La rubrica Sottosopra
Capitalismo e profitto, più stupidi di una lumaca
Occorre un nuovo pensiero, alternativo e radicale, in grado di strapparci via da un orizzonte di frustrazione e alienazione, dove le disparità e le diseguaglianze riducono moltitudini a masse diseredate e ininfluenti.
Politica - di Mario Capanna
Tutto ciò che temevamo del comunismo, perdere le nostre case, i nostri risparmi ed essere obbligati a lavorare per un salario misero, senza avere potere politico, si è realizzato grazie al capitalismo.
(B. Sanders)
Fare soldi dai soldi, per continuare a fare più soldi: questa è, oggi, la quintessenza del capitalismo finanziario. La conseguenza è che delle migliaia di miliardi di dollari, di euro e di altre valute, che ogni giorno vengono movimentate nel mondo per via telematica, dunque in tempo quasi reale, solo il 5% è finalizzato all’acquisto di beni effettivi (derrate alimentari, macchinari, medicine, armi purtroppo, materiali energetici ecc.), mentre ben il 95% è destinato a scopi speculativi, tramite le manovre nelle Borse, gli arbitraggi e altro. 5 – 95%: il dato è di fonte Onu e la sproporzione della forbice è impressionante per il senso comune.
“Normale”, invece, per le dinamiche del profitto, il cui fine principale è l’incremento di se stesso, incentivando la sua fame insaziabile. Il capitalista, soprattutto quello finanziario, non si cura del fatto che non potrà portare il suo malloppo nella tomba. Egli vive la vertigine del successo e del potere: vuoi mettere condizionare con le tue ricchezze la vita di milioni – spesso miliardi – di persone? Il profitto finalizza a sé ogni cosa: l’ambiente, la natura, l’uomo, i popoli. La guerra – commerciale (vedi i dazi) e militare – ne è spesso la conseguenza più perentoria. Non a caso non c’è presidente degli Stati Uniti che non abbia iniziato una guerra o non abbia portato a compimento quelle lasciategli in eredità da qualcuno dei predecessori.
Alla base c’è la convinzione del capitalista che siano possibili una crescita e uno sviluppo illimitati, in un contesto che è, invece, limitato (la Terra). Così, se si viene a sapere che la crescita del Pil per il prossimo anno è appena dello zero virgola qualcosa, sale l’angoscia. Ciò vuol dire che il capitalista – e chi gli crede e lo segue – è più stupido di una lumaca. La chiocciola sviluppa il suo guscio in progressione geometrica, arrestandone però la crescita a un certo punto, come se sapesse che, andando oltre, ne verrebbe schiacciata o impedita nei movimenti. Saggezza elementare – e decisiva – in natura, assente nell’umana, cervellotica creazione del profitto.
Oggi il capitalismo domina il mondo, inclusi quei Paesi, come la Cina e la Russia che, con le loro rivoluzioni, avevano provato a fuoriuscire dalla sua orbita.
La conseguenza è che ha prodotto la “società dell’1 per cento”: l’1 per cento dell’umanità è arrivato a possedere ricchezze e beni che superano quelli del 99 per cento! Mai nella storia si era giunti a un controllo così oligopolistico delle risorse. Due esempi consentono di capire bene. Solo nel primo trimestre del 2024 la capitalizzazione di Meta, Google, Apple, Amazon, Microsoft, Tesla, Nvidia è stata di circa 14 mila miliardi di dollari, quasi pari alla metà del Pil Usa (25 mila miliardi), di poco inferiore a quello dell’Ue (17 mila miliardi). Si capisce, allora, la fondatezza dell’affermazione di Hans Tietmeyer, già presidente della Deutsche Bundesbank: “La politica è ormai sotto il controllo dei mercati finanziari”.
Secondo esempio. Nel 2023 i primi 45 istituti di credito in Europa hanno conseguito profitti per oltre 162 miliardi, e impinguato le tasche degli azionisti con 74 miliardi di dividendi. Un record. La più grande vittoria del profitto predatore è di avere persuaso la maggioranza degli esseri umani che non c’è alternativa ad esso. Ma questo non significa che il capitalismo è sempiterno e invincibile. Si tratta di una costruzione storica che può essere soppiantata da un’ altra costruzione storica.
Vale a dire: la sua marcia trionfale-distruttiva può interrompersi, se gli uomini si rendono conto della sua irreggibilità, e cominciano a muoversi verso uno sviluppo incentrato nel considerare le persone – e i popoli – non come mezzi, ma come fini dell’economia e della produzione. Occorre un nuovo pensiero, alternativo e radicale (certamente minoritario all’inizio), in grado di strapparci via da un orizzonte di frustrazione e alienazione, dove le disparità e le diseguaglianze riducono moltitudini a masse diseredate e ininfluenti.
Diversi studiosi definiscono l’attuale tecno capitalismo “neofeudale”. Analogamente al signorotto dell’epoca è padrone… del feudo e dei servi della gleba… Il suo strapotere, similmente a quello del feudatario, non tollera la democrazia, ridotta sempre più a involucro formale. Non a caso Trump governa con gli ordini esecutivi, e immette gli Usa sulla strada dell’autocrazia, che vorrebbe imperiale. “Questa economia uccide”: è stato il grido consapevole più volte lanciato da Papa Francesco. Vedendo la realtà effettiva del mondo – non quella finta fatta balenare nelle rappresentazioni autocelebrative dei media dominanti – egli indicava un nuovo umanesimo, fondato sul rapporto tra “fratelli tutti”, e sul disarmo e la pace come beni superiori.
Il mio indimenticabile maestro in filosofia, Emanuele Severino, ha scritto che “il capitalismo tramonta perché è costretto, prendendo coscienza del proprio carattere distruttivo, a darsi un fine diverso dal profitto, poiché distruggendo la Terra distrugge se stesso”. Se è così è utile dargli una mano, affrettando il suo declino. Da tempo vengo mostrando nei miei scritti come l’alternativa al profitto può essere costituita dall’applicazione del principio dell’ “onesto guadagno”, il giusto compenso non basato sullo sfruttamento. Non a caso il termine “profitto” emerge nel XIX secolo, mentre la parola “guadagno” compare fin dal XIII.
A riprova che, ogni tanto, guardare indietro serve per vedere meglio davanti.