L'esordio

Se le stragi a Gaza servono a fare carriera: il romanzo “Avvoltoi” di Phoebe Greenwood, quando il giornalista è sciacallo

Non c’è massacro o strage che emozioni la protagonista: “A chi mai può servire una giornalista che piange?”. E invece Kapuscinski diceva tutt'altro. Una satira dura e comica che si interroga sul nostro sguardo sulle tragedie

Cultura - di Antonio Lamorte

12 Dicembre 2025 alle 17:47

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FOTO DA LAPRESE + EDIZIONI E/O
FOTO DA LAPRESE + EDIZIONI E/O

Quelli a Gaza sono eroi, martiri quando muoiono sotto le bombe israeliane secondo la propaganda pro Pal. Sono invece complici o terroristi secondo tutta la galassia filoisraeliana e sionista. Chi sono, questi giornalisti? Giornalista: terrorista, primo della lista, venduto, prezzolato, coraggioso, precario. Cosa? Sara Byrne cerca solo uno scoop incredibile, qualcosa che non si era mai vista in nessun giornale di tutto il mondo. E non nasconde il suo cinismo, non nega la sua ambizione che tra black humour e tragedia accompagnerà tutto Avvoltoi di Phoebe Greenwood, pubblicato in Italia da Edizioni e/o nella traduzione di Dario Diofebi.

Al Beach Hotel si incrociano i giornalisti di mezzo mondo, è “un’oasi di umanità in quel maledetto deserto”, il quartier generale della stampa, “la tua casa a Gaza”. Sembra un non luogo attraversato costantemente da porzioni di hummus e bicchierini di tè, popolato da questi cacciatori di taglie, cannibali delle vite altrui. “Non era forse la guerra che ci pagava lo stipendio a tutti?”. Greenwood è al suo primo romanzo, lo ha dedicato all’hotel Al Deira “che non esiste più”. È stata corrispondente freelance da Gerusalemme per il Guardian, il Daily Telegraph e il Sunday Times, ha seguito gli eventi del Medio Oriente dal 2013 al 2021 come redattrice e inviata del Guardian.

La sua protagonista è arrivata in maniera piuttosto casuale a essere la corrispondente dalla Striscia intorno al 2012: una donna inviata. “Può essere un vantaggio o uno svantaggio – ha spiegato Lucia Goracci a La Confessione, che per la Rai ha raccontato i fronti di mezzo mondo negli ultimi anni – accosti il dolore delle donne con più naturalezza, specie in certe società conservatrici dove se fossi stata uomo le donne si sarebbero raccontate meno facilmente. Spesso non vieni presa altrettanto sul serio, a volte questo può essere anche positivo perché ti controllano meno”. Sarebbero gli anni dell’“Operazione Colonna di Nuvola e “Operazione Pilastro di Difesa” scattata dopo l’eliminazione del numero due dell’ala militare di Hamas, Ahmed Jabari. Quando permettevano alla stampa estera di entrare nella Striscia, non come nell’offensiva scattata dopo il 7 ottobre 2023 che secondo le fonti palestinesi avrebbe fatto oltre 70mila vittime.

È un’era pre-smartphone, senza i social a una portata immediata e ipertrofica. Poco male: quel narcisismo spinto e patetico alla “Io, professione mitomane” non l’hanno mica inventato i social. Byrne deve fare i conti con l’eredità ingombrante del padre analista di politica estera, che torna nei frequenti flashback con la sua vita sentimentale in frantumi. E con un fixer, il rigoroso e integro Nasser, che non asseconda la sua smania: non ne può più della routine dei morti, delle famiglie devastata, colpetti di avvertimento e volantini di avvertimento, case distrutte, ospedali distrutti, reparti affollati di mutilati ma privi di medicinali. E dei culi di pietra capricciosi e pignoli che non sono usciti mai dalla redazione a Londra che si inalberano e si incazzano. Respingente e insopportabile come pochi, Sara Byrne vuole soltanto uno scoop, una storia che le svolti la carriera, che le permetta di farsi un nome.

 

 

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“Nessuno di loro si era neanche mai avvicinato al comando di una fazione di militanti palestinesi. Nessuno aveva mai messo piede nei dintorni di un tunnel del terrore, o visto di persona un arsenale di razzi. Erano tutti scemi o soltanto dei monumentali cagasotto? Per me andavano bene entrambe le opzioni. Questa guerra era ancora tutta nelle mie mani”. Non c’è massacro o strage che la emozioni: “A chi mai può servire una giornalista che piange?”. E invece, diceva uno tra i più grandi inviati di guerra di sempre, Ryszard Kapuscinski, da Il cinico non è adatto a questo mestiere (anche questo e/o): “Occorre distinguere: una cosa è essere scettici, realisti, prudenti. Questo è assolutamente necessario, altrimenti non si potrebbe fare giornalismo. Tutt’altra cosa è essere cinici, un atteggiamento incompatibile con la professione del giornalista. Il cinismo è un atteggiamento inumano, che allontana automaticamente dal nostro mestiere, almeno se lo si concepisce in modo serio […] Come sapete, ogni anno più di cento giornalisti vengono uccisi e varie centinaia vengono messi in prigione oppure torturati. In varie parti del mondo si tratta di una professione molto pericolosa. Chi decide di fare questo lavoro ed è disposto a pagarne il prezzo sulla propria pelle, con rischio e sofferenza, non può essere cinico”.

Secondo l’ultimo report di Reporter Senza Frontiere, sono 67 in tutto i giornalisti uccisi in tutto il mondo, il 79% vittime della guerra o della criminalità organizzata, il 43% nella Striscia. E insomma, è tutto questo: la spietatezza di The Jackal o l’acume di Tutti gli uomini del Presidente, il cinismo di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e l’eroismo di Fortapàsc. Sarà offerta chiaramente quale attitudine finisca per sabotare il giornalismo stesso. Soltanto quando segue un gruppo di ragazzini che giocano a pallone sulla spiaggia in mezzo alle macerie, Sara Byrne sembra aver messo per la prima volta piede a Gaza. Oltre grottesche antropomorfizzazioni, Avvoltoi si legge come un romanzo veloce e caustico, dalla satira feroce e irreparabile. Si interroga sul senso di un mestiere antico quasi quanto il mestiere più antico del mondo, necessario e ambiguo allo stesso tempo, mai così in crisi come in questi anni: sul senso di raccogliere le storie degli altri, di farne un trampolino o una prova del reato o entrambe le cose insieme. Non sarà mai un lavoro normale.

 

 

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12 Dicembre 2025

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