Il parlamentare Pd
Intervista a Roberto Morassut: “Fisco e federalismo, acceleriamo sulla proposta del Campo Largo”
«Bisogna introdurre le questioni che fanno l’ossatura del programma: al centro un fisco più giusto. E poi riforme istituzionali per una democrazia più forte e più rappresentativa, non lasciamo alla destra l’argomento della stabilità dei governi»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
La tornata amministrativa della primavera 2026 era attesa per una verifica dello stato delle coalizioni che si confronteranno alle prossime elezioni amministrative del 2027, alle politiche dello stesso anno e alle successive regionali, dove si terranno. Si tratta di un test significativo dopo il risultato del referendum sulla giustizia che ha rappresentato un duro colpo per il governo Meloni facendo cadere un pezzo importante del programma. Ragioniamo di questo con Roberto Morassut, parlamentare del Partito Democratico, membro della Direzione Nazionale del Partito e Vicepresidente della Fondazione Giacomo Matteotti.
Onorevole Morassut, la prima domanda è naturale. Che valutazione si può dare di questo voto non certo soddisfacente per il “campo largo”.
È un voto con luci ed ombre, la prova che la battaglia politica è aperta a ogni esito. Ci sono successi, sconfitte e ballottaggi da fare.
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Però si poteva sperare meglio…
Ogni voto amministrativo, soprattutto nei Comuni, contiene tanti elementi. Ci sono ragioni locali e motivazioni politiche più generali che fanno da sfondo e possono influire più o meno fortemente. Occorre far posare un po’ la polvere delle varie situazioni e si faranno naturalmente delle analisi caso per caso come è giusto che sia. Siamo in una fase di costruzione della coalizione che dovrà sfidare la destra alle elezioni politiche. E la cosa centrale adesso è il programma. O meglio il “profilo” di governo, la proposta politica dell’alleanza. Un qualcosa che è più di un programma e meno di un programma. Non è un libro di proposte fatto da capitoli e sottocapitoli ma è un’identità, una luce… Il che si sta facendo in questa direzione è serio e profondo ma bisogna accelerare e sciogliere dei nodi di fondo.
Quali?
La destra ha vinto nel 2022 dicendo che voleva “cambiare la Storia” con tre obbiettivi fondamentali e fu facilitata, nell’ambito della legge elettorale vigente, dal fatto di essere una coalizione unita. Aveva un suo progetto semplice e condiviso che adesso è quasi del tutto morto. Noi non avevamo né un programma né una coalizione. Questa situazione va ribaltata. Vediamo come si uscirà dalla discussione parlamentare sulla legge elettorale dove temo forzature della maggioranza ma, in ogni caso, vanno introdotte quelle quattro o cinque questioni che fanno l’ossatura del programma. Al centro metto un fisco più giusto senza il quale non si sostiene un programma sociale e di lotta alle grandi rendite che stanno mangiando il Paese, al fianco di questo un progetto e di riforma delle istituzioni fondamentali per una “democrazia più forte” e al tempo stesso più rappresentativa che restituisca maggior potere di scelta ai cittadini, metta ordine alla sovrapposizione tra potere esecutivo e potere legislativo e punti a riorganizzare il sistema degli enti locali e territoriali dando alle Città un ruolo più forte, riequilibrandolo con quello delle regioni. Un’idea di federalismo più consona alle vocazioni italiane. In estrema sintesi potrei dire che serve una proposta di destra sulle riforme istituzionali e una proposta di sinistra sulle riforme sociali. Due linee che però si tengono per mano. Perché in una situazione critica come quella attuale se non hai delle briglie forti le riforme non le fai o non te le fanno fare. Per essere ancora più chiaro: non lascerei alla destra l’argomento di voler creare le condizioni per dei governi stabili, sia a livello nazionale che locale
Però debbo farle osservare due cose: questa “architettura” sarebbe mai condivisa dall’intero arco delle forze del “campo largo”, soprattutto in pochi mesi e che influenza vera ha tutto questo sul voto locale di questi giorni?
Ci sono due strade per fare un “programma”. Una è quella di sedersi tutti intorno a un tavolo e fare un collage delle proposte di ogni forza politica, smussando, limando, mediando un po’ di qua e un po’ di là. È la strada più semplice, faticosa ma di sicuro esito; il qual sarebbe un manuale di proposte nel quale ognuno si sente rappresentato ma perde il senso del contesto generale. Magari faremo così, viste le circostanze, lo faremo al meglio e sarà un passo avanti comunque. Però il Paese ha bisogno di messaggi forti. Sánchez scuote la società spagnola, scuote la comunità socialista e democratica del mondo, sta lottando per rivincere le elezioni – e non sarà facile – puntando su un programma di riforme strutturali. Ecco il tema è lo spessore che riusciamo a dare ad un programma che possa essere compreso e sostenuto da milioni di persone. Di donne, di lavoratori, di giovani, di anziani, di imprenditori. Per rendere percorribili tutte le nostre giuste proposte sulla sanità, la scuola, la sicurezza, la casa, la modernizzazione delle infrastrutture – dove il disastro è totale dalle ferrovie, agli aeroporti, ai porti, al tpl, autostrade, al sistema delle concessioni – del caro energia, delle politiche industriali – con una decisione forte che andrebbe presa con chiarezza sul ritorno allo Stato di Ilva – noi dobbiamo avere una idea di come vogliamo riorganizzare le entrate pubbliche e non possiamo farlo se non introduciamo dei correttivi alla sperequazione fiscale, ragionando su come le grandi fortune possano contribuire allo sforzo per sbloccare il Paese. È sbagliato porre questo problema e iniziare a lavorarci con una soluzione equilibrata e al tempo stesso efficace? Non credo sia sbagliato ma credo sia necessario.
Questo avrebbe influenza anche sulle situazioni territoriali? O avrebbe potuto influire su questo voto?
Quando una proposta politica è forte e riconoscibile sa collegarsi quasi naturalmente alle diverse condizioni territoriali. Per esempio: le forme di autonomia dei territori, il valore di un federalismo non separatista sono un tema molto importante. Abbiamo una grande opportunità davanti al pasticcio dell’idea di autonomia differenziata della Lega. Il nostro regionalismo, nato negli anni ’70, va riformato, ha fatto il suo tempo. È servito per allargare lo Stato centrale e portarlo nei territori ma ormai da anni le Regioni sono diventate più un diaframma che dei centri propulsori di società e di economia. Spendono troppo, spesso male. Le città sono diventate il teatro fondamentale del confronto con grandi poteri finanziari e criminali, globali e radicati sul territorio, con strutture di comando poderose. Qualcosa bisogna cambiare.
Cosa e come?
Spostando maggiori poteri e risorse verso le città per rendere le istituzioni democratiche più forti e attrezzate per affrontare e governare o combattere questi interlocutori o questi avversari. È anche questo il senso della proposta di riforma dei poteri per Roma Capitale che sarebbe sbagliato lasciare alla destra coltivando un nobile conservatorismo che è fuori tempo. Questo capitolo di riforme democratiche e istituzionali è una grande riforma sociale che riguarda anche il tema delle aree interne purtroppo rimaste in un limbo con la riforma delle Province, ma non mi dilungo oltre. Sul voto di questi giorni ho questa impressione: a Venezia questo nostro irrisolto profilo federalista può avere influito al di là dello sforzo e dell’impegno di Andrea Martella che ha accettato di candidarsi sulla base di una richiesta dell’intera coalizione. Martella ha combattuto senza risparmio ma ha evidentemente trovato ostacoli maggiori del previsto in una società cittadina che ancora non vede una sinistra capace di interpretare e coniugare riformismo sociale e federalismo territoriale. Nel resto delle consultazioni avverto in alcune situazioni il disorientamento delle aree interne che si traduce in sfiducia che non è mai un propellente per la sinistra. Le eccezioni di De Luca e Crisafulli così ultra-civici fanno pensare. Comunque, i conti finali li faremo alla fine dei ballottaggi. Nel complesso il voto segnala una situazione ancora aperta nella lotta tra destra e centro sinistra. Come abbiamo sempre detto il referendum non va sovrapposto allo scontro politico e così è.
C’è un tema di radicamento sui territori e di classe dirigente per la sinistra?
Posta così la domanda potrei dire tutto e il contrario di tutto. Le situazioni locali hanno caratteristiche diverse. Ci sono fioriture ed esperienze molto incoraggianti. Io le ho trovate girando in tante iniziative: cito il caso di Colleferro. E ci sono situazioni più difficili. Non c’è una risposta univoca. A volte si può vincere in condizioni inadeguate a volte si perde impegnando i migliori, come a Venezia. In generale la nostra classe dirigente è migliore di quella di destra. A Venezia Brugnaro ha lasciato un disastro che ha umiliato la città, eppure la destra ha vinto. Segno che il suo sistema di potere è forte e che la destra e Zaia sono ancora in grado di fare egemonia in quelle terre. Per questo dico che in certe situazioni il locale e il nazionale convergono e che per noi la chiave di un nuovo federalismo democratico che non insegua la Lega sul suo terreno è un tema aperto che si chiama “questione settentrionale” ma anche “questione meridionale” e che va affrontato con un grande sforzo culturale. Decisiva è la partita in corso sui LEP.
I rischi di guerra permanenti, la condotta americana hanno avuto o avranno una ricaduta sugli orientamenti elettorali?
Meloni ha mimetizzato le scelte sbagliate della destra in politica estera ma è una Presidente del Consiglio che non conta nulla in sede europea e internazionale. Naviga a vista bordeggiando come può. Le guerre in corso ci stanno facendo molto male e il Governo sostanzialmente non sa che pesci pigliare. La manovra economica sarà un momento decisivo per lanciare un’offensiva di opposizione che leghi la situazione sociale grave con la pace e faccia emergere la necessità di un altro governo.