Era garantista, pacifista, femminista

Angela Azzaro, libertà e coraggio

News - di Piero Sansonetti

9 Febbraio 2026 alle 14:56

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Angela Azzaro, libertà e coraggio

Angela era femminista. Angela era comunista, credo. Era ribelle, considerava il potere pura sopraffazione. Angela era cristiana, molto cristiana, senza credere in Dio. Angela amava il giornalismo e la politica. Erano la sua vita. Era garantista, a 360 gradi. Se sei contro il potere sei garantista. Era pacifista, non violenta, gandhiana. L’ho conosciuta più di venti anni fa a un congresso di Rifondazione comunista. A Rimini, mi pare. Lei era lì per la “Liberazione”, io per “l’Unità”. Me la fece conoscere Ritanna Armeni, che ci invitò a cena. Qualche mese dopo io diventai direttore di “Liberazione” e lavorammo insieme tanti anni. A “Liberazione” la vita non era facile. Eravamo il giornale di Rifondazione, e Rifondazione era un partito complicato. C’era Bertinotti, un libertario, un pacifista. Ma c’era anche una componente stalinista molto radicata.

Ora, se ci sono due entità del tutto incompatibili tra loro, sono lo stalinismo e Angela Azzaro. La sua stella polare era la tolleranza. Aveva un’idea molto larga di libertà. Non era di quelli che dicono: sì, libertà, libertà, ma dentro certi limiti. Angela concepiva la libertà come l’aspetto complementare e indispensabile dell’uguaglianza. Libertà dal bisogno prima di tutto, certo. Ve l’ho detto: era comunista. Ma poi libertà individuale totale, su ogni piano, da quello del costume, al piano del sesso, della cultura, del linguaggio. Libertà per i poveri, libertà per i ricchi, libertà e massima espansione dei desideri.

Mi ricordo un congresso di Rifondazione comunista, credo del 2006, a Venezia lido. Assise serissima, nella quale si doveva discutere delle relazioni e dell’interfaccia tra comunismo, lotta di classe e vocazione governativa. Serietà, complessità. Anche dissensi e scontri. Noi ci presentammo al teatro dove si svolgeva il congresso con migliaia di copie di “Liberazione” di quel giorno. Il giornale conteneva un inserto culturale settimanale. Si chiamava “Queer”, termine inglese che all’epoca non conosceva quasi nessuno. Angela dirigeva quel supplemento di “Liberazione”, era lei che aveva scelto la parola “Queer”, e quella settimana lo aveva dedicato interamente a un tema francamente un po’ scabroso: il clitoride, ma lei diceva la clitoride. Ve li immaginate i vecchi militanti comunisti, da sempre un po’ bigotti, un po’ conservatori, timorosi sul sesso, che il giorno più solenne per il partito, il giorno del congresso, della relazione del compagno Bertinotti, si trovavano con l’organo del comunismo trasformato in organo sessuale della donna?

Eppure andò liscia. Angela un po’ si stupì, ma fu molto contenta. A lei piaceva fare così: andare a strappi. Cercare in quel modo di cambiare le idee di un gruppo, di una comunità. Voleva mettere dubbi. Poi pagava un prezzo. Quando un paio d’anni dopo la clitoride (ora anch’io dico la clitoride) decise di trascinarmi sul suo lato pop e di sostenere la battaglia di Vladimir Luxuria all’Isola dei Famosi, e addirittura, se non sbaglio, giunse a paragonare Vlady a Obama, suscitò il putiferio. Lei un po’ ci soffriva, un po’ era contenta. Si, certo, prendeva schiaffi, ma era riuscita a portare molta gente oltre i confini del femminismo perbene, quello quasi “per dovere”. Lei voleva il femminismo di rottura, sfrontato, fuori dal coro. Riuscì a spostare anche me su quel fronte. Oggi, che non sento più Angela da qualche anno, sono molto meno femminista di quando la vedevo ogni giorno. Su di me, che ero molto più anziano di lei e che l’ho conosciuta quando ero già un giornalista di lungo corso, Angela ha avuto un’influenza molto forte.

Già. Non la vedevo da parecchio tempo. Avevamo rotto. Questa è una storia dolorosa che non mi va di raccontare. Ve la accenno appena. Successe nel 2023 quando Alfredo Romeo comprò “l’Unità”, testata gloriosa e secolare del Pci che era fallita e aveva chiuso da cinque anni. Romeo decise di affidarla a noi che negli anni precedenti avevamo fatto “il Riformista”. Al “Riformista” era arrivato un nuovo direttore, nome prestigiosissimo e forte: Matteo Renzi. Non saprei nemmeno ricostruire bene quello che successe. Ci fu uno scontro molto aspro tra me e l’editore da una parte e Angela sul fronte opposto. Lei non amava i compromessi. C’era un gran nervosismo in quei giorni al nostro gruppo editoriale. “L’Unità” e “il Riformista”, due sfide molto complicate. E il nervosismo precipitò in litigio asperrimo che poi non fu mai ricomposto. Ci fu la rottura tra Angela e l’Unità. Fu mandata via. E da allora non l’ho mai più né vista né sentita.

Qualche settimana fa un amico comune mi disse che stava male. Non lo sapevo. L’altra sera mi ha telefonato Claudia Mandolini, con la quale avevamo lavorato insieme per tanti anni e in tanti giornali, e mi ha avvertito che Angela era morta. Non credo che questi tre anni di silenzio e di gelo possano cancellare i tanti anni di lavoro insieme. Sono stati anni fantastici. Io già vecchio, a fine carriera. Lei giovane, entusiasta sempre, arrembante. Un sodalizio che sembrava di ferro e ghisa. A “Liberazione” avevamo combattuto tante battaglie insieme. Poi sul finire del 2008, dopo quattro anni in trincea, a Rifondazione ci fu un cambio di maggioranza. I bertinottiani furono sconfitti da un gruppo robusto di comunisti tradizionalisti che con la nostra “Liberazione” c’entravano poco o niente. Volevano tornare alla tradizione e perciò mi licenziarono. Io decisi di fondare un nuovo giornale, lo feci grazie all’aiuto di Massimiliano Smeriglio. Il nuovo giornale si chiamò “Gli Altri”. Il primo numero fu dedicato a don Milani. Della redazione di “Liberazione” solo una persona decise di dimettersi dal giornale, perdere il lavoro, e seguirmi nella nuova avventura. Si, lo avete capito: era Angela. “Gli Altri” ebbe una vita difficile. Non c’era una lira. Non c’era un editore. Non c’era finanziamento pubblico. Stipendi magri magri e rari. Non c’era neanche un partito. Eravamo vicini a Sel, il partito fondato da Nichi Vendola, ma restavamo del tutto indipendenti. Però il giornale resse per quasi cinque anni, prima da quotidiano e poi da settimanale. Nel 2014 chiuse per diventare un nuovo quotidiano che si chiamò “il Garantista”.

Sbagliammo le previsioni: una redazione troppo grande, vendite troppo piccole. Fallimmo quell’impresa. E subito dopo aprimmo un nuovo quotidiano, questa volta con un editore forte, il Cnf, cioè l’ordine nazionale degli Avvocati, Lo chiamammo “Il Dubbio”. Il nome lo scelse il Presidente del Cnf, Andrea Mascherin. Tra qualche settimana “Il Dubbio” compirà 10 anni (auguri a tutti, soprattutto al direttore, Davide Varì, che con Angela e me ha lavorato tanti anni, anche lui a partire da “Liberazione”). Andò bene. Però… Dopo qualche anno di battaglie garantiste successe che in Italia andò al governo una coalizione composta dalla Lega di Salvini e dai 5 Stelle di Grillo. Una maggioranza di governo tra le più giustizialiste che mai si siano viste. “Il Dubbio” era ferocemente anti-governo. Il Cnf non se lo poteva permettere. Finì col mio licenziamento, come era successo a “Liberazione”. Decisi di riprovarci. Andai da Alfredo Romeo, che neanche conoscevo, e sfrontatamente gli proposi di comprare la testata dell’Unità e di riaprirla. Fu impossibile, per motivi burocratici. Bisognava aspettare che ii giudici dichiarassero il fallimento. Allora Romeo, al quale era piaciuto il progetto editoriale, comprò “il Riformista”. Anche quella volta Angela decise di lasciare il suo lavoro al “Dubbio” e di entrare nella nuova impresa. Perché? Ve l’ho detto: lei aveva dei principi, dei valori, per lei il giornalismo era vera informazione, oggettività e passione. Era libera? Che domande: francamente è molto difficile trovare in Italia una giornalista libera come lei. Era coraggiosa? Sì, molto coraggiosa. Dimenticavo una cosa. Angela era sarda. La prendevamo molto in giro perché era sarda. Le rifacevamo il verso sbagliando tutte le doppie. Lei sbuffava e rideva. Teneva alla sua sarditudine come a nient’altro. Di più: alla sua nuorezza. Amava la Barbagia. Poi aveva un difetto: non capiva mai le battute. Era spiritosa, ironica, ma le battute le capiva solo dopo un quarto d’ora. E dopo un quarto d’ora, all’improvviso, rideva come una pazza. Non solo rideva per la battuta, ma rideva perché non l’aveva capita. Se avesse capito di più le battute sarebbe stata praticamente perfetta. Ora penso a lei, ai suoi riccioli nerissimi, al suo sorriso, ai suoi 59 anni, e mi vengono le lacrime.

9 Febbraio 2026

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