Il vertice dem

Seminario Pd Gubbio, Schlein tarda di un giorno (per il cinema): slogan da copione, le Europee restano in stand by

La segretaria dem lascia in stand by il tema candidatura, si schiera contro l’invio di armi a Israele e difende a spada tratta Report

Politica - di David Romoli - 20 Gennaio 2024

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Seminario Pd Gubbio, Schlein tarda di un giorno (per il cinema): slogan da copione, le Europee restano in stand by

Candida e ineffabile, la segretaria del Pd spiega ai suoi deputati riuniti a Gubbio di aver disertato la prima giornata perché era al cinema: “Krypton è un film importante. Dovrebbero vederlo tutti”. Non si sa quanti onorevoli democratici seguiranno il cinefilo consiglio.

In compenso è chiaro come devono aver preso la giustificazione dell’assenza. A Gubbio, del resto, Elly si trattiene poco: un intervento di tre quarti d’ora nel quale ripete gli slogan da copione, con un unico scarto destinato a irritare la minoranza centrista del partito, la richiesta di sospendere l’invio di armi a Israele. Si dice “ferita” dall’astensione del Pd sul fine vita in Veneto.

Dopo la sentenza di Cassazione promette di rilanciare la legge per penalizzare qualsiasi manifestazione in odore di fascismo, difende a spada tratta Report e considera la premier “peggio di Berlusconi” proprio per gli attacchi al programma di Ranucci. Non è solo repertorio, tra le righe la sterzata in direzione 5S, un po’ per avvicinare una difficile alleanza, molto per contrastare la popolarità a sinistra di Conte è palese.

Sul solo tema che occupasse la mente dei piddini ieri, la sua eventuale candidatura alle europee, in tre quarti d’ora di comizio non si esprime. Solo lasciando la sala specifica che “prima vengono la squadra e il programma, la candidatura è l’ultima cosa”.

“C’è tempo fino a maggio”, specifica Stumpo senza aggiungere che data la tensione che intorno alla scelta di Elly continua a montare magari sarebbe meglio spicciarsi un po’. Nell’incertezza proliferano voci di ogni tipo, ipotesi che la stessa leader starebbe seriamente considerando anche se di serio hanno pochissimo: candidarsi non come capolista, candidarsi ma in un solo collegio, candidarsi e poi optare per Strasburgo lasciando il Parlamento italiano.

Mentre la leader decide sulla candidatura, i suoi uffici sono già in contatto con quelli di Giorgia Meloni per organizzare il confronto televisivo fra le due leader, su rete e conduttore ancora da definirsi ma con la Rai in pole position per ovvi motivi. Sono vicende intrecciate, rimandano entrambe alla decisione della segretaria di accettare una personalizzazione estrema dello scontro. Scelta strategica che guarda più alla situazione interna al Pd che non al confronto con gli avversari.

Elly Schlein, nel partito di cui è segretaria, si sente accerchiata. Diffida non solo della minoranza ma anche di quella parte della sua maggioranza, i leader storici del Pd, che tollerano sempre peggio la sua leadership tutt’altro che collegiale. È convinta che obiettivo di quei leader sia metterla sotto tutela e per questo sfugge al confronto e glissa sulla mediazione.

Sa che le correnti si sono sciolte solo per modo di dire, teme che mirino solo a condizionarla e imbrigliarla. La personalizzazione dello scontro e a maggior ragione l’eventuale candidatura in tutte le circoscrizioni mirano essenzialmente a rompere l’assedio e sbaragliare dissensi aperti e fronde mascherate da supporto.

Se le urne la premieranno con un milione e passa di preferenze, se la sua presenza porterà la lista ben oltre il 20%, se agli occhi del popolo votante lo scontro sarà essenzialmente tra lei e Meloni, la sua leadership diventerà intoccabile, i mal di pancia per l’abitudine di decidere tutto consultandosi solo i fedelissimi non potranno avere alcuna conseguenza.

In parte le pressioni perché non si candidi dipendono da calcoli razionali, come la penalizzazione delle candidate denunciata nella lettera con la quale 26 democratiche, tutte della minoranza, le chiedono di soprassedere sulla candidatura.

Ma in parte preponderante quelle resistenze e la tensione che il caso ha creato dipendono proprio dalla consapevolezza che si tratta di una mossa che mira a disciplinare definitivamente il partito più che a battere la rivale di palazzo Chigi. Ma forse il problema ha radici anche più profonde, da rintracciarsi nell’anomalia di una segretaria e in buona parte in un gruppo dirigente esterni e sostanzialmente estranei alla storia e al dna del Pd.

I malumori, le tensioni, il disagio che montano da mesi e che emergono ora in superficie per il casus belli della candidatura derivano da quella anomalia e dalla scelta di non affrontarla, fingendo che la scalata in larga misura ostile fosse una cosa normalissima.

Quella sterzata traumatica avrebbe dovuto comportare una ridefinizione trasparente del Pd, un percorso congressuale come quello che proponeva Bersani quando sosteneva che l’elezione di Schlein avrebbe dovuto essere il primo e non l’ultimo atto del congresso.

Un po’ tutti, la segretaria, i suoi fedelissimi per lo più estranei al Pd, i leader storici che hanno appoggiato l’outsider solo perché ritenevano necessario un volto nuovo prima delle europee, hanno invece scelto di accumulare la cenere sotto il classico tappeto. Sulla lunga distanza, di solito, è una pessima scelta.

20 Gennaio 2024

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