Il rapporto di Antigone

La crisi senza precedenti delle carceri: suicidi, affollamento e celle chiuse

Presentato “Nodo alla gola”: il XX rapporto di Antigone. Da gennaio si sono uccisi 32 detenuti, 44 i morti per altre cause. Dalla politica neanche più promesse

Giustizia - di Alessio Scandurra - 23 Aprile 2024

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La crisi senza precedenti delle carceri: suicidi, affollamento e celle chiuse

Ieri abbiamo presentato alla Associazione della Stampa Romana Nodo alla gola, il XX rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione. Le prime quattro edizioni del Rapporto di Antigone sono state biennali, e quindi il Rapporto ha ormai raccontato quasi un quarto di secolo della storia penitenziaria Italiana.

Una storia spesso complicata e drammatica, dalla difficile stagione che portò all’indulto del 2006, alla condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2013, alla lunga e tragica parentesi della pandemia, solo per citare alcuni momenti che tutti ricordiamo.

Eppure il momento attuale è per molti aspetti senza precedenti. Anzitutto per ragioni oggettive. È ad esempio senza precedenti il numero di suicidi registrato negli ultimi anni, e negli ultimi mesi. Dall’inizio dell’anno, si sono tolte la vita in carcere 32 persone, più di una ogni 4 giorni, e sono morte in carcere per altre cause 44 persone, più di una ogni 3 giorni.

Sono numeri enormi, destinati a fare del 2024 un anno senza precedenti nella storia della repubblica, numeri ovviamente indicativi di un disagio anche questo enorme e senza precedenti. Dovuto certamente anche alla crescita delle presenze e al sovraffollamento.

Al 31 marzo 2024 erano 61.049 le persone detenute, a fronte di una capienza ufficiale di 51.178 posti. Un tasso di affollamento ufficiale dunque del 119%, ma a leggere la Relazione del Ministero sull’amministrazione della giustizia relativa all’anno 2023, si scopre che dovremmo tendere, nella migliore delle ipotesi, verso una “soglia fisiologica del 5% di posti indisponibili”.

Almeno 2.500 posti detentivi in meno in ciascun momento sono dunque inevitabili, e l’affollamento reale medio del paese dunque è almeno del 125%. Non siamo ancora ai numeri, ed alle condizioni, del 2009 e del 2010, subito prima della condanna della CEDU, ma ci stiamo arrivando a passo spedito.

E questo non significa solamente meno spazio. Significa anche meno opportunità di lavoro o di formazione, più difficoltà nell’accesso alla cura, e più in generale meno ascolto dagli operatori, ascolto indispensabile per intercettare e prevenire i gesti più estremi.

Altro fatto innegabile è che il carcere oggi sta vivendo una stagione di crescente chiusura ed isolamento. Diminuiscono costantemente le sezioni detentive a celle aperte, e diminuisce pure il numero delle telefonate mensili, tornato al regime precedente alla pandemia. E nel frattempo si fa spesso più difficile l’accesso dei volontari. Lo scorso anno ad esempio non si è fatto nelle carceri romane il tradizionale pranzo di Natale della Comunità di Sant’Egidio.

Le detenute ed i detenuti italiani sono dunque più stretti e più soli. Il tutto, e pure questo è in una certa misura senza precedenti, nella totale indifferenza della politica. A fronte dell’attuale emergenza mancano infatti risposte adeguate dalla politica, come già accaduto in passato, ma mancano anche le risposte inadeguate.

Prevalgono il silenzio e l’indifferenza. In altre stagioni, davanti ad un quadro come questo, avremmo sentito promesse che magari nessuno avrebbe poi mantenuto, ma oggi non pare di sentire più nemmeno più quelle.

Avremmo sentito di piani straordinari di edilizia penitenziaria, ma nella Relazione del Ministero sull’amministrazione della giustizia relativa all’anno 2023 scopriamo che non c’è nulla di simile in vista. C’è qualche soldo in più per gli psicologi, per adeguare i compensi più che per aumentare le ore, cosa assolutamente necessaria.

Ma in carcere non ci si uccide solo perché non c’è lo psicologo. Le condizioni disperanti di detenzione, e ancora prima di vita, di molte persone detenute, non cambiano solo intensificando l’intervento psicologico. Serve formazione, lavoro, accompagnamento al fine pena.

Serve un piano straordinario di interventi sociali, sanitari e assistenziali sui quali costruire i percorsi di reinserimento sociale di cui tanto si parla. Sia a livello nazionale che da parte degli enti locali. ma sono tutte cose di cui non si sente nemmeno parlare, e in casi come questi il silenzio fa molta paura.

*Associazione Antigone

23 Aprile 2024

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