Lo stop del Consiglio di Stato

Dare motovedette alla Tunisia vuol dire violare la legge

A marzo Asgi, Arci, ActionAid, Mediterranea Saving Humans, Spazi Circolari e Le Carbet, hanno impugnato gli accordi anti-migranti tra Meloni e Saied, sostenendone l’illegittimità. Decisione sul merito il 4 luglio

Editoriali - di Anna Berlingieri, Adelaide Massimi, Cristina Laura Cecchini - 22 Giugno 2024 alle 12:00

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Dare motovedette alla Tunisia vuol dire violare la legge

“Da inizio anno le autorità tunisine hanno impedito la partenza di oltre 30 mila migranti che volevano imbarcarsi per raggiungere le coste dell’Europa. Dato che testimonia il costante impegno portato avanti da quel Paese, anche grazie al supporto fornito dall’Italia, per contrastare l’immigrazione irregolare e combattere i trafficanti di esseri umani”, proclama il Ministero dell’Interno dal suo account “X”. La cooperazione con la Tunisia è il fiore all’occhiello della politica migratoria italiana: è stato fondamentale il ruolo di Meloni nel “team Europe” per concludere il Memorandum UE-Tunisia dello scorso luglio. I rapporti con il paese sono solidi e duraturi e l’Italia finanzia ampiamente le politiche di controllo della mobilità in Tunisia. Questa cooperazione, mirata a bloccare i flussi migratori, si è intensificata con l’aumento degli arrivi via mare dal paese, aggravato dalla crisi socio-economica tunisina e dall’ondata di razzismo e repressione che ha colpito le persone di origine subsahariana nell’ultimo anno.

A dicembre 2023, il Ministero dell’Interno Italiano ha stanziato 4,8 milioni di euro per la rimessa in efficienza e il trasferimento di 6 motovedette di proprietà della Guardia di Finanza alla Garde Nationale (G.N.) tunisina. L’accordo prevede che le autorità italiane forniscano formazione sull’uso delle navi e coprano i costi di manutenzione e, più in generale, la necessaria assistenza tecnica alle autorità tunisine. La finalità è chiara: rafforzare la capacità delle autorità tunisine di operare intercettazioni in mare e impedire l’attraversamento del Mediterraneo verso l’Italia.
ASGI, ARCI, ActionAid, Mediterranea Saving Humans, Spazi Circolari e Le Carbet, con il supporto del Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), nel marzo del 2024 hanno impugnato tali accordi, sostenendone l’illegittimità. Lo stato di diritto tunisino è in rapido deterioramento: a partire dalla svolta autoritaria impressa al governo dal Presidente Saïed nel luglio di tre anni fa, si è osservata una inesorabile erosione dei diritti dell3 cittadin3 tunisin3 e stranier3. Rispetto a quest3 ultim3, a febbraio 2023 Saïed ha scatenato una vera e propria campagna di odio, che è culminata in rastrellamenti, deportazioni illegali, maltrattamenti e torture nei confronti delle persone straniere, a prescindere dal loro status legale.

Le Nazioni Unite, così come diverse organizzazioni di tutela dei diritti umani, hanno espresso profonda preoccupazione per quanto accade nel paese ai danni delle persone migranti. Il Comitato per i diritti umani e il Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite hanno accolto diversi ricorsi individuali, accogliendo le richieste di misure cautelari da parte di cittadin3 stranier3 soggett3 a deportazioni verso i confini con Algeria e Libia o a trasferimenti forzati all’interno del paese. I Relatori Speciali delle Nazioni Unite hanno esplicitato che “il rafforzamento di attività e progetti che aumenterebbero l’intercettazione dei migranti in mare e il loro rimpatrio illegale in Tunisia e in Paesi terzi pericolosi, dove rischiano persecuzioni e violazioni del diritto alla vita, torture e altri maltrattamenti, traffico di esseri umani e sparizioni forzate, costituisc[e] una violazione del principio di non respingimento”. La donazione delle motovedette andrebbe esattamente in questa direzione. Per tale motivo, fra gli altri, le associazioni ritengono che l’intesa sia illegittima.

Sostengono infatti che il finanziamento della G.N. tunisina viola la normativa italiana sul trasferimento di armamenti a Paesi terzi, aumentando il rischio di violazione dei diritti fondamentali. La legge n. 185/1990, richiamata dalla stessa amministrazione nell’atto impugnato, è esplicita nel vietare “l’esportazione, il transito, il trasferimento intracomunitario e l’intermediazione di materiali di armamento [… ] verso Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa”. Inoltre, il finanziamento è stato stabilito senza alcun coinvolgimento del Ministero degli Affari Esteri, del Ministero della Difesa e degli organi consultivi (CISD, Comitato consultivo, UAMA, Ufficio di coordinamento) che per legge dovrebbero avere un ruolo chiave nella pianificazione, valutazione, verifica e autorizzazione di qualsiasi movimento di materiali di armamento verso un Paese terzo.

Inoltre, sebbene il supporto alla Garde Nationale sia finalizzato al rafforzamento delle capacità nella gestione delle frontiere e dell’immigrazione e in materia di ricerca e soccorso in mare, la G.N. tunisina è responsabile della commissione di documentate violazioni dei diritti umani durante le violente intercettazioni in mare e dopo lo sbarco in Tunisia, che non può essere considerato un “luogo di sbarco sicuro” per i parametri stabiliti dalle norme internazionali. Le violazioni sono state ampiamente documentate nel Rapporto “Interrupted Sea”, pubblicato proprio ieri dall’organizzazione Alarm Phone in collaborazione con diverse organizzazioni della società civile tunisina. Le associazioni ricorrenti sostengono inoltre che l’amministrazione non abbia adempiuto al dovere di svolgere un’attenta istruttoria, anche in relazione al rispetto dei diritti umani, prima di concludere l’accordo. A fine maggio tuttavia il TAR ha rigettato il ricorso nel merito legittimando l’azione del governo. Secondo il tribunale l’accordo contestato sarebbe in linea con le decisioni prese sia a livello comunitario, con il Memorandum UE-Tunisia del luglio 2023, sia a livello nazionale, con il rinnovato inserimento della Tunisia nella lista dei Paesi di origine sicuri del maggio 2023. Secondo il giudice di primo grado, la cooperazione di lungo corso tra i due governi sarebbe sufficiente per soddisfare l’obbligo istruttorio del governo.

La cooperazione tra le autorità è espressamente mirata a rafforzare il controllo delle frontiere, bloccando i flussi migratori dalla Tunisia – principale motivo di vanto delle politiche migratorie italiane. Eppure, secondo il giudice, tali iniziative, insieme all’assistenza meramente tecnica fornita alla polizia di frontiera tunisina, sarebbero idonee a garantire il rispetto dei diritti umani.
Il 15 giugno – data in cui era previsto il trasferimento delle prime tre motovedette – le associazioni hanno presentato appello cautelare al Consiglio di Stato. La suprema corte amministrativa, ritenendo “prevalenti le esigenze di tutela rappresentate da parte appellante”, ha sospeso gli atti impugnati e il trasferimento delle motovedette in attesa di prendere una decisione sul merito, fissando udienza cautelare il 4 luglio.

Si tratta di un primo risultato importante, per quanto temporaneo, perché consente di neutralizzare la potenzialità lesiva degli atti contestati finché il giudice non ne avrà vagliato in maniera approfondita la legittimità. Ci si augura che la decisione del Consiglio di Stato rappresenti un segnale della volontà di condurre un’istruttoria adeguata per accertare se il supporto materiale e logistico alla Garde Nationale comporti una violazione dei diritti umani e della normativa di riferimento. Infatti, il rafforzamento delle autorità di frontiera tunisine, insieme alla recente dichiarazione della zona di ricerca e soccorso di competenza del paese, rischiano di comportare un grave aumento dei respingimenti illegittimi delle persone in movimento e delle violazioni dei diritti umani in Tunisia, paese da cui, come già avvenuto per la Libia, diviene sempre più difficile fuggire. L’accertamento dell’illegittimità del finanziamento contestato consentirebbe di far luce sulle responsabilità degli Stati europei per le violazioni derivanti dalle politiche repressive di controllo della mobilità e dagli accordi di esternalizzazione che le sorreggono.

di: Anna Berlingieri, Adelaide Massimi, Cristina Laura Cecchini - 22 Giugno 2024

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