Parla lo storico e politologo
“La destra vuole trasformare le piazze in caserma, copiando Trump”, parla Marco Revelli
«Chiamano cultura di governo l’adesione piena al paradigma neoliberista, esattamente quel che rende odiosa una certa sinistra alle vittime di questo sistema»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Torino, le ragioni della piazza, la forza del dissenso, le trappole del potere. L’Unità ne discute con Marco Revelli. Storico, sociologo, politologo, Revelli è stato allievo di Norberto Bobbio e ha insegnato Scienza della politica all’Università del Piemonte Orientale.
Come ci si sente ad essere accusato di aver sostenuto la manifestazione di Torino?
Molto sereno. Nel senso che questo tipo di aggressione proviene da figure e profili politici talmente squalificati che è difficile sentirsene toccati. Ma da quale pulpito si accusano delle persone pacifiche e pacifiste, io tale sono, di collusione con i violenti, da parte di esponenti di forze politiche e anche di un governo che con i veri violenti, quelli che bombardano, che massacrano, che fanno le guerre, ci fanno affari tutti i giorni. Le accuse di costoro non mi toccano. La notizia importantissima notizia è che a Torino c’erano 50mila persone che credevano nell’importanza nel mantenere aperti nella città degli spazi di dissenso. Un dissenso pacifico. Io ero lì e lo posso testimoniare. Quelle persone hanno tenuto il campo per ore. Quella è stata la prima parte della manifestazione. Poi sono entrai in scena cento-duecento incappucciati. Lo ripeto a mente fredda: se la manifestazione si fosse conclusa senza quella coda velenosa, si sarebbe trattato di una straordinaria, gigantesca vittoria per tutti coloro che l’avevano promossa, a cominciare dal centro sociale Askatasuna. Quella coda ha fatto un enorme regalo ai loro nemici, alla destra che governa l’Italia, al ministro Piantedosi. Era quello che si aspettavano. Che desideravano. Quella coda ha tradito quei 50mila manifestanti. E questo deve portare a una seria, severa riflessione.
- Stretta sulla sicurezza, governo Meloni verso il decreto dopo gli scontri di Torino con scudo penale e fermi preventivi
- Decreto Sicurezza, il via libera slitta tra i dubbi di costituzionalità del fermo preventivo: fuori la cauzione per le piazze
- Vietato dissentire, Meloni imita Trump: via al nuovo pacchetto sicurezza
Quale?
Occorre essere chiari fin dall’inizio nel bandire la violenza, che serve solo a chi la violenza istituzionale la pratica. Lo dice uno che da 25 anni predica la necessità della non violenza nelle manifestazioni perché è la condizione per avere successo. In 50mila erano di questa idea. Traditi da duecento facinorosi, non so se per confusione mentale o altro.
Ma cosa c’entra la denuncia per l’aggressione ad un agente di polizia con il referendum sull’ordinamento giudiziario? Eppure, questo assioma è portato avanti dalla destra, per la quale quelli che hanno agito con violenza a Torino “votano No”.
In questo c’è tutta la disonestà intellettuale, tutta la malafede di costoro. E spiega anche, insisto su questo, quanto gli episodi inaccettabili, di scontro di piazza, a questa gente abbiano fatto piacere. È come se non aspettassero altro.
Perché?
Perché, facendo delle operazioni di mistificazione radicale, pensano che possano essere utili per la loro propaganda. Credo che il primo ad aver fatto questa operazione sia stato Sallusti, che ha pubblicato l’immagine, indubbiamente scioccante, di un uomo a terra con un certo numero di violenti che lo aggrediscono. E ha scritto sotto che quelli lì votano No. Poi è stato seguito da una corte dei miracoli che ha ripreso lo stesso messaggio. Si qualifica da sé. Chi è capace di leggere i fatti per quelli che sono, lo giudica immediatamente. A parte che a detta di molti, i protagonisti di quella coda velenosa di sabato scorso, arrivavano in parte dalla Francia e da altri Paesi, e non votano qua. E supposto che fossero antagonisti dei movimenti, non vanno a votare. Ma come si fa a dire una cosa di quel tipo! Vuol dire avere degli occhiali politicisti che permettono di deformare anche le cose più evidenti. Lo stesso riguarda la speculazione sui giudici che si sono occupati dei tre che sono stati portati davanti a loro. Giudici “colpevoli” di non aver ascoltato l’ordine della presidente del Consiglio che voleva i tre in questione incriminati per tentato omicidio. Questa è l’accusa che viene fatta. Quei giudici hanno applicato la legge, comminando delle misure cautelari, come la procedura richiede. L’utilizzo di questo comportamento per dire che se vince il Sì questo non sarà più possibile. Si tratta di un clamoroso autogol per chi sa ragionare. Perché rivela una malcelata volontà di controllo diretto della politica sui giudici. È un’autostrada per chi sostiene di votare No perché dietro questa cosiddetta riforma della giustizia c’è una volontà politica di controllo da parte del governo sul potere giudiziario. L’hanno svelato nel modo più plateale, senza nemmeno accorgersene, perché non sono neanche tanto intelligenti.
Minneapolis è già tra noi?
Non c’è dubbio che ci sia una gran voglia, anch’essa malcelata, di emulazione, dietro alla richiesta, resa esplicita, di immunità totale nei confronti delle forze dell’ordine. Questo è il modello-Trump, dietro la richiesta, anch’essa esplicita, che possano usare le armi addirittura nella repressione di crimini ma probabilmente s’intende anche negli scontri di piazza. n una serie di messaggi sui social da parte di simpatizzanti di questa area politica, viene rivendicato esplicitamente. Il rammarico perché quell’agente non ha usato la pistola.
Tutto questo rivela che nella pancia di questa destra virulenta c’è una voglia di repressione violenta del dissenso, in qualunque forma si manifesti, anche nella più pacifica. Il voler assimilare i 50mila pacifici che sono stati vittime di quegli scontri e non certo protagonisti, testimonia una volontà di cancellazione del dissenso. Cancellazione del pensiero critico, insofferenza verso chi non si allinea e non risponde all’appello del potere a scattare sull’attenti quando questo comanda. Questa voglia di trasformare le strade e le piazze in caserme, che è tipica della destra, è diventata molto esplicita.
Un orizzonte che abbraccia tutto il mondo. È la nuova dottrina Trump su scala globale?
Direi proprio di sì. È la legge della forza contrapposta alla forza della legge. Si tratta, a ben vedere, dell’esplicitazione di quello che è un bel pezzo dello spirito del tempo. Per cogliere il senso, vado molto indietro nei secoli. Posso?
Prego.
Come dissero gli ambasciatori di Atene agli abitanti dell’isola di Melo che invocavano principi di giustizia e la legge degli dei a loro vantaggio, gli ambasciatori ateniesi risposero loro i forti fanno ciò che vogliono, i deboli debbono fare ciò che devono. Questo sta diventando quello che Carl Schmitt chiamava il “nomos della Terra”, la regola che governa il mondo.
C’è però chi a questa “regola” si ribella, soprattutto i giovani. Non è un segnale di speranza questo?
Sicuramente è un segnale di speranza che abbiamo visto materializzarsi nelle straordinarie piazze dell’autunno, le piazze contro lo sterminio a Gaza. È scesa in campo una intera generazione. Una generazione di innocenti, perché sono quelli che non hanno contribuito a realizzare il mondo orribile in cui siamo, e che hanno battuto un colpo, forte e chiaro, e hanno detto noi non ci stiamo. È indubbiamente un segnale di speranza. Ed è anche, il loro, un segnale di preoccupazione di responsabilità. Perché i rischi che corrono i giovani nella loro sete di giustizia sono alti. Le trappole che vengono tese dal potere per quelli che come noi hanno i capelli bianchi, sono evidenti, ma per un adolescente no. Un dispositivo di polizia che apre il segmento del corso che porta direttamente alla sede del centro sociale per cui ci si è mobilitati, aprendo una sorta di set nel quale invita a infilarsi perché già si sa cosa sarebbe successo, beh, per una generazione di innocenti quella era una trappola, nella quale, fortunatamente, non sono caduti in tantissimi. È un sintomo delle trappole che il potere sa costruire. Continuo ad avere nelle orecchie e negli occhi, quel dialogo di Cossiga, quando era ministro dell’Interno, quando spiegava quale fosse la tecnica per affrontare i movimenti antagonisti. Diceva che bisognerebbe ritirare ogni dispositivo di sicurezza, ogni schieramento di polizia, togliere gli agenti dalla città. Lasciare totalmente campo libero a chiunque, a cominciare da coloro che vogliono rompere tutto. Che sfascino le vetrine, che rovescino le auto, che le incendino, che devastino i centri storici delle città. Lasciaglielo fare per qualche giorno e poi puoi anche sparargli. Diceva questo quel ministro dell’Interno, diventato poi presidente della Repubblica, un po’ folle ma che ogni tanto si lasciava scappare qualche verità. Questo è ciò che concepisce il potere. Costruire le condizioni nelle quali si esaspera l’opinione pubblica, dopodiché puoi anche sparare ai manifestanti e troverai chi ti applaude. È questo il terrore. Noi andiamo incontro ad un periodo in cui il mondo, non solo l’Italia, sta correndo rapidamente verso il peggio, verso un abisso. E le ragioni della rivolta si moltiplicheranno, soprattutto da parte di chi ha tutta una vita da vivere e non vuole lasciarla nelle mani di questi macellai. E proprio perché le occasioni di rivolta si moltiplicheranno, bisogna stare molto attenti a non farsi del male.
A proposito di rivolte e di piazze. La segretaria del Pd, Elly Schlein, è stata fatto oggetto in questi mesi di aspre critiche e anche da un “fuoco amico”. Ecco cosa succede, sostengono i censori, riferendosi non solo alla manifestazione di Torino, ma anche a quelle contro il genocidio di Gaza, quando si “accarezzano” certe piazze. Che ne pensa?
Mi chiederei all’opposto che cosa accadrebbe a costoro che si definiscono di sinistra quando accadessero certi mostri di potere. Se la sinistra ha una indiscutibile difficoltà a rapportarsi con le parti più vive della nostra società è anche per colpa sua.
Chi avanza queste critiche spesso lo fa adducendo una “cultura di governo”. Professor Revelli, cos’è per lei questa tante volte evocata, brandita “cultura di governo”, in nome della quale girare alla larga dalle piazze?
Su questo ho una risposta sintetica: la “cultura di governo” è l’adesione piena al paradigma neoliberista. Esattamente quello che rende odiosa alle vittime di questo sistema una certa sinistra.