Il naufragio a Sfax

Storia di Waffo, sopravvissuto a un naufragio: “Era mio figlio quel piccoletto ucciso dalle guardie tunisine”

Sua moglie e il loro bambino sono annegati quando la barchetta su cui viaggiavano è stata speronata dalla Guardia nazionale tunisina e si è ribaltata. Lui ha girato a vuoto per settimane per ambasciate, Croce rossa e uffici vari in Tunisia alla ricerca dei due corpi

Cronaca - di Angela Nocioni - 28 Marzo 2024

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Storia di Waffo, sopravvissuto a un naufragio: “Era mio figlio quel piccoletto ucciso dalle guardie tunisine”

Questo è il testo di una notizia di agenzia, una delle tante che dà il bollettino della guerra ai migranti. Titolo: Migranti: Tunisia, Guardia nazionale intercetta in mare 614 persone e sventa 30 partenze.

Testo: “Le unità marittime della Guardia nazionale tunisina hanno intercettato in mare 614 migranti nella regione centrale del Paese, tutti subsahariani ad eccezione di due tunisini, sventando 30 traversate illegali del Mediterraneo. Lo ha riferito ieri la Direzione generale della Guardia nazionale indicando che, parallelamente, le unità di sicurezza di Sfax, nel centro sud della Tunisia, sono riuscite ad arrestare altre 22 persone, accusate di essere organizzatori e mediatori. Giovedì 21 marzo le unità marittime della stessa Guardia nazionale avevano fermato 175 persone sventando altre otto partenze dalle coste di Sfax”.

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Questa invece è la storia di un ragazzo che racconta qualcosa di come le “sventa” la Guardia nazionale tunisina le “partenze dalla costa di Sfax”. E’ la storia di lui, sopravvissuto a un naufragio, e anche della sua forza, del suo coraggio e della sua disperazione nel voler ritrovare a tutti i costi i corpi di sua moglie, Sanogo Banaferiman, incinta, e di suo figlio, Waffo Soh Deyo Idriss Ange, che non aveva ancora compiuto due anni.

Entrambi affogati insieme ad altri undici bambini e decine di adulti nella notte tra l’11 e il 12 aprile del 2023 al largo delle coste di Sfax. C’erano almeno 120 persone sopra quella barca di legno ribaltatasi perché speronata dalla motovedetta della Guardia nazionale di Tunisi che la inseguiva per catturare i migranti e riportarli indietro. Decine e decine di morti. Come succede ogni giorno nel cimitero che è diventato il Mediterraneo centrale.

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“Io mi chiamo Waffo Soh Deyo Leandry Shyve – dice lui – voglio darvi il mio vero nome e quelli di mia moglie e di mio figlio, vi affido le nostre foto e il video della barca che affonda che ho girato tra i flutti perché voglio rendere omaggio alla loro vita e restituire dignità alla loro morte indegna”.

Waffo Soh Deyo Leandry Shyve è del Camerun, nel 2019 si trasferisce con la famiglia in Tunisia. Infuria la caccia ai neri, il regime è sempre più razzista verso i subsahariani. Nel pomeriggio dell’11 aprile sale con moglie e figlio su una grande barca di legno piena di gente. Obiettivo: Lampedusa, Europa.

Questo è il suo racconto: “Siamo partiti verso le sei del pomeriggio. Eravamo tanti. Dopo qualche ora di navigazione la nostra barca è stata avvistata dalla Guardia nazionale tunisina. Si sono messi ad inseguirci. Ci hanno raggiunto, hanno intimato al capitano di fermarsi, ma lui non voleva fermarsi. Loro si sono avvicinati più volte, sempre di più. Ci sono venuti addosso e la nostra barca si è ribaltata. Tutti erano in mare e gridavano. Era verso mezzanotte.

Le autorità tunisine sono rimaste ferme sul loro mezzo, a dieci, quindici metri da noi, a guardare le persone chiedere aiuto e morire. Non si sono mossi per più di un’ora. Solo verso l’una di notte hanno cominciato a soccorrerci. Hanno incaricato otto di noi sopravvissuti presi a bordo di aiutarli a ripescare i corpi. Tra i cadaveri che io ho recuperato c’era anche mia moglie. Mio figlio no, non l’ho trovato.

Non c’era tra i corpi recuperati mio figlio. Ci hanno riportati indietro e quando siamo arrivati in porto ci hanno ordinato di scaricare i corpi dalla barca della Guardia nazionale e di lasciarli lì sulla banchina. E da quel momento non è stato possibile sapere dov’erano, dove li avevano portati. Li volevo trovare, volevo sapere dove avevano portato il corpo di mia moglie e volevo trovare il mio bambino”.

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Per mesi rimbalza tra uffici che non gli rispondono e autorità che lo fanno girare a vuoto. Chiede ad ambasciate, uffici consolari, organizzazioni internazionali varie, Croce rossa, invano. Non si arrende e finalmente trova l’associazione Memoria Mediterranea, e lì le persone capaci di aiutarlo. Sono loro a fargli avere un avvocato in Tunisia.

“Per forza dovevo trovarli e seppellirli – dice Waffo – ho vissuto la mia vita con lei e con lui, sono morti in questo modo terribile e per me era necessario recuperare e identificare i corpi dei miei amori”.

Dopo un lavoro di ricerca minuzioso, il 20 luglio riesce ad essere ricevuto all’ufficio di polizia scientifica di Sfax, accompagnato dal suo legale, Maitre Bilel Mechri. Consulta i dossier numerati conservati nell’Ospedale di Sfax. Riesce a vedere le foto dei cadaveri scattate in ospedale e i numeri che indicano le posizioni esatte delle tombe.

“Quando li ho ritrovati lei e lui, li avevano messi in due cimiteri diversi e distanti, ho finalmente saputo dov’erano e ho guardato con i miei occhi quelle due colate di cemento con sopra inciso il numero del dossier corrispondente ai cadaveri. Sotto una colata di cemento c’era il mio bambino, sotto l’altra c’era mia moglie”.

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Anche allora non riesce a darsi pace. Non poterli vedere, non poter fare una cerimonia funebre lo lascia in uno stato di incertezza. “Come posso esser certo che siano davvero i loro corpi e non quelli di altri? Come faccio a fidarmi della Guardia nazionale?” chiede.

Li vorrebbe riesumare e riportare in Camerun e in Costa d’Avorio, dove c’è la famiglia di sua moglie. Non può, costa almeno 15mila euro. Qualche giorno dopo sale su un barchino di ferro. E arriva in Sicilia. È piena estate.

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Se gli si chiede oggi quale sia il suo desiderio risponde: “Vorrei ritrovare la pace che non riesco più ad avere, vorrei che la mia battaglia per ritrovare i miei amori potesse essere utile perché giustizia sia fatta soprattutto rispetto alla guardia tunisina e per il modo in cui vengono trattate le persone che come me attraversano il mare”.

Se si insiste a domandare cosa voglia per sé, dice: “La mia speranza più grande è che mi arrivino presto i documenti necessari a stare in Europa e a lavorare” che aspetta dall’Italia da mesi. E’ arrivato a luglio, da allora è in Centro di accoglienza straordinaria. In attesa di uno straccio di documento con cui poter lavorare legalmente.

I documenti per poter lavorare si ottengono a seguito della formalizzazione della richiesta di asilo. Le tappe fondamentali per chi arriva sono: impronte digitali appena si mette piede in Italia, poi attesa di un secondo appuntamento per formalizzare la presentazione della richiesta d’asilo al termine del quale si attende di ricevere un documento temporaneo che scade al secondo appuntamento che è il passaggio in Commissione per l’analisi della richiesta d’asilo.

Dalla formalizzazione della richiesta d’asilo al passaggio in Commissione dovrebbero passare al massimo 180 giorni, ma il limite viene in realtà quasi sempre superato. Si può iniziare a lavorare soltanto dopo 60 giorni la formalizzazione della domanda d’asilo. Nel suo caso, da luglio a oggi, non gli hanno dato accesso alla formalizzazione della domanda d’asilo quindi non ha né un documento provvisorio né la possibilità di lavorare.

E’ una persona istruita e un mestiere ce l’ha già, è idraulico. Non può essere assunto, non può lavorare perché, da otto mesi, aspetta con moltissimi altri che il suo caso venga esaminato. Vive quindi con i 75 euro mensili previsti dal Centro accoglienza straordinaria. Pocket money si chiama in gergo. La paghetta che l’Italia dà a chi aspetta.

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Ludovica Gualandi, ricercatrice universitaria e attivista di Mem Med, associazione che si occupa di raccogliere la memoria mediterranea, ha molto lavorato insieme a Waffo fino a riuscire a localizzare i corpi di suo figlio e di sua moglie.

Spiega: “Non accade solo in Tunisia, in molti paesi del sud affacciati sul mediterraneo il sistema per la ricerca e l’identificazione delle vittime è fallimentare e non è uniforme. Noi abbiamo lavorato sul sud Italia e sulla Tunisia e abbiamo constatato tantissime lacune nonostante il fenomeno delle migrazioni di massa sia consistente e per nulla nuovo perché le prime informazioni su grandi naufragi nelle rotte del Mediterraneo centrale sono del 2011 e in Tunisia ci sono conflitti terribili da allora.

Nonostante il dramma questa storia di ricerca andata a buon fine è una eccezione. Io in Tunisia ho ricevuto 300 richieste di aiuto in 6 mesi da parenti di persone disperse. E questa è l’unica che ha avuto un esito. Quando si comincia a cercare esiste un passaggio obbligato con il comitato della Croce rossa internazionale che ha un programma specifico “Restoring Family Links” con il compito di raccogliere tutte le segnalazioni di scomparsa e di incrociare informazioni con altre Cri anche fuori dalla Tunisia, devono comunicare con uffici della guardia nazionale e con gli ospedali, ma le autorità non hanno un mandato di ricerca e soccorso: i corpi vengono lasciati in mare.

Quando il recupero c’è, il cadavere viene buttato sotto terra malamente, non accade solo ai subsahariani che subiscono un fortissimo razzismo, succede anche ai tunisini, è una procedura diffusa. Le famiglie degli scomparsi denunciano ad ambasciate, Croce rossa, organizzazioni internazionali varie e nessuno li richiama”.

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Di Waffo racconta l’avvocato Maitre Bilel Mechri: “Quando l’abbiamo incontrato, era in una situazione psicologica di crollo. Era terrificato da quel che aveva passato, era disperato all’idea di non sapere dove fosse finito il corpo di sua moglie e non poteva non avere il pensiero fisso di suo figlio in fondo al mare mangiato dai pesci. Diceva così: ‘lo mangiano i pesciolini, devo trovarlo, lo mangiano i pesciolini’.

Quando a Sfax hanno rintracciato i punti in cui erano stati sepolti i due corpi, quando gli hanno mostrato l’immagine dei vestiti del figlio oltre alla foto del corpicino e lui l’ha riconosciuto dai vestiti perché dopo tanti giorni in mare era irriconoscibile il suo corpo, lui era in uno stato indescrivibile nello spirito: era tristissimo, in lutto profondo e nella disperazione era sollevato dall’averli ritrovati, finalmente si stava dissolvendo quell’idea del bambino in fondo al mare, finalmente aveva saputo che suo figlio non era stato mangiato dai pesciolini. Come ha avuto in mano l’indicazione dei punti in cui cercare i corpi sepolti, si è voltato e ha iniziato a correre”.

28 Marzo 2024

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