La presidente Gruppo PD alla Camera
“Le idee del Pd di Schlein? Appartengono alla tradizione riformista europea, ad un progressismo forte”, parla Chiara Braga
«Il riformismo non va contrapposto a un massimalismo che non esiste. Le idee del Pd di Elly Schlein appartengono tutte alla tradizione riformista europea e disegnano un progressismo forte e non rinunciatario»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Chiara Braga è Presidente del Gruppo PD alla Camera dei deputati.
Lo sport nazionale, nella stampa mainstream, sembra diventato quello di misurare il tasso di riformismo del PD di Elly Schlein. Uno “sport” praticato anche dentro e fuori, o meglio fuoriusciti, i Dem. Siamo al tafazzismo 2.0?
Non drammatizzerei così. È nelle cose che si ragioni intorno al significato di riformismo per una forza di ispirazione socialista e progressista che si candida a governare il paese. Se ne discute anche altrove, nelle democrazie avanzate, in paesi dove c’è una tradizione socialdemocratica e che risentono dei cambiamenti economici, sociali e politici in atto. Se la discussione serve a individuare battaglie da fare e contenuti da portare avanti prima all’opposizione e poi con un programma di governo, ben venga. Se serve invece solo a fare l’analisi del sangue a chi ha vinto il congresso ormai tre anni fa, ha risollevato e ridato linfa vitale al maggior partito di sinistra del paese, allora si tratta di un esercizio del tutto inutile e sì, anche dannoso.
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Per restare alla parola tanto evocata: riformismo. In molti ne parlano o scrivono, ma sono in pochi, per essere generosi, a provare a dare contenuto a questo “riformismo”. Lei come lo declinerebbe in un’agenda del cambiamento?
Ecco appunto che cosa significa riformismo oggi può essere un tema interessante. L’importante è che non si contrapponga a un massimalismo che non esiste. Le idee del PD di Elly Schlein appartengono tutte alla tradizione riformista europea, alle migliori stagioni della sinistra moderna e disegnano un progressismo forte e non rinunciatario. Un riformismo che guarda ai nostri giorni, alle trasformazioni economiche, ai nuovi conflitti che non sono più solo e sempre più di natura economica. Penso ad esempio al tema della transizione ecologica oppure a quello dei diritti. C’è stato un tempo in cui la risposta alle crisi erano nazionali e la socialdemocrazia ha rappresentato una prospettiva praticabile e funzionante all’interno dei singoli paesi. Una dimensione che non esiste più, pensiamo solo ad esempio alle politiche sul cambiamento climatico: se non facciamo accordi globali, non avremo mai risposte efficaci. Vale anche sul fronte della ricerca, del commercio, del bilancio e del fisco. E purtroppo, lo stiamo sperimentando in questi anni, anche della difesa. Il pensiero progressista è l’unica risposta possibile all’estrema destra sovranista, l’unica risposta alle sofferenze delle persone, l’unica risposta possibile a chi ha come ricette remigrazione, dazi e guerre. Serve visione e consapevolezza strategica: lavoro, salute, formazione, ambiente rimangono i pilastri di una sinistra moderna che non ha paura del futuro, che non vuole lasciare indietro nessuno e che combatte l’isolamento e la solitudine dei nostri tempi.
La destra, non solo Vannacci, è all’attacco del green deal, e c’è chi torna a invocare centrali nucleari. Fare dell’ambientalismo un perno del cambiamento è un lusso da partito “Ztl”?
Quella della destra contro il green deal è una battaglia sbagliata e persa in partenza. La crisi climatica non è un un’eventualità futura, è la realtà con cui fare i conti tutti i giorni. La crisi energetica impatta sulla vita quotidiana di famiglie, imprese, lavoratori. E la risposta non può essere il nucleare. Non solo perché ad ora non esiste un nucleare buono e pulito, ma anche perché i tempi di realizzazione sarebbero troppo lunghi rispetto all’emergenza. Però mi lasci dire che questo non significa chiudere in assoluto alla ricerca intorno al nucleare soprattutto sulla fusione. In Italia per colpa della destra e di un governo sordo e miope, non abbiamo ancora risolto il problema delle scorie e i piccoli reattori modulari vengono presentati come una soluzione imminente, quando ad oggi non ne esiste nemmeno uno operativo su scala commerciale nei Paesi occidentali. In Francia dove ci si è imbarcati nella costruzione di nuove centrali, i tempi si sono dilatati e i costi sono esplosi, ricadendo sui bilanci pubblici. Il Governo si è fatto dare una delega in bianco senza chiarire costi, tempi e garanzie di sicurezza. Si favoleggia del nucleare come mezzo per abbattere il costo delle bollette ma non è così. La vera priorità è investire subito in rinnovabili, sistemi di accumulo, reti ed efficienza energetica, come ci chiede di fare l’Europa aprendo a spazi di flessibilità proprio su questo: sono le uniche soluzioni in grado di ridurre rapidamente le emissioni di gas climalteranti, i costi dell’energia e la dipendenza dall’estero. Mi lasci anche dire che chi mette in contrapposizione il Green Deal e il lavoro racconta una falsa alternativa. La transizione ecologica non è una scelta ideologica: è una necessità economica, industriale e ambientale. La domanda vera è se vogliamo governarla o subirla. La transizione deve essere giusta. Nessun lavoratore deve essere lasciato solo. Per questo servono strumenti di sostegno per i settori più esposti, percorsi di riqualificazione professionale, investimenti pubblici e privati e un forte coinvolgimento delle parti sociali. La sfida è costruire un nuovo sviluppo che produca meno emissioni e più buona occupazione. Questa è la vera missione della politica: coniugare giustizia sociale, crescita economica e sostenibilità ambientale. La sinistra riformista non sceglie tra ambiente e lavoro. Sceglie entrambi. Alla destra invece interessa solo la propaganda. Per questo frena in Italia e in Europa tutte le misure che servirebbero ad accelerare e gestire gli impatti della transizione.
Che impressione le ha fatto Giorgia Meloni che al vertice G7 di Evian si è prodigata nel rassicurare sui buoni rapporti con Trump?
Purtroppo, tutti gli sforzi di Giorgia Meloni per recuperare i rapporti con Trump sono stati bruciati da una battuta del presidente americano con il patetico retroscena di una Meloni che avrebbe implorato una foto insieme a lui. Di fronte a certe affermazioni non possiamo che ribadire solidarietà alla premier perché quello offese sono rivolte a tutto il Paese. Ma ci dobbiamo domandare come è stato possibile che Meloni mettesse l’Italia in queste condizioni. Ancora una volta Trump si è dimostrato un prepotente senza scrupolo, pronto a danneggiare le relazioni con l’Italia in una fase complicata dei rapporti con l’Occidente avendo di fatto perso la guerra con l’Iran, e nel mentre di una crisi senza precedenti in Medio Oriente. Tuttavia, credo che l’errore sia all’origine: cioè quando Meloni ha pensato di essere il ponte tra l’Europa e Trump, quando ha accettato i dazi, quando ha detto sì all’aumento delle spese militari quando non ha alzato un dito per difendere l’Unione Europea. È la fotografia del fallimento di chi pensava che una vittoria di Trump avrebbe favorito l’Italia solo in virtù di una comune sintonia ideologica. Ora i rapporti tra Washington e Roma non sono mai stati così tesi, nemmeno nei periodi storici più complessi. Ed è proprio questo il segnale politico che dovrebbe allarmarci di più. Abbiamo compreso le repliche stizzite della Premier, ma non possiamo dimenticare di essere una grande potenza mondiale e per questo sarebbe bene che la nostra politica estera uscisse il prima possibile dai botta e risposta sui social, da un imbarazzo senza precedenti, e tornasse alla serietà del tempo che viviamo e delle risposte necessarie
Essere definita una “pacifista” le sembra un insulto?
E perché mai la definizione di pacifista dovrebbe offendere qualcuno. La pace è quella dimensione che crea sviluppo e crescita ed è alla base di ogni convivenza e confronto con l’altro. È una vera e propria scelta politica e etica, che implica il rifiuto della guerra. Faccio riferimento a quanto dice la nostra Costituzione che pure nasce da un conflitto – la lotta di Liberazione dal Nazifascismo – ma ripudia la guerra come mezzo per risolvere i conflitti, promuovendo invece il dialogo, la nonviolenza e la diplomazia. Sono molto d’accordo con il Presidente Mattarella che dice che “la pace è un modo di pensare”, cioè un modo di vivere insieme, di rispettare gli altri senza imposizioni e dominio.
Contenuti e alleanze. Quanto può incidere nel definirli la nuova legge elettorale che governo e maggioranza intendono imporre?
La legge elettorale che la maggioranza ha deciso di portare avanti appena dopo la sconfitta al Referendum è una degli obbrobri di questa legislatura. Una legge pericolosa che stravolge gli equilibri su cui si basa la nostra Repubblica. È una legge che dà troppo potere a chi vince e soprattutto è lo strumento con cui la destra vuole assicurarsi l’elezione del Presidente della Repubblica. A cui di fatto sottrae il potere di nomina dell’esecutivo. Un premierato mascherato che consideriamo inaccettabile. Con il premio di maggioranza previsto dal Governo si introduce un meccanismo che attribuisce un enorme vantaggio parlamentare a chi ottiene anche solo pochi voti in più degli avversari. Un sistema che altera il principio della rappresentanza e concentra il potere nelle mani di una sola forza politica, comprimendo il pluralismo che è alla base della nostra Costituzione. E sottrae totalmente ai cittadini il legane con gli eletti. La scusa avanzata per la riforma è la stabilità ma questa non si costruisce riducendo gli spazi di rappresentanza o indebolendo i contrappesi istituzionali. La stabilità si costruisce rafforzando la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche. La verità è che hanno paura di perdere le prossime elezioni perché il bilancio di legislatura non è scarso ma proprio nullo. E così cercano di blindarsi con una legge fatta su misura. Noi faremo muro per difendere i fondamenti della nostra Costituzione.