L'articolo del 1994

Lo sfogo di Paolo Mieli: “Mai interrogato per la fuga di notizie che fece cadere il primo governo Berlusconi”

Dopo trent’anni dice: “So che quella notizia era uscita dal palazzo di giustizia, se qualche pm mi avesse chiamato l’avrei detto”.

Giustizia - di Tiziana Maiolo - 14 Giugno 2023 alle 14:30

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Lo sfogo di Paolo Mieli: “Mai interrogato per la fuga di notizie che fece cadere il primo governo Berlusconi”

“Ho questa spina in gola da trent’anni, perché nessun magistrato mi ha mai interrogato? Io lo so che quella notizia è uscita dal Palazzo di giustizia di Milano. Lo so e l’avrei detto, se un pm mi avesse chiamato”. Si capisce che ci tiene, a dirlo, Paolo Mieli. Lo offre a Enrico Mentana, nello speciale su Silvio Berlusconi, e lo ripete la mattina dopo a Radio 24.

Mieli nel 1994 era direttore del Corriere della sera, fu sua la responsabilità di annunciare via stampa a Silvio Berlusconi e al mondo intero il fatto che il Presidente del consiglio in carica era indagato per corruzione. Aver pubblicato la notizia, in violazione del segreto investigativo, ha comportato un illecito. Qualcuno ha mai indagato per scoprire il colpevole? Evidentemente no. Come sempre, possiamo aggiungere. Perché lo sappiamo tutti, qualcuno di noi anche per esperienza diretta, che i principali responsabili delle fughe di notizie sulle indagini giudiziarie sono i magistrati.

E’ così e, temiamo, sarà sempre così. E sarà inutile qualsiasi riforma sulla presunzione di non colpevolezza. Il cronista non saprà mai resistere alla tentazione di far carriera mostrando ai suoi capi di essere arrivato, primo tra i tanti segugi del palazzo di giustizia, ad arrivare in redazione con il boccone tra le fauci. E il pubblico ministero gioca la sua partita politica, selezionando cronisti di fiducia, tempi e modi in cui far filtrare la notizia. Sì, partita politica. O anche partita di poker, se vogliamo. Perché soltanto esperti giocatori d’azzardo possono aver prodotto quel titolone del Corriere. In questa storia non c’è nessuno che dica la verità, ovvero che la dica tutta. Perché i due cronisti del Corriere, dopo aver avuto la soffiata da un collega di Avvenire, si sono mossi su diversi livelli, uno figlio di generale nell’ambiente del genitore, l’altro si è rivolto alla sua talpa di fiducia in procura.

E hanno cucito insieme la notizia. Che cosa dunque potrebbe dire Paolo Mieli ai magistrati? Ha un nome? Non ce l’ha. Ma, chiunque sia stato a far uscire la notizia, ha sicuramente avuto uno scopo politico molto esplicito, far saltare per aria il primo governo Berlusconi. Che infatti salterà subito dopo. Non bisogna mai dimenticare il fatto che il procuratore Saverio Borrelli, qualche anno dopo tangentopoli e Mani Pulite disse a chiare lettere che non era valsa la pena di aver fatto la rivoluzione giudiziaria degli anni 1992-93 per poi cascare dalla padella alla brace. La brace era il governo Berlusconi, mai accettato, vissuto come un affronto.

Se la vicenda del 22 novembre 1994 aveva significato un salto di qualità nell’assalto al governo, perché la scelta della data coincideva con l’inserimento della notizia in un quadro internazionale quale quello delle Nazioni Unite, l’antipasto era stato servito in un’altra data, quella del 14 luglio. La presa della Bastiglia italiana portava il nome di “decreto Biondi”, un provvedimento di modesta riforma delle norme sulla custodia cautelare. “Salvaladri” fu battezzato il decreto, visse solo tre giorni, poi fu ucciso in culla e rimase sempre il “salvaladri”. Sarà anche ora, nei primi momenti del dopo-Berlusconi, che tutta la vicenda giudiziaria che lo ha colpito, giorno dopo giorno e tutti i giorni, sia affidata agli storici.

Perché quel progetto di riforma, che oggi non scandalizzerebbe quasi nessuno, toglieva semplicemente un po’ del potere di manette ai magistrati. Certo, la norma avvantaggiava anche qualche imputato per reati contro la pubblica amministrazione, ma il numero era insignificante. Questo lo sapevano tutti gli esponenti del governo, compresi quelli della Lega, dal momento che Roberto Maroni, ministro dell’Interno, aveva firmato il decreto con Biondi. Ma fece il famoso “disconoscimento di paternità” e la norma rimase intestata al solo guardasigilli. Fu quella non solo un’occasione persa sul piano delle riforme, ma in contemporanea un passo in avanti verso la Repubblica giudiziaria. Per due motivi.

Il primo è nei numeri, su 2.750 persone scarcerate solo 43 potevano essere ricondotte nell’alveo di tangentopoli. Perché allora i quattro pm del pool, Di Pietro, Davigo, Colombo e Greco andarono in tv con la voce rotta ad annunciare le proprie dimissioni? Cioè a dire che senza manette loro non potevano lavorare? E perché non hanno mai spiegato il fatto che, dopo la loro vittoria e il ritiro del decreto da parte del governo solo al 10% delle persone scarcerate sono state rimesse le manette? Aggiungiamo un dato di colore. Tra i detenuti che avevano varcato la porta della prigione dopo il decreto c’era anche un politico importante, l’ex ministro della sanità Francesco De Lorenzo.

Proprio l’immagine di De Lorenzo era stata utilizzata dai grandi comunicatori del pool come sfondo alla lettura del loro comunicato stampa. Come mai però, dopo la morte del decreto l’ex ministro non è più tornato in carcere? Semplice e chiaro -ed è questo il secondo segnale dell’avvio verso la Repubblica giudiziaria– perché solo il 10% di quegli ex detenuti ci tornò. Evidentemente nel 90% dei casi le manette non erano ritenute indispensabili. Con o senza il decreto Biondi.

Questo era stato l’antipasto di luglio. Quello che ha arato il campo prima della semina. Che avverrà il 22 novembre, con quella convocazione del Presidente del Consiglio sparata a grande titolo sul Corriere. Silvio Berlusconi sarà poi assolto per non aver commesso il fatto, dalla corruzione nei confronti della Guardia di finanza. Un’ipotesi che traballava fin dal principio, ma che fu usata per far cadere il governo. Sono tutti complici, in questa storia, i giornalisti, i magistrati e le forze dell’ordine. Ma c’è qualcuno che è più colpevole, sul piano politico, di tutti gli altri. E noi vorremmo sapere chi è. Per gli storici della Repubblica giudiziaria, che c’è stata, che c’è e che, speriamo, non ci sarà.

14 Giugno 2023

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