E Teheran vuole le tasse

Iran, Trump esulta per Teheran “nuovo mercato” ma Hormuz resta uno scoglio per gli Usa

Trump parla a una cena per gli agricoltori Usa. I fondi iraniani che saranno scongelati potranno essere usati solo per acquistare prodotti americani: in particolare mais, grano, soia. La gestione dello Stretto nodo fondamentale nei negoziati

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

27 Giugno 2026 alle 08:00

Condividi l'articolo

AP Photo/Jacquelyn Martin – Associate Press/ LaPresse
AP Photo/Jacquelyn Martin – Associate Press/ LaPresse

Il tycoon fa l’imbonitore. Doveva distruggere il regime teocratico-militare dell’Iran, passare alla storia, assieme al suo ex sodale israeliano, come il liberatore del popolo iraniano dal giogo degli ayatollah oscurantisti e sessuofobici. Doveva. Perché ora Donald Trump è stato costretto a cambiare idea. Non solo non c’è stato un regime change a Teheran, ma chi doveva essere spazzato via è diventato un potenziale partner economico. “Abbiamo un nuovo mercato in arrivo: l’Iran!”, esulta Trump intervenendo a una cena per gli agricoltori Usa nel Giardino delle rose della Casa Bianca. Il riferimento è al fatto che i fondi che saranno scongelati per Teheran potranno essere usati solo per acquistare prodotti americani: in particolare per l’acquisto di mais, grano, soia e altri prodotti. In un crescendo di autocelebrazione, The Donald annuncia trionfante che lo Stretto di Hormuz «è aperto»: giovedì sono transitati 19 milioni di barili di petrolio; «i prezzi del greggio stanno crollando e i mercati azionari salgono».

Quanto al perfido nemico sciita, doveva essere spazzato via dalle bombe e dalle sanzioni. Sta accadendo l’esatto opposto: L’Iran starebbe prendendo in considerazione l’imposizione di tasse sui servizi alla sicurezza e la tutela ambientale dello Stretto di Hormuz, allo scopo di generare fino a 40 miliardi di dollari l’anno di entrate. A rivelarlo è stato il Wall Street Journal, secondo cui Teheran starebbe lavorando sulla base dei modelli adottati in altre parti del mondo: tra questi a spiccare è quello dei Dardanelli, in Turchia. L’Iran, scrive ancora il quotidiano americano, starebbe promuovendo la sua iniziativa con altri Paesi in Medio Oriente e anche con la Cina e l’Iran, come detto, spinge per un ‘modello turco’ e cerca sponde in Medio Oriente e in Cina, gli esperti sembrano scettici: viene ricordato infatti che Teheran ha sottoscritto accordi internazionali e regionali che le impediscono di imporre unilateralmente pagamenti alle navi in transito. Qualsiasi tariffa per servizi imposta dall’Iran richiederebbe inoltre il consenso dei 176 membri dell’Organizzazione marittima internazionale. Esiste, infine, un altro modello che viene preso in esame dall’Iran e anche dagli Stati del Golfo: si tratta di quello dello Stretto di Malacca – il tratto di mare che corre tra Indonesia, Malesia e Singapore – dove le pattuglie di una forza multinazionale potrebbero offrire uno schema per la gestione dei transiti a Hormuz. In ogni caso, il destino dello stretto rimane importante e anche una delle incognite dei negoziati, che proseguiranno a livello tecnico il 29 o il 30 giugno in Svizzera.

Quel che è certo è che lo Stretto di Hormuz e la sua gestione rimangono un nodo chiave nella trattativa tra Teheran e Washington. Gli Stati Uniti sostengono che l’Iran deve mantenere lo Stretto senza pedaggio anche dopo i 60 giorni di negoziati se desidera arrivare a un accordo di pace definitivo. Washington sta esercitando pressioni sull’Oman perché non crei un sistema di pedaggi congiunto con l’Iran. Il sultanato finora ha inviato messaggi contrastanti: martedì ha pubblicato una dichiarazione congiunta con Teheran dove affermava che le due parti avrebbero discusso della gestione del traffico attraverso lo Stretto e dei relativi costi; giovedì invece, Marco Rubio – in visita nei Paesi del Golfo alla ricerca del sostegno regionale per il suo accordo di pace – ha dichiarato che l’Oman gli ha assicurato di non essere favorevole all’introduzione di pedaggi. «Hanno sottoscritto la dichiarazione in cui si afferma che non ci saranno tasse o pedaggi», ha assicurato il ministro degli Esteri Usa, riferendosi a una dichiarazione congiunta tra gli Stati Uniti e il Consiglio di Cooperazione del Golfo dove le parti affermavano di «respingere qualsiasi pedaggio, tassa o tentativo di esercitare il controllo sullo Stretto». Una dichiarazione definita provocatoria da Teheran. L’Oman si trova in una posizione sempre più difficile. Secondo un funzionario iraniano citato dal New York Times, il Paese sta cercando di lavorare con Teheran a un sistema di gestione dello Stretto, ma subisce allo stesso tempo la pressione degli Stati Uniti, che chiedono di respingere ogni monetizzazione del passaggio e di riaprire completamente la via d’acqua. Lo stesso funzionario sostiene che l’Oman non è in grado di fornire garanzie di sicurezza alle navi senza il coinvolgimento dell’Iran e che Teheran, intenzionata a mantenere il controllo sull’area, non tollererà interventi di altri. La Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane è tornata a ribadire che non vi sono scorciatoie per l’attraversamento di Hormuz. “Il passaggio nello stretto è consentito solo lungo le rotte dichiarate dall’Iran”, riporta l’agenzia Isna. L’Oman ha predisposto due giorni fa un corridoio lungo le sue coste, in accordo con l’Organizzazione marittima internazionale (Imo), per far passare da Hormuz le imbarcazioni da settimane in attesa.

Israele deve ritirare tutte le sue forze dal Libano “incondizionatamente”, proclama il capo di Hezbollah, Naim Qassem in un discorso televisivo a decine di migliaia di sostenitori riuniti per celebrare l’Ashura. Mentre funzionari libanesi e israeliani tengono colloqui diretti a Washington, Qassem ha affermato che il suo gruppo non accetterà “nessuna normalizzazione, nessuna revoca dello stato di ostilità, nessun vantaggio per Israele e nessuna presenza parziale sul suolo libanese… Israele deve andarsene umiliato e sconfitto, e questo è ciò che accadrà”. La risposta d’Israele arriva dal cielo. Due raid aerei israeliani hanno colpito ieri mattina i dintorni di Nabatiye, principale cittadina nell’entroterra del sud del Libano, segnando le prime incursioni condotte da caccia israeliani dall’entrata in vigore del cessate il fuoco sabato scorso. Secondo fonti locali citati dall’agenzia nazionale libanese (Nna), gli attacchi sono avvenuti mentre nella città erano in corso processioni per le commemorazioni dell’Ashura, principale ricorrenza nel calendario religioso sciita. L’altra notte, poco dopo la mezzanotte, altri due raid di caccia israeliani avevano preso di mira Beit Yahoun, nel distretto di Bint Jbeil. Il bilancio delle vittime in Libano continua ad aggravarsi. Secondo il ministero della Salute libanese, gli attacchi israeliani hanno causato 4.230 morti e 12.179 feriti nel periodo compreso tra il 2 marzo e il 25 giugno. Un bilancio destinato a salire. Perché Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal Paese dei Cedri. “Con il ministro della Difesa abbiamo istruito l’Idf alla piena libertà di azione per eliminare qualsiasi minaccia alle truppe o ai residenti del nord di Israele”. Così Benyamin Netanyahu ha di fatto negato le notizie che parlavano di un imminente ritiro dell’esercito israeliano dal sud del Libano. “Oltre il 60% della Striscia di Gaza è nelle nostre mani. In Libano e in Siria abbiamo creato zone cuscinetto per prevenire la minaccia di invasioni via terra, abbiamo respinto i nostri nemici chilometri indietro. Rimarremo nella fascia di sicurezza fino a quando necessario: non stiamo per ritirarci”.  Trump è stato informato?

27 Giugno 2026

Condividi l'articolo