Parola al senatore

Intervista a Luigi Zanda: “Schlein, così non va: non si manca di rispetto chi ci ha preceduti”

«L’Italia ha molte fragilità e la sua sicurezza dipende in gran parte dalla capacità di gestire la politica estera e di trasformare l’Unione Europea, o almeno un suo primo nucleo, in una Federazione»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

13 Novembre 2025 alle 15:00

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Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica
Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica

Da Gaza all’Ucraina, il mondo è tutt’altro che pacificato. Ma questo sembra marginale nel dibattito politico italiano. Come la vede senatore?
Ritengo molto sorprendente che il presidente Mattarella abbia detto che stiamo scivolando verso il baratro, come nel 1914, e quel baratro fu la Prima guerra mondiale, ma questo serio allarme del Capo dello Stato sia caduto nel vuoto. Nessun partito lo ha ripreso, ma neanche il mondo intellettuale, della cultura. L’Italia è una nazione con molte fragilità e la sua sicurezza dipende in gran parte dalla capacità di gestire la politica estera e di fare tutto quello che le è possibile per trasformare l’Unione Europea, o almeno un suo primo nucleo, in una Federazione. Sparpagliati come sono, gli Stati europei non contano nulla.

Non contano nulla in rapporto alla triade Trump, Xi Jinping, Putin.
Trump, Xi Jinping e Putin vogliono ridisegnare gli equilibri mondiali e lo dicono esplicitamente. Trump ha più volte dichiarato che vuole l’America, dalla Groenlandia a Panama, al Venezuela. Xi Jinping vuole l’Indopacifico, a cominciare da Taiwan e Putin vuole tutta l’Europa orientale. Questa sarebbe una “nuova Yalta” ma è molto difficile che funzioni. A Yalta le zone d’influenza vennero decise da due persone, cioè Roosevelt e Stalin, con più Churchill che pure contava. Oggi, oltre le tre grandi potenze ci sono almeno una dozzina di medie potenze che non accetterebbero mai decisioni imposte dall’alto. Alcuni di questi Paesi possiedono la bomba nucleare e altri sono potenze regionali molto forti, come l’India, la Turchia, il Giappone, la Corea, l’Arabia Saudita. In queste condizioni è chiaro che in un dibattito sul nuovo ordine mondiale a una Europa politicamente divisa al massimo concederanno una photo opportunity.

Come è avvenuto a Sharm el-Sheikh, quando diversi leader europei, inclusa Giorgia Meloni, si sono precipitati a celebrare il “piano Trump” per Gaza, proclamando una pace tutt’altro che realizzata in Palestina.
La sospensione dei bombardamenti a tappeto su Gaza e lo scambio degli ostaggi israeliani, di quelli ancora vivi e dei corpi dei morti, e dei detenuti palestinesi, rappresenta un passo iniziale indispensabile, e bisogna dare atto a Trump che ha lavorato per questo.

Ma pace non è soltanto assenza di guerra.
Nelle guerre la storia conta molto. Il conflitto israelo-palestinese ha alle spalle almeno tre millenni di terrorismo e di guerre di religione. La storia di quel conflitto ci dice quanto sia difficile arrivare ad una pace vera, profonda. Non dobbiamo mai dimenticare che attorno a Israele e ai palestinesi operano attivamente l’Iran sciita, la Siria, la Giordania, il Libano, il Qatar, lo Yemen…E dobbiamo anche ricordare che vi sono tre grandi potenze regionali, l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Turchia, che vogliono la pace ma contemporaneamente intendono estendere la loro influenza nell’area mediorientale. Tutto questo ci dice quanto sia complicato sciogliere il nodo del rapporto israelo-palestinese. Tra l’altro, e questo non andrebbe mai dimenticato, sono rapporti costruiti sulle colpe gravissime delle grandi potenze che fecero nascere lo Stato d’Israele nel ’48, senza preoccuparsi dei palestinesi, anzi permettendo all’Egitto di occupare Gaza e alla Giordania di occupare la West Bank, che erano invece destinati al nascituro Stato palestinese.

Cosa imputa maggiormente a Benjamin Netanyahu?
Netanyahu ha scatenato una guerra senza quartiere contro Hamas dopo l’orrendo massacro del 7 ottobre ed ha commesso un errore strategico. Alla base del terrorismo ci sono sempre motivazioni politiche che la guerra non è in grado di estirpare. Al terrorismo non si risponde con i carri armati e i bombardamenti o usando la fame come strumento di guerra, ma con la politica e il controterrorismo. L’Italia non ha vinto il terrorismo con l’esercito ma con la forza dello Stato democratico. L’Inghilterra ha usato l’esercito contro l’Ira e la Spagna lo ha fatto contro l’Eta, ma ambedue alla fine hanno dovuto ritirare l’esercito e stipulare accordi di pace. La guerra non distingue mai tra obiettivi militari e civili. In Ucraina Putin bombarda le città. Gli Stati Uniti hanno utilizzato la bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki, l’Inghilterra e gli Stati Uniti hanno raso al suolo Dresda, incuranti dei civili uccisi. Ed anche gli alleati hanno bombardato, durante l’ultima guerra, diverse città italiane e ucciso molti civili. Naturalmente per Gaza pesa molto la pianificazione del massacro che sta isolando internazionalmente Israele e che aiuterà Hamas a fare molte nuove reclute tra i sopravvissuti. Quanto ad Hamas, non stiamo parlando di una forza di partigiani ma di una banda di terroristi, perché i partigiani hanno sempre protetto la vita dei civili, mentre Hamas ha perseguitato in modo intollerabile i gazawi, anche usandoli come scudi umani e teorizzando che la morte dei gazawi è utile alla loro causa.

Per aver sostenuto le manifestazioni contro il genocidio a Gaza, Elly Schlein è stata accusata di essere una vetero-pacifista, di rincorrere le piazze, di subalternità a questo o a quello. Non le paiono accuse ingiuste?
Schlein ha detto, alcune settimane fa, che prima di lei il partito democratico non era né carne né pesce. A parte che non si dovrebbe mai mancare di rispetto a chi ci ha preceduti, né carne né pesce sono invece le tante astensioni del Pd in questa legislatura, anche su questioni importanti come il “Piano Trump” per la pace in Medio Oriente. La politica estera è una materia molto delicata, nella quale si può stare dalla parte di Churchill, che sfidò l’impopolarità e poi ha vinto la sfida, oppure si può stare dalla parte di Chamberlain che ha avuto paura dell’impopolarità e in questo modo ha perso anche l’onore oltre che la sfida. A me francamente non sembra che Schlein voglia stare dalla parte di Churchill.

Questo riguarda anche l’Ucraina?
Putin ha perso la guerra all’Ucraina quattro anni fa, quando ha mandato i suoi carri armati a prendere Kiev ed è stato sconfitto. L’Ucraina potrebbe perderla per colpa degli Stati Uniti e dell’Europa che finora le hanno impedito di colpire le postazioni in territorio russo da cui partono i missili di Putin contro le sue città.

Cos’è che non la convince di questo Pd?
Io penso che la Segretaria dovrebbe occuparsi a tempo pieno del partito, delle sue strutture, della forma partito. Riunire molto spesso la Direzione, aprire una discussione pubblica con la cultura del Paese. E poi debbo dirle anche che io aprirei una revisione di quella regola dello Statuto del Partito democratico che stabilisce che il segretario del Pd venga eletto alle primarie anche da non iscritti al partito, spesso mandati da altri partiti per far vincere il candidato a loro più comodo. In queste condizioni, occuparsi del sogno di Palazzo Chigi è molto prematuro se non infantile. Io penso che se il Pd mostrasse di avere un pensiero politico forte e di essere un partito ben strutturato, il consenso gli arriverebbe di corsa, perché ci sono tanti suoi elettori che oggi si astengono, e che non aspettano altro di avere davanti un partito vero.

Ha ragione Romano Prodi quando afferma che il centrosinistra ha voltato le spalle all’Italia?
Direi di sì. L’Italia è un Paese molto complesso e i suoi problemi non possono essere affrontati con degli slogan. Le faccio un esempio. Io sono molto favorevole al salario minimo e considero grave che il Governo mostri di non volerlo. Ma penso anche che tutti i lavoratori sappiano che il loro benessere dipende strettamente dalla crescita dell’economia del Paese, e ritengo che il PD dovrebbe rendere molto esplicita la sua ricetta per la crescita, la sua politica industriale ed anche una chiara strategia per le numerose partecipate pubbliche che oggi non sono di dimensioni complessive molto inferiori a quelle delle partecipazioni statali degli anni ’80.

Qual è la vera posta in gioco nel referendum sull’ordinamento giudiziario?
Nella migliore delle interpretazioni, si tratta di una riforma voluta dal governo per completare il progetto del “giusto processo”. Mentre a voler essere severi, la riforma è ispirata alla volontà del Governo di tagliare le unghie alla pubblica accusa. Al referendum voterò No. Per varie ragioni. La principale delle quali è la certezza che una carriera che isoli i pubblici ministeri, governati da un loro Consiglio superiore, finirà inesorabilmente a generare una corporazione con effetti esattamente opposti a quelli che hanno ispirato la riforma del governo. L’Italia è assetata di cultura politica e qualche insegnamento ce lo può offrire l’elezione di Mamdani a sindaco di New York, sperando che la sinistra italiana non prenda la solita sbornia immaginando che Schlein e Conte siano due “Mamdani”. La campagna elettorale di Mamdani è stata insieme antica e nuova. Nuova per l’uso sapiente dei social media; antica per i numerosi militanti, il tanto volantinaggio, i porta a porta, le telefonate, i comizi. Mamdani aveva anche una linea politica e ha offerto a New York misure per contrastare il carovita e migliorare i servizi pubblici. Il punto politico è che Mamdani per attuare il programma avrà bisogno di un forte intervento dei poteri pubblici. È come se Mamdani avesse detto che il capitalismo senza regole deve finire e la politica deve fissare gli obiettivi e i mezzi dell’intervento pubblico mettendo fine al far west dove vince sempre il più forte.

13 Novembre 2025

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