Le elezioni in Francia

Contro la destra razzista e xenofoba, un patto democratico tra le sinistre e Macron

Macron rischia di pagare caro il suo azzardo. D’un tratto la reputazione di genio della tattica si tramuterebbe in quella di folle apprendista stregone che consegna le chiavi del palazzo ai propri nemici.

Editoriali - di Michele Prospero - 2 Luglio 2024 alle 07:00

Condividi l'articolo

Contro la destra razzista e xenofoba, un patto democratico tra le sinistre e Macron

La declinante democrazia europea è nelle mani del permanentemente arrabbiato citoyen francese. Col 33% pari a 10,6 milioni di schede, il Rassemblement National ha quasi triplicato la forza che aveva raggiunto nelle politiche precedenti (4,2 milioni). Se il fuoco della fiamma, che adesso è prima in 298 collegi, non verrà spento domenica prossima, Macron rischia di pagare caro il suo azzardo. D’un tratto la reputazione di genio della tattica si tramuterebbe in quella di folle apprendista stregone che consegna le chiavi del palazzo ai propri nemici. Se ci fosse stata la proporzionale, la partita con la destra radicale sarebbe stata già chiusa.

In omaggio alla lealtà repubblicana, quale obbligo scattante nelle situazioni di emergenza, le sinistre e i liberaldemocratici nel loro insieme, forti del 52% dei voti, avrebbero ostruito agevolmente il cammino di Jordan Bardella verso Matignon. E invece proprio il doppio turno alla francese, che fu concepito dal generale De Gaulle come un dispositivo strategico per ottenere la sottorappresentazione delle ali più estreme (in particolare il Pcf), rende ora più complicata l’immunizzazione dal fenomeno lepenista. Ogni effetto centripeto è sfumato e il quadro appare fuori controllo. La drammatizzazione della prova ha incrementato di quasi venti punti la partecipazione alle urne (66,7%) e conferito all’inquilino dell’Eliseo un significativo 21% dei consensi. Con questa dote di seguito personale, però, egli non può più condurre le danze né esercitare una funzione sistemica rilevante. Dopo il tradimento pittoresco di Ciotti (che intasca il 3,9%), ciò che resta della destra gollista (6.6%, con i 61 seggi della passata legislatura che rappresentano un miraggio) è ben poca cosa per coltivare la velleità di attendere in aula un Bardella privo della maggioranza assoluta (cioè con meno di 289 deputati alle spalle) e far valere uno sdoganante potere coalizionale.

Nel referendum senza infingimenti fascismo vs. democrazia è tornata in scena una polarizzazione secca, al cui interno il linguaggio non edulcorabile della verità, circa la reale posta in palio vista la natura degli attori, si rivela indispensabile per la protezione del fondamento valoriale della République minacciata dai nipotini di Vichy, che vincono la prima tappa senza tuttavia sfondare (si fermano al di sotto del 37% preso alle europee appena venti giorni fa da Zemmour, attualmente scomparso, e Le Pen). Allestito in breve tempo, il Nouveau Front populaire con tutti dentro, da Glucksmann a Mélenchon, ha raccolto un 28% (oltre quasi tre punti rispetto al 2022) che attribuisce un ruolo centrale nella battaglia antifascista e però non soddisfa in pieno le aspettative (il 9 giugno le sue molteplici sigle avevano varcato il 30%). Soprattutto per via della sua essenziale istanza di affiancare alla chiamata alle armi in nome di indisponibili principi democratici anche un solido ancoraggio sociale grazie a un programma antiliberista, il cartello della gauche sembra il più attrezzato a intensificare la mobilitazione collettiva, nella consapevolezza che il gioco rimane ancora aperto e non è utopico spezzare il soccorso nero che ai nostalgici viene offerto dall’asse ostile all’islam e dalla grande impresa mediatico-finanziaria. I migliori risultati il Nouveau Front populaire li riscuote nelle città con più abitanti (nei 18 collegi di Parigi si aggiudica ben 9 seggi già al primo turno) e pure nei quartieri popolari. Trionfale è il punteggio della sinistra tra i giovanissimi (18-24 anni) e i giovani (25-35 anni): il 41% contro il 23% dei “patrioti” d’oltralpe.

In un clima ad alta tensione, con le maschere seducenti di un nuovo fascismo che mina i pilastri della civiltà politica occidentale, il voto ha assegnato sin dal primo turno ben 76 seggi (39 andati alla destra radicale, 31 al Fronte popolare, 2 a Macron, 1 ai gollisti, 3 ad altri). Il Rassemblement National ha oltrepassato la quota per accedere al secondo turno in 444 collegi, il Nouveau Front populaire in 414, Ensemble in 321 e Les Républicains in 88. Per l’esistenza di un formato tripolare, la parola chiave è diventata quella di “triangolare”: in 300 collegi su per giù la gara di domenica 7 è infatti riservata a tre sfidanti, mentre in alcuni casi sono addirittura 4 i contendenti. Per arrestare la marcia xenofoba e razzista che si vuole abbattere come un uragano su Parigi occorre un patto democratico esplicito, solennemente siglato dalle sinistre e dal presidente Macron. I gollisti preferiscono continuare a parlare di opposti estremismi e hanno lasciato agli elettori libertà di voto perché non intendono restituire il favore che fece la gauche compatta a Chirac alle prese con l’assalto di Jean-Marie all’Eliseo. Accomunati da lontane ascendenze socialiste, Macron e Mélenchon devono mostrare maggiore enfasi nella proposta di un blocco repubblicano.

Superate le incertezze che in prospettiva sarebbero state nefaste, entrambi hanno urlato “il triangolo no” (possibile in 306 circoscrizioni) e intimato a chi dei loro candidati non si fosse classificato primo o secondo di abbandonare la corsa a vantaggio dell’esponente del mondo democratico meglio piazzato. L’appello alla disciplina repubblicana, per essere efficace, richiede però di rimuovere l’ultima esitazione che traspare da figure del governo in carica le quali si dichiarano disponibili a sostenere comunisti, socialisti, ecologisti ma escludono la eventualità di optare per un membro de La France Insoumise. Questo pregiudizio risulterebbe fatale. Dinanzi a una destra di matrice fascista, che inutilmente cerca di camuffare il suo volto autentico con astuzie cromatiche e ripiegamenti verbali, non bisogna dimenticare che i collegi in bilico sono all’incirca il 18% e la strategia dei ritiri senza distinguo in quanto politicamente concordati è imprescindibile. La puzza sotto il naso nei confronti dei seguaci di Mélenchon potrebbe costare carissimo. Per questo, davanti a un pericolo estremo, non deve essere così difficile per le sinistre e i liberali scandire: ora e sempre desistenza.

2 Luglio 2024

Condividi l'articolo