10 anni fa la scomparsa dell'ex pci
La lezione di Ingrao ai liberali d’ogni tempo: “Non c’è libertà senza eguaglianza”
L’Ungheria. Il Manifesto: a differenza di quasi tutti i politici, ammise i suoi errori ma non smise mai un istante di credere nella sinistra
Politica - di Filippo La Porta
Per parlare di Pietro Ingrao – singolare figura di politico “esistenziale” – si potrebbe partire da una cosa che gli sentii dire all’Auditorium in occasione del suo 90esimo compleanno (poi visse altri 10 anni!). Prima confessò che sull’invasione sovietica dell’Ungheria del 1956 aveva sbagliato (la difese in un editoriale sull’Unità), e che solo dopo qualche anno ne ebbe piena consapevolezza. Poi parlò di un altro errore, quando approvò la radiazione dal Pci del gruppo dei dissidenti del Manifesto – con cui pure aveva condotto molte battaglie – , solo per disciplina di partito. Infine disse che la rivoluzione femminista di metà degli anni 70, l’unica vera rivoluzione del nostro paese – anche se i suoi effetti sono continuamente rimessi in discussione – , l’aveva compresa solo negli anni 80. Quel giorno ci rivelò, con disarmata sincerità, che aveva capito alcuni grandi fatti della nostra Storia recente sempre un po’ tardivamente.
La cosa mi colpì molto, perché è raro che un leader politico ammetta errori e fallimenti. Credo che da quel discorso emerga una critica della politica stessa, o meglio di una idea e pratica di politica. Nel Principe Machiavelli – pensatore e scrittore immenso – propone una politica ispirata al modello della guerra (e lo fa anche dolorosamente, perché il suo è un pensiero tragico): si vince o si perde! In questo senso ogni partito ha come scopo principale la propria conservazione e crescita. Eppure la politica non è solo tecnica per conquistare e mantenere il potere, è molto altro: è “educazione” e “relazione”, come sosteneva Ingrao, e dunque formazione della coscienza, costruzione di una comunità, estensione dell’amicizia (come pensava Cicerone), “sviluppo della socievolezza tra le genti”, come disse con un linguaggio liricheggiante Umberto Terracini in una intervista del 1980 a Mixer. E allora soffermarsi sui propri errori e sulle proprie incomprensioni è parte di quella educazione e autoeducazione.
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Ingrao è stato un politico “esistenziale”, animato cioè da passione per la giustizia sociale e insieme dotato di una sensibilità umanista, lievemente malinconica e nutrita del dubbio. Ha scritto tre libri di poesie – Il dubbio dei vincitori (1986), Variazioni serali (2000) e L’alta febbre del fare (2006): i suoi versi, influenzati dalle letture di Montale e Ungaretti, hanno una insolita qualità direi anche solo “artigianale” e originalità espressiva (ci sono stati altri versi scritti da uomini politici, nel ‘900, ma tutti dimenticabili…). Sono convinto che il suo amore sincero per la letteratura, e anzi la sua “pratica” della letteratura, abbia arricchito e impreziosito la sua esperienza politica. In particolare arrivò a criticare l’idea di un’avanguardia che “gestisce il potere con il massimo di concentrazione del comando, in pratica cancellando il molteplice, articolato e fluttuante….”.
Ora cos’è la letteratura se non il senso di questo molteplice fluttuante, di questa complessità in buona parte inafferrabile della nostra condizione (di questo parla soprattutto nello straordinario memoir Volevo la luna, autobiografia di un protagonista della vita politica del ‘900, del 2006, ripubblicato ora da Einaudi)? Perciò Tolstoj – unico in Europa – volle irridere in Guerra e pace la figura di Napoleone, illusoriamente persuaso di poter governare uomini e cose, di plasmare la Storia a proprio piacimento. Se un politico è capace di riflettere – come ha fatto Ingrao – sulla vita e sulla morte, sulla fragilità e precarietà dell’esistenza umana, sulla nostra appartenenza alla natura, tutto questo non è solo un di più, un nobile supplemento di cultura nella sua formazione, ma proprio ciò che dà una saggia misura al suo agire.
Solo la consapevolezza, anche tragica, del limite dell’agire umano può frenare qualsiasi tentazione di hybris, qualsiasi fanatismo e delirio di onnipotenza: certo, sempre schierati con gli umiliati e offesi – in questo consisteva la sua “fede” comunista, mai rinnegata – ma anche sapendo che il risultato del proprio agire è sottoposto all’eterogenesi dei fini, e dipende da infinite variabili. Ingrao voleva la luna – attraverso una battaglia individuale e collettiva, radicale e anche sempre democratica – , ma forse una parte di lui sempre dubitava di ciò che sulla luna avrebbe davvero trovato.