Le testimonianze dal carcere

Il carcere è come il disastro dello Space Shuttle Challenger

Le persone detenute sono sotto le responsabilità dello Stato e “non impedire un evento che sia ha l’obbligo giuridico d’impedire equivale a cagionarlo”. La perdita di una vita umana in carcere è un fatto che più delle volte ha delle responsabilità collettive.

Giustizia - di Fabio Falbo - 11 Maggio 2024

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Il carcere è come il disastro dello Space Shuttle Challenger

Questo doloroso e umiliante articolo è conoscenza, servirà a far capire come le morti e i suicidi in carcere sono una strage di Stato, lo stesso che sa quello che succede e non interviene; forse pensa che non ha alcuna responsabilità in merito. La realtà ci dice che la Costituzione dietro le sbarre è maltrattata, ingannata e non rispettata.

Il professor Giuliano Amato in occasione del “Viaggio in Italia della Corte costituzionale nelle carceri” del 4 ottobre 2018 affermava: “Non si deve morire in carcere perché non ci sono state cure adeguate; ma perbacco questo è inammissibile; ci battiamo perché non accada in Africa e l’Africa ce l’abbiamo nelle nostre carceri; questo non è ammissibile, non può succedere”.

Vogliono far credere che il sistema carcere per alcuni versi è stato trasformato in una clinica medica universitaria o in un ospizio o in un centro di salute mentale o finanche in una comunità terapeutica, ma tutti sappiamo che il carcere non cura e non è in grado di guarire un semplice raffreddore o un’allergia. Sono tanti i nomi delle persone con dei mali incurabili che non ricevono cure adeguate alle patologie. Queste persone allo stato di fatto moriranno qui, in carcere.

Oreste Squillaci è un ultrasettantenne affetto da una aggressiva patologia neoplastica che imporrebbe una terapia altrettanto aggressiva, che si è interrotta per il suo recente rientro in carcere. Franco Gizzi ha un’incompatibilità con il regime carcerario eppure è qui in carcere a perire nel silenzio assordante di chi deve tutelare la vita umana.

Francesco Venezia è gravemente infermo, cardiopatico, ha rischiato la vita per sottoporsi a un semplice intervento chirurgico odontoiatrico. Federico De Cupis è affetto da tre tumori e ha bisogno di cure urgenti, ma ad oggi è qui nel reparto senza alcuna cura adeguata. Le patologie di Stefano Monteferri sono molteplici. Il quadro clinico complessivo di Roberto Canulli è gravemente compromesso, anche dallo stato avanzato della sua età.

Sono tanti gli altri casi che meritano ascolto, attenzione. Ho già scritto su questa pagina dei “nonnetti” in carcere, ma da allora non si è fatto niente; anzi, ho assistito al rigetto della richiesta di differimento pena e della grazia per Antonio Russo, un uomo di 86 anni.

Che senso ha l’esecuzione di una pena su persone quasi novantenni? Questo sistema collettivo di responsabilità lo si trova nelle tante certificazioni mediche dell’area sanitaria che il più delle volte indicano le “condizioni generali mediocri” senza tener conto che sono relative alla sola sopravvivenza, senza pronunciarsi in merito al riacquisto della salute.

Paragono il sistema carcerario italiano al disastro dello Space Shuttle Challenger perché tutti sono a conoscenza dei suicidi, delle morti, di tutti gli ultrasettantenni in carcere e nessuno interviene.

Nel disastro dello Shuttle il Premio Nobel per la fisica Richard Feynman indicava quella cosiddetta “cecità organizzativa”, intendendo con questa una situazione in cui un fatto ritenuto certo dai singoli componenti di un’organizzazione non viene considerato a livello collettivo.

Nel caso di specie, Feynman, che è un fisico e non un ingegnere del settore, rivelò che tutti i tecnici erano di fatto consapevoli dell’estremo rischio di autorizzare il lancio in quelle condizioni, ma da una parte autoconvincendosi che il rischio non era nel proprio perimetro di responsabilità, dall’altra confidando erroneamente che i livelli superiori disponessero di informazioni a loro non note e fossero in grado di assumere decisioni corrette.

In sintesi, lo scaricabarile e l’eccessiva fiducia nell’autorità superiore spesso sono la ricetta più sicura per il disastro. La mia formazione ha ben impresso il contenuto dell’articolo 40 coma 2 del codice penale; forse a qualcuno è meglio ricordarlo, anche perché le persone detenute sono sotto le responsabilità dello Stato e quindi “non impedire un evento che sia ha l’obbligo giuridico d’impedire equivale a cagionarlo”.

La perdita di una vita umana in carcere è un fatto che più delle volte ha delle responsabilità collettive. Chiudo con questa frase di Richard Feynman: “Non so che cosa non va nella gente; non imparano usando l’intelligenza, imparano in altri modi, meccanicamente o giù di lì. Il loro sapere è così fragile!”

*Detenuto nel carcere di Rebibbia

11 Maggio 2024

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