Il Presidente nazionale Arci

“Meloni usa la sicurezza come clava per intimidire chi dissente, vogliono abolire lo Stato di diritto”, parla Walter Massa

“Meloni e i suoi usano la sicurezza come clava per intimidire chi dissente. Il tentativo è quello di abolire lo Stato di diritto e impadronirsi anche del potere giudiziario: il No al referendum è un No all’autoritarismo”

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

11 Febbraio 2026 alle 08:00

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Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Walter Massa è Presidente nazionale dell’Arci.

Dopo gli scontri in piazza a Torino. Lo Stato liberale alla sbarra. Il governo vuole carcere, repressione, pugno duro”. Così l’Unità aveva aperto la prima pagina nei giorni successivi alla manifestazione. Siamo a un altro capitolo dell’attacco allo stato di diritto?
Sì, siamo di fronte a un nuovo capitolo di un attacco più ampio e sistematico allo stato di diritto. Quanto accaduto a Torino – e soprattutto il modo in cui il governo ha scelto di leggerlo e usarlo politicamente – non è un fatto isolato, ma parte di un quadro che riguarda la qualità della democrazia nel nostro tempo. Alla crisi sociale e alla mancanza di una visione sul futuro si risponde trasformando il conflitto in un problema di ordine pubblico e il dissenso in una minaccia. Non è una reazione episodica, ma una strategia difensiva, aggiungerei: più repressione, più carcere, più inasprimento delle pene, fino a ipotesi come i fermi preventivi o lo scudo penale per gli agenti. È una scorciatoia pericolosa, perché svuota le garanzie costituzionali e restringe gli spazi di partecipazione invece di rafforzarli. Uno Stato liberale e democratico non teme il conflitto, lo governa politicamente, o almeno ci prova. Qui accade l’opposto: si rinuncia alla mediazione e si normalizza l’eccezione. È francamente inquietante sapere, anche da chi opera sul campo, che il mandato politico sembra non prevedere più un lavoro strutturato di mediazione con il mondo del dissenso e di ciò che viene percepito come alternativa. Questo lavoro continua a esistere con il mondo degli ultras – e meno male – mentre altrove sembra essere stato abbandonato. È una scelta politica precisa. Quello che ci dicono, anche fuori dai confini italiani, le proteste più raccontate come quelle quasi ignorate, è che all’autoritarismo non si risponde con meno democrazia, ma con più democrazia e più partecipazione, con tutti gli strumenti che una società democratica ha a disposizione, voto compreso. È questo che oggi fa paura a chi governa: non le piazze in sé, ma la possibilità che la partecipazione torni a essere un fattore politico reale. Per questo Torino non può essere ridotta a un problema di ordine pubblico. È parte di una sequenza che riguarda Milano, Roma, i quartieri popolari, i luoghi della socialità messi sotto pressione. La vera domanda di sicurezza che emerge da quei territori non è il bastone, ma la qualità della vita, dei legami sociali, dello spazio pubblico. Non a caso, da questa consapevolezza è nata anche l’assemblea di convergenza che si è tenuta a fine gennaio a Bologna, da cui è partita la chiamata alla manifestazione nazionale del 28 marzo. Un appuntamento che non nasce contro qualcuno, ma per qualcosa: per difendere lo spazio democratico, il diritto a manifestare, la possibilità stessa di una partecipazione collettiva che non venga criminalizzata. L’autoritarismo che avanza è vecchio nelle forme e nel linguaggio: comando, paura, esclusione. La risposta non può che essere chiara e radicale: più democrazia, non meno. Più partecipazione, non meno. Più società, non meno. E aggiungo: più dialogo, non meno.

La presidente del Consiglio “auspicava” che i giudici che dovevano decidere sui tre fermati per i fatti di Torino fossero perseguiti per tentato omicidio. Altri esponenti di governo e della destra hanno rincarato la dose, affermando che quelli che hanno aggredito l’agente di polizia “votano No”.
Le parole della presidente del Consiglio e di altri esponenti della maggioranza segnano un salto di qualità molto grave. In quelle parole c’è l’impianto culturale a cui accennavo prima: il comando. Nessuno deve disturbare il potere politico e non c’è Costituzione che tenga. Ed è lo stesso schema che ritroviamo nella riforma della giustizia, altro che separazione delle carriere. Quando chi governa si permette di “auspicare” qualificazioni penali prima che i giudici si pronuncino, non siamo più nel terreno del commento politico, ma in quello di una pressione impropria sul potere giudiziario. È legittimo chiedersi se e come, in questa fase, il clima politico stia incidendo sul lavoro della magistratura. È un cortocircuito istituzionale che mette in discussione la separazione dei poteri, uno dei pilastri dello stato di diritto. E noi non possiamo starci. Ancora più inquietante è il tentativo di trasformare un procedimento giudiziario in uno strumento di propaganda politica, associando la violenza a una presunta appartenenza elettorale o referendaria. Dire che “quelli votano No” non è solo una provocazione: è un messaggio intimidatorio rivolto a chi dissente, a chi manifesta, a chi partecipa alla vita democratica. È la costruzione deliberata di un nemico interno. E, mi permetto una battuta, se anche fosse vero sarebbe una buona notizia per chi voterà No al prossimo referendum. In questo modo si alimenta un clima di sospetto e di paura che avvelena il dibattito pubblico e legittima l’idea che il dissenso possa essere trattato come una colpa. È un approccio già visto in altre stagioni della storia e che non ha mai prodotto sicurezza o ordine, ma solo fratture profonde nella società. Una democrazia matura non usa la giustizia come clava politica né trasforma le piazze in tribunali mediatici. Difendere lo stato di diritto significa difendere l’autonomia della magistratura e il diritto di cittadine e cittadini a esprimere opinioni, anche radicalmente critiche, senza essere criminalizzati. Anche tenendo conto delle storture e delle mancanze di equilibrio che esistono nel sistema giudiziario e che sono il prodotto di precise scelte politiche degli ultimi anni. Non dimentichiamolo: le cose accadono così.

Qual è la vera posta in gioco nel referendum sull’ordinamento giudiziario?
La vera posta in gioco non è una riforma tecnica dell’ordinamento giudiziario, ma la qualità della nostra democrazia. Questo referendum viene presentato come un intervento neutro, di modernizzazione, ma è una rappresentazione profondamente fuorviante. La riforma interviene sull’equilibrio tra i poteri dello Stato, riduce l’autonomia della magistratura, ridefinisce il rapporto tra cittadine, cittadini e istituzioni e, nel lungo periodo, indebolisce uno dei principali argini all’arroganza del potere politico. Attenzione però: non si tratta di una questione corporativa né di uno scontro tra politica e magistrati. La giustizia non è un corpo separato dalla realtà che vivono le persone: è una garanzia fondamentale, soprattutto per chi ha meno strumenti per difendersi. Ogni volta che l’indipendenza dei poteri si assottiglia, a pagare sono sempre i più deboli. Lo vediamo nei territori, nei quartieri, nelle carceri che l’Arci attraversa da decenni, luoghi in cui finiscono quasi esclusivamente gli ultimi, resi ancora più vulnerabili da un impianto sempre più repressivo e diseguale. Questa riforma rafforza il peso dell’esecutivo sulla magistratura e avvicina la giurisdizione alla sfera dell’indirizzo politico. È un cambio di paradigma che agisce lentamente ma in profondità: ridefinisce ciò che è controllabile, ciò che può essere ignorato, ciò che diventa tollerabile. Si inserisce in una traiettoria già evidente di verticalizzazione del potere, impoverimento del dibattito pubblico e delegittimazione del conflitto sociale. Il referendum non è quindi un voto sul governo, né sulle inefficienze della giustizia, che esistono e vanno affrontate. È una scelta sul futuro democratico del Paese. La domanda è semplice: chi controlla il potere? E la risposta non può essere che il potere controlli sé stesso. Per questo voteremo No: non per conservare l’esistente, ma per difendere la separazione dei poteri come garanzia di libertà, uguaglianza e diritti. A tutela nostra, prima di tutto.

Minneapolis è tra noi?
Sì, se la leggiamo non come un episodio lontano ma come un avvertimento. O, se vogliamo, come un’idea del mondo che oggi circola nelle cancellerie occidentali. Minneapolis ci parla di cosa accade quando le disuguaglianze vengono rimosse dal discorso pubblico o addirittura colpevolizzate, e il conflitto sociale viene ridotto a un problema di ordine pubblico. È tra noi ogni volta che si sceglie la scorciatoia repressiva invece della giustizia, ogni volta che si comprimono diritti in nome della sicurezza, ogni volta che la democrazia viene svuotata mentre la si dichiara intoccabile. Ed è esattamente questo il nodo che attraversa anche il referendum sulla giustizia, senza forzature ideologiche. Una riforma presentata come tecnica, neutra, necessaria, che in realtà interviene sugli equilibri democratici, riduce le garanzie e allontana la giustizia dalle persone. Non risolve i problemi reali del sistema giudiziario, ma ridefinisce i rapporti di potere, tutelando i forti e indebolendo i diritti di chi è già più esposto. Per questo il referendum non è una questione per addetti ai lavori. È una scelta di democrazia. Come insegna Minneapolis, senza giustizia non c’è sicurezza e senza giustizia non c’è democrazia. La risposta all’autoritarismo non è meno diritti, ma più partecipazione, più uguaglianza, più controllo democratico sul potere. Questo resta il punto dirimente per democrazie che vogliono essere tali, non solo dichiararsi tali.

Allargando l’orizzonte. Da Teheran a Gaza, dalla Groenlandia al Venezuela, arrivando fino a Cuba: la “dottrina Trump” ridisegna il mondo. Sotto quale segno?
Sotto il segno della forza che pretende di sostituirsi al diritto. Lo rivendica apertamente lo stesso Trump. La sua “dottrina” rappresenta l’accelerazione brutale di una tendenza più ampia: il ritorno alla legge del più forte, alle sfere di influenza, all’idea che il diritto internazionale sia opzionale. È così che il mondo viene ridisegnato attraverso guerre, sanzioni, ingerenze e ricatti economici. È una scelta politica precisa.
In questo quadro Cuba, nella sua drammaticità umanitaria, diventa un banco di prova anche per l’Europa. La prossima settimana sarò all’Avana con una delegazione dell’Arci per vedere direttamente le condizioni di vita di un Paese sottoposto da oltre sessant’anni a un embargo che colpisce prima di tutto la popolazione civile. Un’aggressione permanente che continua non solo per la responsabilità degli Stati Uniti, ma anche per l’incapacità dell’Europa di esercitare una vera autonomia politica. L’Unione Europea condanna a parole, ma nei fatti subisce, si adegua, rinuncia a svolgere un ruolo di mediazione, di cooperazione, di difesa del diritto internazionale. Eppure, poi chiede a Cuba i medici per sostenere i propri sistemi sanitari: è un’ipocrisia evidente. Cuba parla all’Europa perché mostra cosa accade quando si accetta che le sanzioni diventino una forma di guerra normalizzata, quando si rinuncia a una politica estera fondata sulla pace, sul multilateralismo e sulla cooperazione tra i popoli. È lo stesso schema che vediamo riprodursi altrove, da Gaza al Venezuela, dall’Iran ai nuovi confini militarizzati del Nord globale. Questa dottrina ridisegna il mondo sotto il segno dell’arbitrio, e questo deve preoccuparci tutte e tutti. La risposta non può che essere politica: ricostruire un’Europa capace di stare dalla parte del diritto, della pace e delle società civili, non della forza. Perché quando crolla il diritto internazionale, non è lontano il momento in cui a essere svuotata è la democrazia anche dentro casa nostra.

11 Febbraio 2026

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