I piani della destra

Governo Meloni eversivo, sì al nucleare anche se l’Italia ha detto no…

Dopo la folle crociata contro il green deal, che ha mandato ko il nostro automotive e nuove opportunità di crescita, Meloni è alle strette. E rilancia un piano già bocciato per due volte al referendum

Politica - di Alfiero Grandi

4 Giugno 2026 alle 18:30

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Governo Meloni eversivo, sì al nucleare anche se l’Italia ha detto no…

Il governo vuole reintrodurre il nucleare in Italia, fregandosene dei due referendum che hanno detto no. Le opposizioni che aspirano a conquistare il consenso per costituire un governo di alternativa politica dopo debbono comprendere la pericolosità e per certi versi il carattere eversivo della posizione del governo per la democrazia italiana. A cosa serve votare se poi parlamento e governo, approfittando di una maggioranza parlamentare che governa grazie ad un premio di maggioranza del 15 %, contraddicono il voto delle elettrici e degli elettori ? Questo governo sconfitto nel referendum che aveva voluto, convinto di ottenere un plebiscito sulla magistratura, è in affanno e punta a ribaltare quel risultato negativo (per il governo) con il nucleare. Giorgia Meloni potrebbe cambiare ma non lo farà perché la maggioranza entrerebbe in crisi e perché queste scelte sono figlie di una cultura politica arretrata, revanchista, che non può fare altro che insistere.

Un esempio. La destra ha descritto il green deal come la causa di tutti i mali e non un lodevole tentativo di rispondere alla crisi climatica, alla dipendenza dalle energie fossili. Il green deal è stato aggredito, accusato di ogni nefandezza, al punto che alle case automobilistiche è arrivato il segnale che l’auto elettrica non era più all’ordine del giorno. Pazienza se il primo PNRR prevedeva consistenti investimenti per elettrificare veicoli e rifornimento. Il risultato dopo 4 anni è che il settore automotive ha avuto tagli ai finanziamenti pubblici per sostenere l’innovazione nell’implicita conferma che i motori endotermici avrebbero avuto un futuro oltre i tempi fissati. Il risultato disastroso di questa linea è che le auto tradizionali sono comunque in crisi per l’esplosione dei prezzi dei carburanti, mentre l’elettrico, ibrido compreso, sta migliorando e costa sempre meno. I gruppi cinesi hanno continuato ad investire, hanno migliorato i prodotti e ora stanno penetrando in Italia e in Europa in modo massiccio, al punto che Stellantis cerca di correre ai ripari cercando accordi con gruppi cinesi per auto elettriche avanzate. Le aziende hanno capito e corrono ai ripari, mentre il governo ha fatto retrocedere l’Italia e ha contribuito all’arretramento europeo, ripetendo gli errori fatti con il fotovoltaico, nato in Occidente, diventato un cavallo di battaglia della Cina oggi leader del mercato. Starace all’Enel cercò di contrastare questa subalternità decidendo un investimento a Catania, la più grande factory in Europa per pannelli fotovoltaici. Poteva essere un tassello di una politica, ma il resto è un foglio bianco. Quando si ha questa cultura arretrata, con il torcicollo, che sogna vendette in nome di Berlusconi e nega, come Trump, il cambiamento climatico, non si va lontano. Il governo oggi vuole il nucleare e ne pretende un’approvazione rapida, per vendersi in campagna elettorale che i guai energetici dell’Italia finiranno perché arriverà il nucleare. Forse non solo per produrre energia elettrica visto che l’emendamento dell’opposizione che vietava la deriva militare è stato bocciato.

Che senso ha puntare sul nucleare oggi?

Perfino il Ministro ammette che prima del 2035 non avremmo comunque centrali in funzione. La crisi energetica è ora, mentre il nucleare arriverebbe non prima di 10 anni. Nel prossimo decennio continueremmo a dipendere da petrolio, gas e dalle pazzie di Trump che sono già costate all’Europa decine di miliardi di dollari. Prima di chiederci se il nucleare da fissione proposto dal governo è conveniente (e non lo è), se è sicuro (non si sa, non ci sono prototipi verificabili), è certo che l’Italia sarebbe ulteriormente dipendente dall’estero visto che non abbiamo il combustibile necessario. Ben due referendum popolari (1987 e 2011) hanno bocciato a maggioranza degli aventi diritto al voto il nucleare da fissione in Italia, tanto che le centrali che c’erano sono in smantellamento. Se due referendum popolari hanno detto no al nucleare da fissione (da non confondere con quello da fusione, tuttora in fase di studio e sperimentazione) come si può pensare – dopo il risultato del referendum costituzionale sulla magistratura –che si possa dire ad elettrici ed elettori che il loro voto non vale più? Non a caso la Corte costituzionale (sentenza 199/2012, Tesauro) ha chiarito che la legge non può reintrodurre ciò che un referendum ha bocciato, in questo caso due volte. Il governo sostiene che questo nucleare sarebbe piccolo e nuovo. Piccolo non tanto, visto che la centrale sul Garigliano in smantellamento era 160 MW di potenza e quelle di cui si parla ora produrrebbero fino a 300 MW, il doppio. Nuovo nemmeno perché la sostanza è nucleare da fissione, certo con tecnologie evolute, ma non basta cambiare numero sull’etichetta per renderlo nuovo, sicuro e conveniente. Il premio Nobel Giorgio Parisi ha chiarito nell’audizione alla Camera che questo nucleare è da fissione come quello abrogato con referendum. Per questo è incostituzionale.

Se due referendum hanno detto no chi ha il diritto di decidere il contrario ? Massimo Scalia e Gianni Mattioli sono stati protagonisti dei referendum sia nel 1987 che nel 2011, oggi sono entrambi scomparsi. ma altri raccoglieranno il loro testimone e seguiranno il loro esempio. Il problema prima che di merito è di natura democratica. Può l’Italia chiedere ai cittadini di tornare a votare e come nulla fosse ignorare il risultato del voto a cui partecipano? Si può fare dopo un voto come quello del referendum costituzionale ? Si aprirebbe una frattura democratica. Sarebbe uno schiaffo alla partecipazione al voto. Voto che perderebbe di credibilità. Questo nucleare è una scelta sbagliata ma ancora prima è una scelta in contrasto con il voto dei cittadini e contro la Costituzione, che mette in equilibrio i poteri. Se i cittadini votano per abrogare una legge non c’è parlamento che possa dire il contrario, pena una crisi istituzionale e democratica preoccupante. Le opposizioni debbono dare a questo tema il rilievo costituzionale e democratico che merita. Se le destre insisteranno per approvare questa legge sarà inevitabile preparare il terzo referendum abrogativo in materia, ma prima ancora sarà necessario investire la Corte costituzionale per impedire che prevalga il disprezzo per la Costituzione e per le forme di democrazia diretta che essa prevede.

4 Giugno 2026

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