Il responsabile immigrazione Arci

Intervista a Filippo Miraglia (Arci): “Così socialisti e popolari copiano le destre sulle migrazioni”

«Il Governo, per essere all’altezza della sua cattiveria e del suo disprezzo per il diritto, al sostegno della guardia costiera libica ha aggiunto la liberazione di Almasri per evitare il ricatto dell’aumento degli arrivi da Tripoli»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

7 Agosto 2025 alle 11:23

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Photo credits: Andrea Di Biagio/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Di Biagio/Imagoeconomica

Filippo Miraglia, responsabile immigrazione Arci nazionale. “Il Governo ha bloccato i soccorsi in mare. Muoiono due bambini. È il Piano Mattei”. Così l’Unità ha titolato la scorsa settimana in prima pagina l’articolo di Angela Nocioni.
Il governo Meloni è impegnato fin dal suo insediamento a usare l’immigrazione come il principale argomento della sua propaganda elettorale permanente, così come fanno le altre destre a livello planetario. In nome dell’obiettivo del consenso, cioè di una rappresentazione strumentale e distorta che suggerisce che l’arrivo di persone alle nostre frontiere sia il principale problema di questo Paese, sono disposti a calpestare principi costituzionali, diritti universali e, ovviamente, non hanno alcun problema a sacrificare le vite degli immigrati che attraversano il Mediterraneo. Usano un linguaggio e parole del tutto mistificatorie per alimentare l’odio nei confronti di persone che arrivano sulle nostre coste per chiedere protezione. La retorica della difesa delle frontiere viene agitata per promuovere l’idea che queste persone sono pericolose e sono tante. Anche un bambino o una mamma incinta diventano pericolosi invasori. Tutto converge verso un processo di disumanizzazione attraverso il quale tutto si giustifica, tutto è lecito. Un meccanismo che conosciamo perché viene usato anche in altri ambiti, ad esempio nel genocidio in corso a Gaza.

È riesploso il caso Almasri. La presidente del Consiglio “archiviata” dal Tribunale dei ministri, a differenza del ministro dell’Interno Piantedosi, del titolare della Giustizia Nordio e del potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio Mantovano, rinviati al voto dell’Aula.
Il Memorandum Italia-Libia è forse la peggiore delle eredità del governo Gentiloni e del suo ministro dell’Interno Minniti. Per anni abbiamo contestato quel Memorandum che ha finanziato e legittimato le milizie libiche che lucrano sulla tratta delle persone e che sono responsabili di torture, stupri, omicidi, riduzione in schiavitù e crimini contro l’umanità, comprovati da organismi internazionali e tribunali italiani. L’invenzione della Guardia costiera libica e della zona SAR da essa controllata, per aggirare il divieto di respingimento, è un capolavoro di cattiveria e disprezzo del diritto internazionale. Oggi il Mediterraneo centrale, grazie anche a quella iniziativa, è il mare più mortifero del pianeta. Il Governo Meloni, per essere all’altezza della sua cattiveria e del suo disprezzo del diritto e della legge, al sostegno e al finanziamento della cosiddetta guardia costiera libica, ha aggiunto la liberazione di un criminale internazionale, noto torturatore e stupratore, riaccompagnato con un volo di Stato, per evitare il presumibile ricatto dell’aumento degli arrivi dalla Libia. A febbraio del 2026, per la quarta volta, verrà rinnovato il Memorandum con la Libia se entro novembre 2025 il governo non deciderà diversamente. Anche quest’anno proveremo a contrastare questo rinnovo, che rappresenta una ferita al cuore della nostra democrazia, ferita di cui in un futuro, speriamo non lontano, i responsabili dovranno rispondere.

La linea securitaria continua a marchiare l’azione dell’Italia e dell’Europa.
Non sono certo che il tema centrale sia la sicurezza o l’ideologia securitaria. C’è ovviamente ed è prevalente il riferimento alla sicurezza: “delle frontiere”, “delle nostre città” e altri luoghi comuni. Senz’altro le retoriche pubbliche sull’immigrazione si innestano e a loro volta alimentano il più ampio campo dell’ideologia del controllo e della repressione. Ma si tratta sempre di un riferimento che implica la criminalizzazione dello straniero, delle persone che arrivano in Italia come potenziali soggetti pericolosi. Un discorso razzista, esplicitamente razzista, che si nutre delle retoriche securitarie e a sua volta le sostiene e le alimenta. Basta guardare al DL sicurezza e a come ha trovato applicazione nei CPR, che anche la Corte costituzionale ha definito di fatto illegittimi perché ledono la cosiddetta riserva di legge, l’art.13 sulla inviolabilità della libertà personale. La destra al governo ha introdotto un nuovo reato per impedire che lo straniero rinchiuso in un CPR possa ribellarsi, neanche pacificamente, ad una privazione della libertà che avviene al di fuori di ogni regola, che può essere prorogata fino a 18 mesi, senza che le persone abbiano commesso alcun reato. Un vero buco nero della nostra democrazia. Purtroppo, questo buco nero sta diventando un riferimento per tutta l’UE. Le sue istituzioni, a partire dalla Commissione, e le forze principali che da anni le governano, popolari e socialisti, per paura di perdere consenso, hanno raccolto le peggiori proposte contenute nelle campagne xenofobe dei movimenti di estrema destra e le stanno trasformando in Regolamenti e Direttive, di fatto arrendendosi ad Orban, all’AFD, alle Lega di Salvini e al FN di Marie Le Pen, per arginarne, a loro parere, il successo. In pratica quella che chiamiamo la “dottrina Minniti”, fare quello che la destra vorrebbe fare sull’immigrazione con linguaggio e interventi “misurati”, si è trasformata in politiche dell’UE attraverso il Patto Europeo Migrazioni e Asilo. La detenzione amministrativa in questa nuova stagione di repressione diventa lo strumento principale di gestione dell’immigrazione. Un regalo vero e proprio a quelli che dovrebbero rappresentare i loro avversari politici, che, come i fatti di questi anni dimostrano, sul piano culturale prima e su quello elettorale dopo, incassano grandi successi ovunque.

Solidarietà, accoglienza, inclusione. Sono parole che non esistono nel vocabolario di chi governa Roma o guida l’Europa da Bruxelles.
Oramai il diritto e, più in generale, i diritti sono diventati l’ostacolo da abbattere. Guardiamo all’atteggiamento nei confronti della magistratura, sia quella italiana che quella europea e internazionale. L’esercizio del potere, cioè la capacità di chi governa di attuare le proprie scelte, non ammette limiti. L’efficacia della propaganda non può essere indebolita dagli interventi dei tribunali e dei giudici. Anche quest’ultimi, e le sedi del controllo giurisdizionale, si sono trasformati in nemici. Così la CEDU, Corte Europea per i Diritti Umani, è diventata oggetto di una iniziativa di 9 governi dell’UE che ritengono i limiti loro imposti in tema di immigrazione troppo stringenti. Parlano di impedimenti per l’espulsione di stranieri criminali, per continuare ad alimentare l’associazione stranieri e crimini, ma in realtà vorrebbero le mani libere per espellere chiunque. Una iniziativa che ha visto come protagonista il nostro governo, e fin qui nulla di strano, ma anche governi a guida socialista, come quello danese. Proprio le forze democratiche e della famiglia socialista, spesso per paura dei loro elettori, trovano sempre più corrispondenza in materia di immigrazione proprio con l’estrema destra, alla quale continuano a regalare spazio e consenso.

Si continuano a tagliare gli aiuti pubblici allo sviluppo e alla cooperazione internazionale, mentre, come denuncia un documentato rapporto di Milex, l’Italia spenderà 42 miliardi in armamenti.
La guerra è tornata al centro delle relazioni internazionali. Stiamo negando tutti quei principi di diritto internazionale che per decenni sono stati un riferimento fondamentale per il nostro pianeta, anche quando venivano calpestati o aggirati. Trump e i suoi epigoni stanno raccogliendo i frutti di ciò che per anni è stato seminato da campagne denigratorie nei confronti delle istituzioni internazionali e dalla spietata logica del turbo capitalismo che non riconosce più alcuna autorevolezza alle istituzioni pubbliche e vuole poter agire senza “lacci e lacciuoli”. Le relazioni internazionali oramai coincidono con la promozione degli interessi di gruppi privati e quando si parla di cooperazione oramai la si condiziona all’accettazione degli interessi delle destre sulle politiche migratorie, senza alcun riferimento ai diritti umani e allo sviluppo. Le armi e le guerre sono al centro oggi di una grande campagna con la quale multinazionali senza scrupoli e governi al loro servizio cercano di piegare qualsiasi intervento pubblico. Così il programma di riarmo europeo e la corsa ad armarsi fino ai denti dei singoli Paesi UE ci vengono presentati come indispensabili per garantire la nostra sicurezza. Ma si tratta concretamente di uno spostamento di risorse dal terreno dell’interesse pubblico, la coesione sociale, l’istruzione, la sanità, a quello dei guadagni di pochi privati.

Da Gaza al Mediterraneo. La “legge” del più forte sta cancellando ciò che resta del diritto internazionale e umanitario. Che mondo è questo?
Il mondo non è impazzito. Si tratta di una strategia che punta a eliminare quelli che vengono considerati ostacoli: i diritti delle persone, i diritti umani universali. La legge del più forte sembra non incontrare ostacoli nella sua marcia trionfale. Ma quanto può durare? Quali potrebbero essere le conseguenze di questa stagione sul nostro comune futuro?

Da sempre l’Arci è parte importante del mondo solidale. Cosa si sente di chiedere oggi alle forze politiche di opposizione?
Noi pensiamo che sia necessario un cambio di rotta sostanziale. Il modello di sviluppo che è stato portato avanti in questi decenni ha prodotto disastri e tragedie ed ha anche rafforzato le destre. Nessuno può dire di non essere coinvolto. L’Arci nei prossimi anni dovrà porsi l’obiettivo di un maggiore insediamento nei territori, soprattutto in quelle periferie abbandonate dallo Stato e dalla politica. Un lavoro di rafforzamento del nostro radicamento sociale che deve corrispondere anche a un maggiore impegno nelle principali vertenze sociali e culturali di questo Paese e, soprattutto, nell’obiettivo di non lasciare sole le persone di fronte alle contraddizioni di questa società. Una cosa che non vogliamo e non possiamo fare da soli, ma che siamo determinati a fare. Di questo abbiamo parlato nella nostra conferenza di programma a Padova dal 4 al 6 luglio scorso. Ma così come noi pensiamo di dover rafforzare il nostro impegno e sentiamo la responsabilità nel fare la nostra parte per un cambiamento reale, allo stesso modo chiediamo alla politica di interrogarsi sugli errori fatti in questi anni e sulle ambiguità ancora da sciogliere per tornare ad avere un rapporto con la realtà, con le organizzazioni della società civile e con i territori. In questi anni i partiti sono stati troppo chiusi dentro le loro dinamiche e i loro interessi. Oggi serve maggiore radicalità. Non si può pensare di contrastare la clava con la quale colpiscono le destre con messaggi e atteggiamenti ambigui. La partecipazione e il protagonismo delle persone, dei soggetti sociali, necessitano di scelte chiare e di processi trasparenti. Questo chiediamo ai partiti e alla politica.

7 Agosto 2025

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