Il g7 a Evian
Meloni si gioca tutto al G7: la premier deve ricucire con Trump per non restare ininfluente
Oggi la premier cercherà un confronto con l’ex amico Donald nel tentativo di tornare nelle sue grazie. Senza la benedizione del tycoon, dal Consiglio europeo al vertice Nato, resterà isolata
Politica - di David Romoli
In corso da ieri sera, il vertice del G7 di Evian si concluderà domani. “È molto importante”, segnala con scarsa originalità Giorgia Meloni all’uscita dell’incontro con la premier giapponese Sanae Takaichi con la quale ha inaugurato una vertiginosa maratona di incontri e vertici effettivamente importantissimi, in sé e per lei in particolare.
Dopo il G7, nel quale incrocerà Donald Trump forse con un bilaterale su cui palazzo Chigi spera moltissimo per recuperare l’amore perduto tra Donald e Giorgia ma che è in realtà poco probabile, Meloni sarà indirettamente protagonista, per interposto Tajani, del vertice di ministri degli Esteri Nato. L’appuntamento la coinvolge anche più del solito perché si tratta dell’ultimo incontro prima del summit vero e proprio dell’Alleanza, quello nel quale si dovrebbero ridefinire i rapporti tra le due braccia della Nato, gli Stati Uniti e l’Europa. Il 18 e il 19 è in programma la riunione del Consiglio europeo. Avrebbe dovuto occuparsi soprattutto di Ucraina ed energia ma, come se l’agenda non fosse già folta e spinosa e sufficienza, si è aggiunta la tregua, o meglio il memorandum che forse porterà alla pace tra Usa e Iran. Con tutto quel che ciò comporta in materia di coinvolgimento diretto e impegno europeo. Quindi, il 7 e 8 luglio ad Ankara si svolgerà il vero e proprio vertice Nato. Trump lo ha già introdotto con la nota inviata all’inizio di questo mese per informare gli altri leader sulle dimensioni considerevoli del parziale ritiro dell’esercito americano dall’Europa. Roba forte e per gli europei sgraditissima: un terzo degli aerei militari in meno, da 150 a 100, taglio secco agli aerei da ricognizione, da 26 a 15, ridislocazione totale degli 8 aerei-cisterna Usa attualmente in Europa. Più un sottomarino, una portaerei, parecchi bombardieri. Insomma stavolta pare che Trump faccia sul serio.
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In mezzo, il 25 giugno, Meloni e Macron si incontreranno ad Antibes. I bilaterali tra il presidente francese e la premier italiana sono sempre significativi dati i rapporti altalenanti tra il secondo e il terzo Paese dell’Unione per importanza. Va da sé che la tensione sotterranea sia di per sé uno degli elementi che in questi anni hanno contributo a paralizzare l’Unione rendendola tutt’al più comprimaria nel grande gioco della geopolitica mondiale. Stavolta l’importanza del summit è moltiplicata: saranno presenti infatti anche 9 ministri italiani e altrettanti francesi. Un vero vertice intergovernativo a tutti gli effetti. Che si parli di Ucraina, di Medio Oriente o direttamente di riequilibrio tra il braccio americano e quello europeo della Nato al centro del vertice ci saranno comunque i difficili rapporti tra le due sponde dell’Atlantico e il nuovo ruolo che l’Europa per amore o per forza, cioè per spinta della Casa Bianca, è chiamata ad assolvere. In questo quadro già parecchio nuvoloso la premier italiana gioca una partita per lei essenziale, con l’obiettivo di recuperare il ruolo se non centrale neppure periferico che aveva avuto negli ultimi anni e che le è sfuggito di mano dopo la rottura con Trump. I Paesi guida dell’Europa, incluso quindi il Regno Unito formalmente esterno alla Ue, avevano apprezzato pochissimo il tentativo dell’Italia di collocarsi “a metà strada” tra Europa e Usa. Caduto l’ombrello di Trump che copriva Giorgia non hanno perso tempo nel declassare l’Italia a Paese “di seconda fila”.
Come se non bastasse, sul fronte della crisi energetica e su quello del Green Deal si è incrinato anche il rapporto privilegiato tra l’inquilina di palazzo Chigi e quella di palazzo Barlaymont, Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione ha concesso all’Italia un po’ della flessibilità richiesta, ma con vincoli per Roma troppo rigidi, e si spostata di nuovo a favore di un Green Deal radicale, considerato il nemico numero uno da tutti i partiti della destra europea e anche da un bel pezzo di Ppe. Meloni qualche carta da giocare ritiene di averla. Punta a una riconciliazione con Trump e la diplomazia italiana nelle ultime settimane ha lavorato alacremente in vista dell’appuntamento di Evian per centrare l’obiettivo. Il tentativo dei tre Paesi principali, Francia, Germania e Uk, di prendere in mano le redini della trattativa con Mosca è già andato a sbattere sull’indisponibilità di Mosca, riaprendo così qualche spiraglio alla proposta italiana di indicare un autorevolissimo “mediatore unico” in grado di parlare a nome di tutta l’Europa. Candidato unico Mario Draghi. Supporter di notevole peso anche a Bruxelles Sergio Mattarella.
Appena resa nota l’“intesa” Iran-Usa, quattro Paesi europei, Francia, Germania, Italia e Uk si sono detti disposti a “fare la propria parte” e se si trattasse di sminare il golfo di Hormuz l’Italia, che con la Francia è di fatto l’unico Paese Ue a disporre di ottimi dragamine, si ritroverebbe sotto i riflettori. Infine la premier italiana continua a sperare in un riavvicinamento tra Washington e Bruxelles sul quale nessuno ha scommesso quanto lei. Non sono strade del tutto sbarrate. Neppure di facile percorrimento però e Giorgia Meloni, mai prima tanto in difficoltà, su quei tavoli si gioca moltissimo.