Il caso del giornalista

Perché Julian Assange resta in prigione, la decisione della Corte inglese

Gli Stati Uniti sostengono che Assange è colpevole di spionaggio. In realtà è colpevole di giornalismo. Non è un traditore che ha avuto in mano dei segreti militari e li ha svelati per aiutare il nemico: è un giornalista che ha scoperto i segreti inconfessabili sulle atrocità commesse dall’esercito degli Stati Uniti.

Esteri - di Redazione - 27 Marzo 2024

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Perché Julian Assange resta in prigione, la decisione della Corte inglese

L’ Alta Corte inglese non ha deciso niente. Ha rinviato. Doveva stabilire se sia giusto consegnare agli americani Julian Assange – giornalista australiano di 52 anni che raccontò molti dei delitti commessi dagli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan – e lasciare che gli americani lo condannino per spionaggio ad una pena che potrebbe essere anche di 175 anni.

Gli Stati Uniti sostengono che Assange è colpevole di spionaggio. In realtà è colpevole di giornalismo. Non è un traditore che ha avuto in mano dei segreti militari e li ha svelati per aiutare il nemico: è un giornalista che ha scoperto i segreti inconfessabili sulle atrocità commesse dall’esercito degli Stati Uniti.

Cioè è un professionista che ha svolto il suo lavoro con il massimo di successo, e che probabilmente ha salvato molte persone, impedendo che i crimini di guerra continuassero. Ora Assange è in prigione. In una piccola cella di 6 metri quadrati. A Londra.

È lì da più di cinque anni. E altri tre anni li ha passati barricato nell’ambasciata dell’Ecuador, finché non è stato rapito da truppe inglesi che lo hanno catturato e portato in prigione. L’Alta Corte britannica ha stabilito che per ora resta in cella, e ha chiesto agli americani garanzie sul giusto processo e sulla rinuncia ad ogni possibilità di condanna morte.

È paradossale che le due più grandi potenze occidentali debbano discutere sulla possibilità o no di mettere a morte un giornalista colpevole di aver svolto il suo lavoro. Ci si chiede che fine abbia fatto la grande civiltà dell’Occidente, di fronte a questa barbarie.

E naturalmente si viene indotti a paragonare il caso Assange al caso Navalny, tragicamente finito con l’assassinio del dissidente russo. Quello che colpisce è che la questione si è aperta negli Usa, cioè nel paese del Watergate.

Il Watergate – e cioè lo scoop di due giornalisti del Washington Post che portò alle dimissioni del presidente Nixon – è considerato, non solo in America, il punto più alto del giornalismo di inchiesta.

In realtà non fu proprio giornalismo di inchiesta: fu una manovra dell’Fbi per eliminare il presidente americano, chiudere con la destra liberal e aprire la strada a Reagan. I giornalisti non fecero altro che ricevere dal numero 2 dell’Fbi le carte segrete che inguaiavano Nixon.

Esattamente come succede molto spesso, ancora oggi, in Italia, con i giornalisti che ricevono le carte o dai magistrati o dagli 007. Il Watergate fu l’inizio del giornalismo velinario al servizio di vari poteri. Assange è esattamente il contrario. È il giornalismo che travolge il potere. e il potere non perdona.

di: Redazione - 27 Marzo 2024

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