La rubrica Sottosopra

Dal riarmo Ue e Nato al ministero della Guerra di Trump, fino all’Ucraina “porcospino d’acciaio”: il mondo corre verso l’abisso

Il ministero della Guerra di Trump, il porcospino d’acciaio di von der Leyen, il riarmo tedesco, le spese Nato: il mondo corre dritto verso l’abisso

Esteri - di Mario Capanna

12 Ottobre 2025 alle 11:00

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AP Photo/Jacquelyn Martin, File
AP Photo/Jacquelyn Martin, File

Non è vero che la guerra, come sosteneva von Clausewitz, “è la continuazione della politica con altri mezzi”. È il suo seppellimento.

“Dipartimento della Guerra”: così è stato ribattezzato da Trump il dipartimento della Difesa americano. Simultaneamente l’Europa si riarma, con l’investimento di ben 800 miliardi. In politica i simboli contano, eccome. Lasciano presagire, e spesso indicano, le intenzioni e i progetti dei governi. I leader occidentali appaiono sempre più per quello che sono nella realtà: infoiati di guerra. “Infoiato”, secondo il dizionario Treccani, significa “mettersi in uno stato di forte eccitazione sessuale” e, in senso figurato, “essere preso da altra mania e frenesia”. Per il De Mauro assume la connotazione estensiva di “infervorato” e “esaltato”. Sì: alla fine del primo quarto del XXI secolo l’Occidente appare infoiato di guerra, come penetrato da un piacere orgasmico. Nell’inconscio le armi figurano il pene, la guerra la vagina. Il figlio, destinato a nascerne, sarà la distruzione.

Dell’umanità? Andando avanti di questo passo, può accadere. Dobbiamo saperlo adesso, comportandoci di conseguenza come cittadini del mondo. Più avanti, potrebbe essere tardi. Quando Trump dice di voler prendere la Groenlandiaanche con la forza”; quando la presidente della Commissione Ue Ursula von Der Leyen (ribattezzabile, se va avanti così, come Ursula von Der Nichts: “nichts”, in tedesco, significa “niente”) vuole rendere l’Ucrainaun porcospino d’acciaio”, nel velleitario tentativo di fiaccare la Russia tramite interposte vittime di Kiev; quando il cancelliere Merz super riarma la Germania, destando inquietudine per i precedenti storici di quel Paese, e per il fatto che la nazisteggiante Afd è divenuta quasi il primo partito tedesco non fanno altro che affermare la primazia della guerra nelle relazioni internazionali.

Gli Stati Uniti restano il punto nevralgico. A Washington si avverte da tempo che il predominio semicoloniale americano nel mondo sta scricchiolando e le crepe si allargano. Il multipolarismo e il policentrismo, sebbene faticosamente, stanno crescendo e tendono a divenire irreversibili. La reazione statunitense, anziché aprirsi a una dialettica di confronto politico e pacifico con le nuove realtà planetarie, è l’arroccamento: difendere il fu impero nel modo più perentorio possibile: con la guerra. Non traggano in inganno le iniziative di “pacificazione” verso Est e in Medioriente: gli Usa hanno bisogno di sgombrare il campo dalle complicazioni, diciamo così, “secondarie”, per poi meglio affrontare quello che ritengono il concorrente (il nemico) principale: la Cina.

Come fosse una ripetizione moderna della “trappola di Tucidide” fra Atene e Sparta: quando una potenza declinante deve misurarsi con una potenza emergente, il ricorso alla guerra appare come un rimedio ineluttabile. Se dovessimo arrivare a quel punto, sarebbe un esito catastrofico per l’umanità, anche perché significherebbe che non impariamo nulla dalla storia. È in corso in tutto il mondo – segnatamente in Italia e in Europa – l’insorgenza popolare per la disumana carneficina perpetrata da Israele contro i palestinesi, con il pieno appoggio americano. Se “il genocidio è fallito e Netanyahu ha perso”, per usare le parole di Raniero La Valle, è perché Trump ha dovuto prendere atto dell’isolamento senza precedenti in cui sono venuti a trovarsi Usa e Israele. Se in Palestina è cominciato uno spiraglio di pace, sebbene gravido di insidie, è perché hanno vinto la Flotilla e l’eroico popolo palestinese.

Nella tendenza alla guerra il governo Meloni fa la sua parte come se l’Italia fosse una marca di provincia degli Usa, e comportandosi come cameriere ultrafiloisraeliano. Oltre a partecipare al riarmo europeo, continua a impinguare di soldi il criminale di guerra Netanyahu. Come si evince da una relazione del governo, l’Italia ha comprato, nel 2024, da Tel Aviv armi per un valore di 155 milioni di euro, e così Israele, come fornitore di armi a Roma, è passato dalla settima posizione, tale era nel 2023, alla seconda. Una penosa progressione nel pieno della mattanza a Gaza. Gli infoiati di armi e di guerra non sono turbati dal dubbio che, andando avanti lungo la strada del riarmo e del bellicismo, anziché la stabilità aumentano l’insicurezza dei propri Paesi. E quella del mondo.

Solo se le persone e i popoli si sollevano contro questa esiziale deriva, si potrà invertire la tendenza all’ubriacatura bellica. Per intanto continuiamo, magari allargandole ancora, con le mobilitazioni per i diritti dei palestinesi. Non solo per riconoscere il loro Stato, ma per creare le condizioni della sua effettiva costruzione. Agli infoiati di guerra dobbiamo porre questa domanda: quanti secoli dovranno ancora passare perché l’umanità, se non si estingue per propria insipienza, possa comprendere che la guerra deve diventare un tabù – come l’incesto e il cannibalismo – e che, al posto di ammassare montagne di cadaveri, è di gran lunga più bello e intelligente costruire coesistenza pacifica e armonia fra gli individui e fra i popoli?

12 Ottobre 2025

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