivino “sul bagnasciuga”, prevede anche il controllo sulla magistratura. Ed ecco il ministro Nordio chiedersi in televisione: “Chi controlla la magistratura?”. Domanda retorica: la risposta implicita è che, dopo il referendum, se ne occuperà il governo. Ma il fermo navale è tecnicamente un atto di guerra, esercitato con l’uso delle navi grigie: lo sanno bene coloro che invocano le misure più spicce in materia di sicurezza e ordine pubblico.
Molti uomini e donne del potere amano giocare con i soldatini senza aver mai fatto il servizio militare né imbracciato un’arma — forse proprio per questo. Il potere politico spesso si ubriaca di marce e di ritmi cadenzati, si accoda a quello militare sbagliando il passo, e ritiene che la guerra sia la parata, non le trincee. Ne sono ben felici generali e ammiragli che esibiscono mostrine e competenze, lasciando intravedere imminenti successi sul campo, in cambio di prebende personali e cannoni per le truppe. Il mare, poi, per molti custodi del potere resta un pianeta sconosciuto. Da anni dilaga una cultura del mare di matrice padana, con ministri dell’Interno che pretendono di dettare legge sulle acque sapendone quanto io di snowboard.
In mare le linee drastiche hanno conseguenze estreme. Ricordiamo i migranti albanesi — proprio l’Albania — quando la nave militare Sibilla speronò il relitto che li trasportava: chiunque può immaginare cosa significhi un soccorso mancato, ritardato, o addirittura ostacolato sul limite delle acque territoriali. Bisogna ammettere, però, che la guerra stavolta ingaggiata è la più facile. Si combatte su un lontano confine di mare, quasi invisibile, senza scossoni per un’opinione pubblica ormai assuefatta alle chiusure e alle restrizioni di ogni spazio.
Soprattutto è rivolta contro persone senza armi. Anzi, senza nulla. Chissà che stavolta non le sconfiggiamo.