Il Governo sempre più ossessionato dalla repressione
Me ne frego: il modello Trump riaccende la fiamma di estrema destra, la sicurezza secondo Meloni
Elicotteri, cani, militari di ogni tipo: il farsesco raid alla stazione Termini anti-immigrati è stato costruito come le azioni delle squadracce dell’Ice. E l’ennesimo dl sicurezza sarà un altro giro di vite
Politica - di David Romoli
Passamontagna a parte, la spettacolare operazione di polizia alla stazione Termini di giovedì scorso, nella capitale, sembrava guardare a un modello preciso: i ragazzoni americani dell’Ice, le “Trumptruppen” come da sarcastica ma non imprecisa definizione. Elicotteri, cani, strade bloccate, gran dispiego di uomini in divisa. Centinaia di persone identificate, qualche fermo, qualche arresto, nel complesso poca roba. Però con scenografia volutamente kolossal, per inviare comunque un segnale ben riconoscibile.
Potrebbe trattarsi solo di messa in scena a uso propagandistico, se non fosse che nei giorni precedenti erano fioccate denunce penali e anche arresti in differita, qualche minorenne incluso, per le manifestazioni propal con relative “violenze”. Mentre le forze in divisa si davano da fare quelle dietro le scrivanie non erano da meno. Nelle stesse ore mettevano alacremente a punto un ddl e un dl Sicurezza, per complessive 60 misure o giù di lì volte a garantire ciò che un tempo si definiva “legge e ordine” e che oggi è stato ribattezzato con termine più accattivante: sicurezza, appunto. La nuova stretta segue da presso il dl sicurezza dell’aprile scorso, la prima legge davvero allarmante dal punto di vista della tenuta democratica del Paese varata dal governo della destra. Però non l’ultima e probabilmente neppure la penultima. In tutta evidenza qualcosa è cambiato e sta cambiando velocemente nella strategia di Giorgia e del suo governo. È altrettanto evidente che quel “qualcosa” si chiama Donald Trump.
La premier ha sempre rivendicato orgogliosamente le sue radici di estrema destra. Di eliminare la sacra Fiamma dal simbolo non vuol neppure sentir parlare. Allo stesso tempo però la presidente del Consiglio con il Msi neofascista nell’albero genealogico ha sempre saputo di dover procedere con grande cautela, non si è mai nascosta di essere arrivata al governo circondata da un alone di pesante sospetto internazionale, è sempre stata consapevole di dover dimostrare quarti di nobiltà democratica revocati in dubbio a priori e consapevolmente. Una cosa sono i comizi. Tutt’altra le cancellerie internazionale, Palazzo Berlaymont, soprattutto la Casa Bianca. Non è un problema che riguardi solo la leader di FdI. Doveva farci i conti persino Silvio Berlusconi, che pure non aveva alcun passato fascista da farsi perdonare. In Francia Marine Le Pen ha affrontato il problema di petto, mettendo alla porta addirittura il papà fondatore del partito Jean-Marie. Persino i duri tedeschi di Afd un certo controllo erano costretti a esercitarlo, con tanto di espulsioni clamorose se del caso.
È storia di ieri. L’avvento di Donald Trump, e anzi del “secondo” Trump, molto diverso da quello del primo mandato, ha cambiato tutto. Le razzie dell’Ice, la goduriosa affermazione della fede solo nella forza e nei rapporti di forza da parte del presidente del Paese più potente e un tempo più democratico del mondo, la ruvidezza con la quale l’eletto adopera un non sempre solo metaforico manganello con chi non si adegua hanno rivelato che di tutti quei freni inibitori, dei lacci e lacciuoli per tenere a bada gli spiriti animali della destra radicale, non c’è più bisogno. Al contrario, fregarsene sta passando da peccato politicamente mortale a titolo di merito da sfoggiare con compiaciuto orgoglio.
La destra italiana e quella europea stanno inesorabilmente cambiando grazie alla spinta dell’Americano e se ancora il processo va avanti con cautela è perché nessuno ancora sa cosa succederà in autunno con le elezioni di midterm ma se Trump in qualche modo ne uscirà in piedi, e dunque più che mai potente, ogni cautela verrà messa da parte.
Quello che è a tutti gli effetti un rovesciamento di tendenza avvantaggia giocoforza Matteo Salvini. Il leghista, già ridotto a figura quasi caricaturale, ha recuperato vigore. Sull’Ucraina ha per la prima volta ottenuto una modifica significativa del tono di fondo, nel testo della Risoluzione approvata due giorni fa e nel decreto sulle armi. Le nuove leggi sulla sicurezza portano il suo inconfondibile marchio. Salvini è pungolato, senza ancora essere davvero minacciato, dalla fronda del generale Vannacci. Alla Camera due deputati, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello si sono ribellati e hanno votato contro la risoluzione. Vannacci promette di andare avanti: “Non mi faccio condizionare. Io voto a Bruxelles e l’ho sempre fatto con coerenza per smettere di dare armi e fondi illimitati all’Ucraina”. Al Senato Borghi, molto più potente e rappresentativo dei due, ha scelto di non partecipare al voto ma ieri ha annunciato che voterà contro il decreto. Sferzato dall’ambizioso generale, sentendosi coperto dalla dottrina d’Oltreoceano, il capo leghista andrà avanti anche lui. E a palazzo Chigi non trova più la resistenza degli anni scorsi.